di Marco Benedettelli – 31 agosto 2023

Il Volontariato, porto sicuro per chi migra

 Un viaggio durato dieci anni, dall'Africa a noi e da noi all'Africa con un messaggio: l'Inclusione è possibile e l'associazionismo ne è chiave di volta. Questa è la roccambolesca storia (e libro) di successo di un migrante gambiano che, donandosi agli altri, ha costruito un nuovo futuro per sé

Musa Darboe è partito a piedi dal proprio villaggio, in Gambia, quando aveva 17 anni e dopo un decennio ci è ritornato con un romanzo in mano – il suo – e da narratore ha raccontato ai compaesani sul cortile della casa che l’ha visto bambino il proprio lungo viaggio, un viaggio ancora aperto.

“La prima goccia”, edizione Zefiro Books, (scritto assieme a Francesco Moglianesi) non è solo un libro sulla durissima rotta migratoria. È un’avventura che ci mostra come Musa sia riuscito a unirsi alle comunità che l’hanno accolto anche grazie al volontariato, in un ambiente coi suoi chiaroscuri, dove  resta tanto da fare  per la decostruzione del razzismo e dell’inclusione. È proprio in queste pagine che la forza dell’associazionismo nella storia di Musa affiora con inedito rilievo, perché come un ponte permette al giovane gambiano di approdare a una sempre maggiore consapevolezza di sé e del mondo attorno. La sua parabola diventa un simbolo dove tutti possono  ritrovarsi.

La storia di Musa Darboe è unica e irripetibile, eppure simile a quella di tanti suoi coetanei del Sud del mondo. Inizia nel suo villaggio, Manduar, con la partenza lungo una strada sterrata verso l’orizzonte, il desiderio d’un futuro con maggiori possibilità. C’è l’arrivo ad Agadez, il “punto di non ritorno”, prima delle distese incandescenti del Sahara.  Poi la Libia, con la vergogna dei suoi lager e le onde del Mediterraneo. Fino ad approdare in Italia, dove la storia di Darboe entra in un’ulteriore complessità. Non ci sono più i pericoli atroci del viaggio, questa volta la sfida è trovare una propria dimensione, giuridica e umana. In poche parole, sentirsi incluso. Ed è qui che il libro diventa ancor più interessante, perché ci porta in una dimensione che nella narrazione mediatica è ancora trascurata, tutta concentrata com’è sul dramma degli sbarchi, e molto poco su cosa avviene dopo l’approdo, qual è la vita di chi cerca una strada in Italia.

In questa prospettiva, “La prima goccia” è una testimonianza che colpisce, anche grazie alla spiccata forza morale e umana di Musa, che coglie tutte le migliori occasioni per mettersi in gioco e donarsi agli altri. Cruciale è l’incontro con la Fattoria sociale di Montepacini, un casolare nella campagna fermana dove si sviluppano numerosi progetti per persone disabili o con sindrome autistica. Qui Musa decide di fare il volontario, esperienza che segna lo scoccare d’una nuova fase. Assieme alle persone che aiuta (e da cui è aiutato) Musa costruisce una lingua comune, fatta di emozioni. Così decide di allargare il proprio impegno e inizia ad accompagnare i giovani con sindrome autistica nella corsa a lunga distanza, e diviene volontario nell’associazione sportiva dilettantistica di promozione sociale Filippide del Fermano, associazione che qualche mese fa è stata ospite di VDossier.

Da quell’esperienza nasce Soccer Dream Montepacini, una squadra inclusiva che si allenava nei campi bitorzoluti di Montepacini, formata da persone con spettro autistico e  richiedenti asilo. Dallo sport all’impegno più civico a volte il passo è breve e Musa inizia a far parte dell’associazione Save The Youth, odv dove i migranti “fanno squadra”, s’incontrano e confrontano nel proprio percorso d’integrazione.  E qui, colpo di scena, dall’associazione nasce una nuova formazione a undici, la Save The Youth Montepacini,  composta in prevalenza da persone richiedenti asilo e rifugiati, squadra possiamo dire leggendaria nei campionati di Terza categoria del fermano, e non solo.

Il club oggi si è arenato, “Per tanti giocatori, presentarsi agli allenamenti e alle partite era durissima. Un rifugiato, non dimentichiamocelo, molto spesso non ha né patente né automobile”, ci spiega con rammarico Darboe, che per il team ha coperto anche il ruolo di coordinatore tecnico.

Ma oltre la solidarietà c’è violenza e odio e Musa deve confrontarsi con il feroce razzismo che nelle Marche continuano a colpire a mietere tragedie. Proprio a Fermo, nel 2016, Emmanuel Chidi Namdi, richiedente asilo, viene aggredito e ucciso da un cittadino fermano. La città si spacca tra innocentisti e colpevolisti. È da questo trauma che prende il via, nei mesi che seguono, StandUp Lab, associazione culturale formata da giovani e persone migranti, dove Darboe partecipa con impegno e generosità, organizzando incontri e iniziative, per la decostruzione del razzismo, per la convivenza e l’inclusione.

E così, un anno dopo l’altro, un’esperienza e una consapevolezza dopo l’altra, “La prima goccia” ha preso sempre più forma nella mente del suo narratore. Durante il lockdown Musa ha sentito la voglia di condividere quello che aveva dentro. “Ho voluto scrivere in lingua italiana, per rivolgermi a chi mi ha aiutato”, spiega. Ma ora il libro è tradotto anche in inglese e tanti gambiani hanno avuto modo di leggerlo. A consegnare le prime pagine alla casa editrice Zefiro è Marco Marchetti, il coordinatore della Fattoria sociale di Montepacini con cui Musa, come si legge, molto si è confrontato in questi anni, fino a farne il suo “secondo padre”. Da qui il manoscritto è finito nelle mani di Francesco Moglianesi, editor e coautore del romanzo:  “Era un nucleo di venti pagine. Contenevano un grande desiderio di raccontarsi, che mi ha colpito.  Abbiamo iniziato a lavoraci, sviluppando in nuclei tematici le emozioni che c’erano in quei fogli. L’acqua è divenuta il filo narrativo”,  racconta Moglianesi, che per  quattro mesi ha intervistato Musa su Skype ogni giorno, anche nei fine settimana.

Oggi “La prima goccia” è alla sua quinta ristampa, con 1500 copie vendute, tante per i numeri della piccola editoria italiana. Le presentazioni sono state una miriade, nelle Marche, in Italia, nelle scuole, nei circoli, nei centri sociali, persino casa per casa, e il libro è approdato lo scorso 6 luglio in Senato per una presentazione istituzionale. Ma i momenti più importanti sono stati in Gambia, il primo ad Accar, alla presenza di leader politici e tv di Stato venuti ad accogliere Musa “come si ascolta un uomo importante”, scherza lui. Ma ancor più intensa è stata la serata nel suo villaggio nativo, a Manduar, davanti al fuoco e sotto le stelle e al ritmo di canti e danze della sua gente. Lì un cerchio simbolico si è completato. “Ho capito che la mia storia era ormai di tutti, che era scritta per chi, come me, era riuscito a compiere il suo viaggio e per chi nella rotta migratoria ha perso la vita”. Nel villaggio Musa ha fatto incontrare due mondi. C’erano i suoi amici italiani che in questi anni gli sono stati affianco e c’era la sua famiglia gambiana che lo ha abbracciato. “Il diverso colore della nostra pelle in quel momento mi è apparso come una forza, perché proprio nella differenza ci sentivamo tutti ancora più uguali”.

Ora Musa non vive più in Italia, si è trasferito a Stoccolma per continuare a seguire con tenacia il suo sogno di divenire avvocato. Buon per lui, ma peccato, viene da dire, per l’Italia che si è lasciata sfuggire una persona così forte e generosa, che anche grazie al volontariato è riuscita a creare un contatto profondo con la realtà attorno a sé fino a cambiare, in meglio, le cose.

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La pluripremiata "Save The Youth Montepacini", squadra di calcio nata da un'idea dei migranti di Save The Youth Odv

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