di Francesco Bizzini – 14 giugno 2024

“Per un calcio vicino al popolo”, da Milano a Manchester

 Come alternativa al football milionario, le esperienze di piccole associazioni di cittadini: esempi di solidarietà e gestione condivisa degli spazi

Un giovane si fa strada sugli spalti. La confusione sonora è molta, tanto chiacchiericcio, risate, qualche coro abbozzato e non finito per la premura di salutare chi è appena entrato. Per arrivare al suo posto supera un gruppo di bimbetti che giocano liberi sulle tribune, rincorrendosi senza che nessuno steward li redarguisca.

Accanto a loro i nonni, placidi, con una pinta di birra in mano, pagata a prezzo popolare e ancora più in là, appoggiati alla balaustra, i genitori intenti a chiacchierare con lo sguardo rivolto al prato verde davanti a loro. Nelle loro tasche, nelle tasche di tutti i presenti, un biglietto d’ingresso anch’esso pagato a prezzo popolare. Sotto di loro stanze per attività di volontariato rivolte al quartiere: corsi di yoga, corsi di benessere, raccolta di indumenti per i poveri e altre sale concerti e convegni per il crowdfunding.

Il colpo d’occhio è grandioso. Il ragazzo è finalmente arrivato tra gli amici e le amiche, mette giù lo zaino, tira fuori il suo stendardo che recita “ecco a voi i proprietari”, frase racchiusa in tante frecce che vanno in ogni direzione. Lo alza con fierezza. Un altro stendardo grosso, grossissimo, pendente proprio dallo spalto accanto a lui, recita “fatturiamo amicizia, non milioni”. Mancano pochi minuti all’inizio del match valevole per la quarta giornata di ritorno della Northern Premier League tra Lancaster City e i padroni di casa del F.C. United of Manchester.

No, non c’è errore, non il noto e blasonato Manchester United, quello dei Best e dei Cantona per intendersi, ma proprio lo United of Manchester. Scritto in ordine inverso. L’esatto contrario, in tutti i sensi. Perché qui la questione va oltre la quasi omonimia: è una questione di comunità locale contro politiche e interessi calati dall’alto; volontariato di prossimità contro capitalismo sfrenato che esclude i più poveri dalla pratica sportiva; valori condivisi, visceralmente insindacabili, amore per l’antico gioco del pallone opposti a quel modello che possiamo racchiudere sotto l’etichetta di calcio moderno. Nel 2005, un gruppo di tifosi scesi in piazza in aperta e virulenta polemica con l’allora nuova proprietà del Manchester United Footbal Club, cioè contro il magnate americano Malcolm Irving Glazer, decise di staccarsi e ondare il proprio club calcistico, autotassandosi, costruendo un proprio stadio di oltre 4mila posti e diventando, sul principio democratico di “una testa, un voto”, gli unici proprietari di una squadra che a oggi, oltre a essere per grandezza la terza società “con proprietà popolare” del Regno Unito, è anche obbligata, per statuto, a essere una non profit e così a rimanerci, per sempre. E lo statuto al punto 3 recita anche una cosa molto chiara e sentita per chi abita in una città dal “colletto blu” come Manchester: “il club svilupperà un forte collegamento con la comunità locale, impegnandosi a essere accessibile a tutti, senza alcuna discriminazione”. Missione riuscita, si direbbe.

Ovviamente il caso del F.C. United of Manchester non è un unicum e anche in Italia sono tantissimi i progetti calcistici che sono di fatto racchiudibili, per valori o struttura societaria, sotto la categoria calcio popolare. Secondo il sito communityfootball.it si parla a oggi di duemila atlete e atleti italiani distribuiti in una cinquantina di società, senza contare quelli tesserati e attivi in società operanti in altri contesti sportivi, come la boxe o il basket. Una categoria, comunque, molto variegata e che accomuna, da noi come altrove, esperienze altamente eterogenee e spesso irriducibili a qualsivoglia accostamento di parentela forzata.

Si va dal progetto degli ultras che hanno visto fallire la propria squadra del cuore e, visto che c’era da ripartire da zero, lo hanno fatto con un principio di azionariato popolare esteso all’intera città, paese o quartiere che sia. Oppure si passa attraverso le squadre nate come dirette emanazioni di progetti politici locali, ufficiali o più affini a quella che un tempo veniva definita “area autonoma”. Ma c’è anche chi è afferente a progetti di integrazione dei migranti e dei richiedenti asilo, progetti nati qualche anno fa attorno ai Cas, i Centri di prima accoglienza. C’è chi sugli spalti srotola striscioni contro la guerra, contro le morti bianche, contro i femminicidi e chi invece è lì per tifare solo i propri colori insieme alla propria comunità di riferimento ed è felice così.

Una delle esperienze italiane più strutturate a livello territoriale e sportivamente vincenti si trova a Firenze, ed è il Centro storico Lebowski, oggi Società cooperativa sportiva dilettantistica. Una realtà poco tempo fa salita agli onori della cronaca calcistica nazionale e internazionale per aver ospitato in prima squadra lo spagnolo Borja Valero, ex Real Madrid, Villarreal, Inter e Fiorentina, ritiratosi in lungarno a godersi la prematura pensione, ma voglioso di dare comunque una mano a un progetto sociale e sportivo “dal basso” indubbiamente affascinante. Con l’arrivo del centrocampista e il richiamo mediatico, gli acquisti delle azioni popolari che annualmente sostengono il progetto sono andate alle stelle: tantissime persone, da tutto il mondo, diventarono socie “anche se fu un po’ una bolla –racconta Matthias Moretti, responsabile comunicazione Cs Lebowski– visto che ci diede sicuramente una spinta economica e di popolarità, ma poi non erano persone che di fatto, attivamente, partecipavano alla vita del progetto”.

Perché per quelle e quelli del Lebowski la partecipazione è tutto, visto che dal giorno zero hanno come architrave statutaria e motivazionale l’azionariato popolare e la proprietà collettiva “seppure l’etichetta di calcio popolare ci è sempre parsa un po’ auto-ghettizzante, confessiamo”. Il Lebowski di oggi, di fatto, nasce come gruppo di “sfaccendati” sedicenni che, con in mano un giornale dedicato al calcio minore toscano, individua casualmente una squadra tra le più perdenti dei settori amatoriali “ma definita in quell’articolo –ricorda chi di loro c’era, ai microfoni del canale YouTube Cronache di spogliatoio– capace di spezzarsi, ma non di piegarsi”.

Era il 2004, quella squadra era l’AC Lebowski e da quel pomeriggio quegli adolescenti decisero, senza che nessuno glielo avesse chiesto, di diventare la loro –inattesa, soprattutto la prima volta– tifoseria. “Scoprimmo che si chiamavano Lebowski –continuano- perché si reputavano, a ragione, molto cinematografici nell’essere scarti di tutta la Terza categoria. Scoprimmo, una volta sul posto, che erano grigioneri, perché erano i colori delle divise che costavano di meno. Si autotassavano per giocare. Avevano un forte senso di comunità. Perdevano, ma tornavano a casa contenti e anche noi ci trovammo allora sugli spalti a sgolarci per novanta minuti, ad accendere torce, a cucire bandiere, per vedere una squadra perdere sempre. Una cosa così era stupenda”.

Ciliegina sulla torta è ovviamente un indomabile spirito goliardico che da sempre contraddistingue le curve del calcio popolare non solo di matrice toscana. Se in Liguria la storica società La Resistente Genova ha intitolato il suo spicchio di stadio Brigata Folagra in onore del collega iper-comunista del mitico ragioniere Ugo Fantozzi, la squadra fiorentina, invece, ha fin da subito dedicato la curva alla memoria di Moana Pozzi, “ultimo baluardo di un cinema di altri tempi e anche per i tanti sogni che ci ha fatto vivere quando s’era ragazzini”.

Tornando seri, un altro tema caldo che sta a cuore al Lebowski è il calcio femminile, di fatto tra i settori più bistrattati dello sport moderno e quello che, confermano, di solito in Italia viene “tagliato” a favore del mediamente più remunerativo calcio maschile, causando la diaspora e la disaffezione di intere generazioni di giocatrici che, spesso deluse, lasciano addirittura la pratica sportiva.

Un tema che da Firenze ci porta nel cuore della periferia di Milano, dove fuori dalla fermata M1 Bonola campeggia un murales dedicato alle giocatrici e ai giocatori del Partizan Bonola, squadra di calcio popolare del quartiere, così conosciuta nel territorio che addirittura capita che i suoi risultati siano argomento di acceso dibattito nei bar e locali il lunedì dopo la giornata di campionato.

“Partiamo dal fatto che mi è sempre piaciuto giocare a calcio da quando ero bambina –racconta Caterina, giocatrice e segretaria della società– Il mio desiderio era però quello di entrare in una squadra mista perché mi piaceva l’idea di giocare anche con i bambini. Purtroppo, ai tempi, cose del genere non esistevano. Nel mentre mi sono dedicata ad altri sport, lasciando la mia passione un po’ tra parentesi. E poi crescendo a un certo punto ho conosciuto la realtà del Partizan Bonola, nata nel quartiere Gallaratese, dove ho frequentato le scuole. Oggi sono giocatrice, ma siedo anche da tre anni nel consiglio direttivo, prima come semplice consigliera e adesso come segretaria. Noi ragazze portiamo sempre in consiglio la nostra voce e le nostre istanze anche se siamo una minoranza, dato che c’è una squadra femminile e tre squadre maschili e anche la curva è frequentata prettamente da maschi. Comunque sia, noi ragazze abbiamo un ruolo fondamentale all’interno della società e portiamo sempre avanti la nostra voce e le nostre istanze. Insomma, avere una squadra femminile attiva e partecipata è moto d’orgoglio per società e curva. E poi stiamo organizzando la terza edizione di un torneo femminile che abbiamo ideato noi giocatrici e dirigenti, dedicato alle sorelle Boccalini che durante il ventennio fascista, contro tutto e tutti, hanno dato vita a una squadra di calcio femminile. Sono andate bene le scorse edizioni, ospitando principalmente realtà auto organizzate, ma ci sono passate anche società che abbiamo incontrato durante il campionato CSI. Insomma, è un torneo sempre molto partecipato e per noi è un grande strumento e momento per vivere e divulgare i nostri temi forti”.

Il Partizan Bonola che, tutto, veste rosa fluo (“un colore che ha stile e che a noi tutti e tutte piaceva tantissimo”), nasce come alternativa aggregativa per i giovani di quello che da tutti i milanesi viene considerato un quartiere dormitorio. Oggi è invece forse una delle realtà di calcio popolare più connesse con il tessuto non profit del territorio di riferimento: “Il nostro obiettivo primario –conferma Caterina– rimane quello di usare lo sport come strumento di aggregazione e poi promuovere anche attività al di fuori dello sport per coinvolgere il quartiere. Abbiamo attivato tanti progetti sociali. Per esempio, durante l’emergenza del Covid abbiamo organizzato, anche con altre associazioni del quartiere e con il Municipio 8, una rete per distribuire i pacchi alimentari alle famiglie indigenti di tutta la zona. Abbiamo fatto l’aiuto spesa per gli anziani e le persone con fragilità. C’era anche il supporto psicologico via telefono. E poi anche lo scorso dicembre abbiamo realizzato l’albero di Natale del quartiere, fuori dalla fermata della metropolitana, coinvolgendo le utenti e gli utenti della comunità-alloggio Casa Betti di Milano. Inoltre, abbiamo realizzato diverse raccolte alimentari, stringendo una partnership con Fondazione Ibva e il suo market solidale gestito da Terres des hommes. Oltretutto, diverse persone del Partizan Bonola lavorano proprio lì. Per esempio io lavoro al doposcuola. E sempre con Ibva abbiamo dato vita quest’anno alla scuola calcio gratuita per le figlie e i figli delle famiglie indigenti, proprio quelle che utilizzano i servizi del market”.

Argomento più spinoso, dibattuto e che indirettamente sfida molte delle compagini che praticano calcio popolare è, invece, il rapporto delle proprie curve con la così detta mentalità ultras. Infatti molte, se non tutte, le tifoserie sono animate da supporter provenienti dal tifo organizzato classico e che hanno trovato nel calcio popolare una dimensione per uscire dai vincoli stringenti e dalla repressione che regola da venti anni il calcio tifato nelle leghe professionistiche.

Quindi se, spesso per statuto, il battersi contro l’insulto verso l’avversario e contro ogni tipo di discriminazione è implicita garanzia che fenomeni di sessismo o xenofobia non entrino sugli spalti di queste squadre, è anche vero che, seppur molto raramente, fenomeni di tensione, finanche tafferugli, si sono verificati negli anni.

“Il gruppo originale della Curva Moana Pozzi –continua Matthias Moretti– era composto da ragazzi che frequentavano la Fiesole di Firenze, ma anche da persone che addirittura non seguivano il calcio. Di certo, storicamente, quello era un periodo di grandi cambiamenti nel mondo ultras, dove vennero introdotti moltissimi divieti o paletti, limitazioni che a nostro avviso hanno soffocato la spontaneità del tifo organizzato: dallo striscione preventivamente autorizzato in questura, al divieto di tamburi, poi reintrodotti. Per l’uso di fumogeni o torce coreografiche c’è ancora oggi il daspo immediato. La cosa che con il Lebowski si voleva riconquistare era, insomma, la possibilità di fare un tifo molto libero, positivamente selvaggio, di non dover stare attenti ogni istante della partita all’eventuale punizione, alla telecamera che ti inquadra, di nascosto, per poi recapitarti a casa la diffida. Altri soggetti della Fiesole, ma non solo di quella curva e non solo ultras, videro che la cosa funzionava, che ci si divertiva molto, un po’ come percepii io stesso la prima volta che salii sugli spalti della Pozzi. Questa sensazione di felicità e di libertà ti fa tornare una seconda volta, anche perché, diciamolo, spesso ci si diverte più che in serie A, nonostante il minor spettacolo tecnico”.

La Curva Moana Pozzi a febbraio 2024, dopo l’ennesima tragedia in un cantiere per la costruzione di un supermercato, ha esposto uno striscione di aspra critica alla Firenze che costruisce senza rispetto dei lavoratori, un grido dipinto nero su bianco che recitava: “Non è una disgrazia, è la realtà. Sul nostro sangue costruite le vostre città”. Chiediamo allora come uno spirito così antisistemico e ribelle possa sposarsi con uno spirito di co-progettazione che li ha visti protagonisti di uno storico accordo con il Comune per la gestione del loro primo, grosso, impianto sportivo.

“Questo è un punto sicuramente critico –conclude Moretti– nel senso che quando poi noi prendiamo posizioni forti sappiamo che magari non è senza conseguenze. Però lo continueremo a fare perché è nella nostra natura. Allo stesso tempo pensiamo che con molti anni di ritardo ci sia stato riconosciuto un qualcosa di dovuto, come società sportiva di Firenze. Abbiamo acquistato credibilità sociale mettendo sul piatto una prima squadra in promozione, la compagine femminile, una scuola calcio da più di 200 bambini e bambine che pagano la metà della retta che viene chiesta ai piccoli nelle altre scuole calcio. Quindi il Lebowski svolge una funzione sociale importante e riconosciuta. Non potevamo proprio continuare a non avere un impianto sportivo. Tutte le società di Firenze del nostro livello hanno dove lavorare serenamente. Noi eravamo gli unici a non averlo. Il dialogo con la pubblica amministrazione è stato positivo: c’è questa idea di rimettere a posto un impianto abbandonato dove per anni si è allenato il settore giovanile della Fiorentina, prima dell’arrivo della nuova proprietà Commisso, intendo. Un’area verde, accanto al parco delle Cascine, una zona importante della città a livello di polmone verde e sociale. È un patrimonio dell’intera Firenze, che però versava in stato di inattività, dove la Uisp (Unione italiana sport per tutti) garantiva solo la custodia. Adesso in collaborazione proprio con l’Unione lo stiamo facendo rinascere: conviene al Lebowski, conviene alla Uisp, conviene al Comune e ai cittadini di Firenze. Insomma, è la comunità intera che vince questa partita!”.

Fatturiamo amicizia, non milioni, lo striscione del Football Club United of Manchester © Andy Raithby

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