di Francesco Bizzini – 2 maggio 2023

Se una colazione salda il quartiere

 A Milano volontarie e volontari informali hanno ideato momenti di gratuita convivialità per riappropriasi, riqualificare e animare piazze e vie dove abitano, combattendo il degrado e la solitudine tipica delle metropoli.

Nate a Bologna nel 2013 le Social street sono oggi forse l’espressione più visibile del volontariato informale italiano, che anima soprattutto il tessuto delle metropoli. Specificatamente a Milano le volontarie e i volontari afferenti alla Social street di residenti nel quartiere di NoLo – North of Loreto hanno dimostrato in questi anni grande creatività d’attivazione, ideando proposte aggregative più o meno formali, capaci di combattere la solitudine che spesso attanaglia chi arriva da lontano all’ombra della madonnina per vivere e lavorare. Tra le attività più spontanee e informali c’è la storica colazione di quartiere, appuntamento a cadenza irregolare e che vede gli abitanti adibire marciapiedi e piazze per condividere il primo pasto della giornata, portando ognuno qualcosa, passando un paio di ore in compagnia.

Mari, 55 anni, è una delle storiche volontarie che animano questi momenti. “Non ho mai fatto un volontariato riconducibile a qualcosa di simile a ciò che faccio oggi nella Social street. Provengo però dal volontariato parrocchiale. La voglia di buttarmi in un’esperienza informale così particolare mi è venuta in primis per fare qualcosa di bello e utile sì, ma anche perché questa cosa beneficiava il quartiere dove abito da febbraio 2002. Per anni qui non ho conosciuto che i miei vicini di pianerottolo e basta. Grazie alla Social street e alle sue attività informali, dal basso, oltre a fare qualcosa di bello e utile in sé ho quindi allargato le mie conoscenze, elemento che sentivo necessario per non sentirmi isolata dato che arrivavo da un’altra città”.

Ti definisci volontaria, definisci ciò che fai volontariato, ma il non chiedere i permessi per l’occupazione di suolo pubblico o per la somministrazione alimentare non vi pone fuori da questo ecosistema tutt’altro che ribelle? “Una colazione di quartiere, seppur non rispetti alla lettera le norme vigenti, non ha nulla a che vedere con un senso astratto di sfida o ribellismo. Semplicemente la nostra voglia di stare insieme va oltre la burocrazia. Anche se, a conti fatti, anche in un gruppo così composito c’è poi chi tiene d’occhio che queste iniziative non sfocino in problemi per l’ordine e la salute pubblica. Quindi è un’azione spontanea sì, ma assolutamente non voluta o pensata per trasgredire. Non rechiamo fastidio, anzi. Concretamente vogliamo vivere i nostri spazi, le nostre piazze, cercando di dare una risposta concreta soprattutto in luoghi dove se non andiamo noi, magari gli unici frequentatori sarebbero spacciatori o persone problematiche. Insomma, la nostra è una presenza che è anche presidio e difesa comunitaria da comportamenti che degradano la vita degli abitanti”.

Quindi è solo un gesto per riqualificare o c’è dell’altro? “Il motore che muove le colazioni di quartiere, il fascino che ci attrae a impegnarci in questa attivazione diretta, risiede ancora una volta nel combattere un po’ la solitudine che una metropoli, seppur popolosa, può generare. Grazie a queste esperienze, in questi spazi improvvisati e transitori, organizzati senza chiedere particolari permessi, sono nate esperienze che poi hanno abbracciato la via dell’associazionismo classico, codificato o se non l’hanno fatto, comunque si sono fortificate.” 

Accanto a queste esperienze Mari racconta anche di come siano nati gruppi che, nonostante una certa strutturazione codificata, abbiano voluto mantenere comunque una natura generalmente informale. Uno su tutti il progetto GiraNoLo, gruppo di volontarie e volontari che organizza visite guidate gratuite, indagando e ricostruendo la storia del Quartiere. Proprio questa esperienza Mari ci dice essere un punto di possibile contatto/incontro con il non profit e il volontariato classico, che spesso li percepisce come corpo estraneo:

“A un ideale tavolo del non profit porteremmo in dote la nostra spontaneità e l’importanza di concentrarci sulla più estrema prossimità, l’agire a Km zero senza l’obbligo o l’affanno di pensare in primis ai massimi sistemi. Il mio gruppo, GiraNolo, nato per divulgare la Storia del Quartiere e che opera attraverso visite guidate gratuite, è nato grazie ad un post sulla pagina Facebook Nolo Social District, promponendo l’incontro tra amanti di Storia e di divulgazione, che avessero voglia di occuparsi delle specificità artistiche e culturali del quartiere e delle storie di chi ci vive o ci ha vissuto.  Il nostro GiraNolo nasce quindi qui, opera per ora solo qui, qui si pubblicizza sulle vetrine degli esercenti di quartiere o su di un gruppo Facebook aperto unicamente a chi qui ci abita, oltre ovviamente che sulla nostra pagina. A dire il vero alcune passeggiate sono state pubblicizzate però anche sulle pagine del Municipio 2 e persino sugli inserti del Corriere e di Repubblica dedicati a Milano e a NoLo in particolare! Ci rivolgiamo inoltre specificatamente a chi, in questo quartiere, vuole scoprirne le bellezze, anche ribaltando la narrazione di una zona con solo criticità di legalità. Insomma portiamo in dote l’urgenza di concentraci sull’azione di vicinato e di radicale prossimità, anche informalmente”.

Un’associazione però ha un operato che dura nel tempo, voi non rischiate di essere vittime di un’estrema estemporaneità? “Il nostro gruppo informale talvolta ragiona sul problema, non solo generico, di resistere nel tempo. E più specificatamente su dove il prezioso lavoro di ricostruzione storica che imbastiamo per ogni uscita del GiraNoLo finirà in futuro. Testi, materiali, interviste, ricerche, ore e ore di lavoro che non vogliamo che vada perso. La nostra natura informale fa sì che una soluzione scontata a questa legittima preoccupazione sia ancora ‘pending’. Spesso abbiamo anche noi pensato di codificarci e diventare associazione. Quella di strutturarci è una spinta comprensibile, che non ci scandalizza e che torna ciclicamente come tema di serena discussione interna”.

Quindi confermi che a NoLo ti senti volontaria e ciò che fai lo rivendichi come afferente al mondo del volontariato? “Sì, il termine volontaria mi calza a pennello, me lo sento proprio mio, non solo per GiraNolo, ma anche quando porto una torta fatta in casa alla colazione di quartiere o partecipando al progetto della Spesa Sospesa, che dal basso abbiamo attivato nei mesi difficili del lockdown per sostenere concretamente chi in quartiere non aveva più sostentamento: tutte queste cose, diversissime oltretutto, sono esperienze di volontariato e mi piace che siano definite tali. Lo rivendico insomma!”.

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Un momento della colazione comunitaria nel quartiere di NoLo a Milano © Kurt Crowley

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