di Bruno Calchera, direttore di CSR Oggi – 1 febbraio 2024

Quando la Sostenibilità perde di significato

 Dare valore e visibilità all’impatto sociale del business è un antidoto all’autoreferenzialità purché le attività di comunicazione siano ben integrate nelle strategie aziendali. Altrimenti il rischio è prestare il fianco a facili operazioni di green o social washing

Era il 2015 quando 193 paesi delle Nazione unite, tra cui l’Italia, decisero di adottare un piano di azione per garantire un futuro migliore per il pianeta e le persone. Da allora l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, con i suoi 17 obiettivi e 169 target, ha generato un forte movimento di innovazione e cambiamento che ha investito anche il mondo delle imprese, riportando l’attenzione sulle emergenze sociali al pari di quelle ambientali. I principi della sostenibilità sono stati un volano per evolvere, cambiare, migliorarsi sia dal punto di vista dei processi produttivi che delle relazioni con il territorio e le comunità in cui le aziende operano, creando lavoro e profitti.

Le società profit si sono interrogate sempre di più su cosa fare rispetto ai grandi temi del nostro presente. Ma per far sì che valori e strategie producano vero cambiamento occorrono processi concreti. Rispetto all’affermazione dei principi di sostenibilità uno dei processi più significativi degli ultimi anni è stato la transizione digitale, che ha portato il profit a dotarsi di nuovi strumenti per favorire l’impatto sociale e ambientale e che ha prodotto un forte investimento sul personale delle aziende, a partire dalla formazione. La trasformazione digitale ha segnato quindi un cambio di passo per reagire, consentendo di ripensare in modo strategico ai modelli organizzativi delle imprese.

Oltre alla digitalizzazione un altro fattore di cambiamento ha riguardato la maggiore connessione con il territorio, in particolare con il Terzo settore. Le aziende si sono accorte che non era più possibile operare processi produttivi se non legandosi al territorio perché più forte era questa connessione maggiore risultava la capacità di impattare sullo sviluppo sociale dei territori in cui si produce. Questo fenomeno è stato accentuato durante l’emergenza sanitaria da Covid-19, che ha visto un’esplosione di progetti e iniziative legate all’alleanza fra profit e Terzo settore. Le aziende hanno capito quanto gli enti fossero una risorsa fondamentale per raggiungere tutta la cittadinanza. Una valutazione attuale, perché la relazione con il territorio e il terzo settore qualifica le aziende attraverso la realizzazione di interventi in diversi ambiti, dalla cultura alla sanità.

Ma non è tutto rose e fiori. In questo trend sembra diminuire sempre di più la valorizzazione e l’impegno verso le emergenze sociali. Ciò è confermato dal progressivo squilibrio tra i fattori che compongono la sigla Esg — che sta per Environmental social governance, dove la componente sociale S risulta sottodimensionata rispetto alla E dell’ambiente. La sigla nasce per indicare i fattori ambientali sociali e di governance che il mondo finanziario ed economico è chiamato a includere nell’attuazione delle strategie produttive in modo da misurare, attraverso indicatori condivisi, l’impatto delle proprie attività rispetto al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile.

La marginalizzazione della dimensione sociale, rispetto alle tematiche ambientali può anche essere comprensibile, vista l’urgenza delle sfide legate al cambiamento climatico, a cui si aggiunge la difficoltà, da parte di alcune aziende, di capire quale valore comune attribuire al legame con il territorio e con i vari soggetti che operano in quel contesto. Passi avanti sono stati fatti: molti cda di imprese hanno affrontato il tema liberando la componente sociale da una dimensione tutta green. In qualche modo è diventato patrimonio comune l’idea di valorizzare la transizione sociale di pari passo a quella ambientale, come se fossero due componenti di uno stesso ingranaggio che viaggiano alla medesima velocità. Tuttavia, sono ancora diversi i nodi da sciogliere.

Una leva su cui agire è quella normativa, della tassonomia europea, di tutti quegli strumenti operativi che aiutino le aziende a destreggiarsi nei meandri di una materia così complessa individuando dei denominatori comuni di misurazione nella fase di rendicontazione delle attività in tema di sostenibilità. Un altro fattore di cambiamento è legato alla valutazione di impatto, ovvero alla capacità delle aziende di includere lo sguardo del sociale non solo nella fase di rendicontazione, ma in tutto il ciclo di investimento, dalla progettazione, alla realizzazione alla verifica dei risultati ottenuti.

La cultura della sostenibilità appare ben presidiata da parte delle aziende, che devono lavorare di più e meglio sulla misurazione per far crescere la S di sociale alla stregua delle altre lettere della Esg. Ma soprattutto è fondamentale che questo processo non lasci indietro le comunità, le persone e il Terzo settore. Oggi quest’ultimo è uno stakeholder imprescindibile sia per gli enti pubblici che privati. Ciò significa che è altrettanto fondamentale perlo stesso non profit, avere una struttura capace di sostenere questo rapporto e che sappia maneggiare strumenti fondamentali per arricchire e potenziare questo tipo di dialogo come il bilancio sociale e quello di sostenibilità.

Si tratta di alimentare una cultura della relazione che in molti Paesi è una pratica ben consolidata mentre in Italia la strada sembra essere ancora lunga, pur essendo stati fatti molti passi avanti. C’è poi il tema della sostenibilità delle organizzazioni, che hanno visto una progressiva minaccia alla sopravvivenza soprattutto dopo le crisi economiche e sociali degli ultimi anni. Da questa esigenza è sorta l’importanza di mettersi in contatto con altre realtà sia pubbliche che private, per valorizzare le risorse esistenti e individuarne di nuove anche attraverso attività di promozione e sensibilizzazione.

Favorire una cultura della relazione fra profit e non profit consentirebbe anche di superare dinamiche di sostegno che vanno a tamponare i bisogni sociali piuttosto che costruire soluzioni che risolvano i problemi una volta per tutte. Pensiamo a quanto accaduto nell’ultima emergenza legata all’alluvione in Romagna. Come sempre il volontariato è stato protagonista di una forte mobilitazione che ha visto migliaia di cittadini accorrere in sostegno della popolazione. Per quanto straordinario, l’impegno di volontari e associazioni non ha potuto far fronte all’emergenza economica delle attività agricole e imprenditoriali, che hanno pagato, insieme alla popolazione, il prezzo più alto di quanto accaduto. Se ci fosse stata una maggiore attenzione di tutti gli attori in

campo, in questo caso soprattutto le istituzioni, avrebbero potuto favorire interventi volti alla ricostruzione delle comunità attraverso percorsi di coprogettazione con aziende e non profit. Se il tema è quello di favorire l’impegno delle imprese nell’attuare programmi concreti di sviluppo sociale un’ultima leva può essere quella di far crescere la cultura dell’impegno sociale anche attraverso la comunicazione. Molte aziende, infatti, fanno ancora fatica a rendere noti nel dettaglio i dati del loro impegno sociale, gli ambiti di intervento in cui concentrano le risorse destinate a questo tipo di attività (cultura, sport sanità), le azioni realizzate.

Dare consistenza nei bilanci di sostenibilità alle attività di volontariato d’impresa, alle sponsorship e al differente approccio che questi interventi hanno rispetto allo sviluppo di progetti più strutturati, può fare la differenza nella percezione della responsabilità sociale di un’azienda. La trasparenza migliora i processi di sostenibilità e accresce la reputazione, ma per far propri questi principi e tradurre in azioni l’importanza della diversità, dell’equità e dell’inclusione, le imprese devono investire a tutti i livelli, attraverso percorsi di conoscenza e di crescita culturale.

In conclusione dare valore e visibilità all’impatto sociale del business è un antidoto all’autoreferenzialità purché le attività di comunicazione siano ben integrate nelle strategie aziendali, altrimenti il rischio è di prestare il fianco a facili operazioni di green o social washing per enfatizzare con claim altisonanti i valori etici dell’azienda. Senza un impegno di sistema la sostenibilità perde di significato.

Deacathlon partecipa alla Bicicivica, durante Civil week 2023 © CSV Milano

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