di Monica Cerioni – 5 giugno 2023

La sfida: come misurare il peso economico del non profit

 Dalla Johns Hopkins University all’Istat, sempre più enti di ricerca si interrogano sui metodi per valutare l’impegno degli attivisti. La situazione in Italia vista da Tania Cappadozzi, ricercatrice dell’istituto di statistica, e da Laura Berardi, docente dell’ateneo Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara

“Quel che non si conta, non conta”. Ne era fermamente convinto Lester Salamon, fondatore del Centro per gli studi sulla società civile della Johns Hopkins University, considerato uno dei massimi esperti della misurazione del non profit, che riteneva un passaggio obbligato per riconoscere e far riconoscere al Terzo settore il peso e il ruolo che ha.

Già, ma come si può misurare il valore dell’impegno volontario? Si può quantificare anche in termini economici? E soprattutto perché farlo? Parlare di valorizzazione economica del volontariato può sembrare una contraddizione e far storcere il naso, proprio per la natura intrinseca dell’oggetto di valutazione, l’impegno solidale, volontario e gratuito appunto, ma su questo tema nella letteratura dedicata al volontariato, ci sono già anni di studi, sperimentazioni e ricerche, realizzati anche con l’apporto di alcuni Csv. Solo addentrandosi nel ragionamento da punti di vista differenti, si possono cogliere le diverse implicazioni, le “applicazioni” e i   possibili risvolti che può avere la valorizzazione del lavoro volontario.

Occorre partire in particolare dal “Manuale sulla misurazione del lavoro volontario” pubblicato nel 2011dall’Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro), in collaborazione con il centro della Johns Hopkins che definisce e codifica il lavoro volontario e applica un metodo per misurare, in valore economico, i volontari e le loro attività.

“L’organizzazione internazionale del lavoro va oltre la definizione di lavoro come occupazione retribuita”, spiega Tania Cappadozzi, ricercatrice Istat, dove è responsabile dell’indagine Uso del tempo e misurazione del lavoro volontario, “perché al benessere del Paese contribuiscono tanti tipi diversi di lavoro, tra cui il lavoro familiare e quello volontario che non sono retribuiti. Dunque il benessere può essere misurato affiancando quello che c’è sul mercato e quello che c’è fuori, che però è altrettanto essenziale. Da qui nasce la necessità di comparabilità e definizione condivisa, che porta alla creazione di un ‘conto satellite’ da affiancare alla contabilità nazionale, per determinare il valore economico di queste altre forme di lavoro”. Secondo il manuale Ilo, definizione aggiornata al 2013, per lavoro volontario si intendono le attività, condotte nelle quattro settimane precedenti l’intervista, svolte in modo gratuito a beneficio della collettività (esclusi i familiari, anche non conviventi) e del bene comune, sia tramite forme organizzate, sia – novità assoluta del 2011 – con un impegno individuale come singoli.

Istat è stato coinvolto da subito nell’adozione e implementazione del Manuale Ilo, lavorando su queste definizioni anche in collaborazione con Csvnet e la fondazione Volontariato e partecipazione. Da questa collaborazione è nato il modulo e quindi la prima rilevazione sul lavoro volontario nell’indagine Istat “Aspetti della vita quotidiana” condotta nel 2013, che ha stimato in 6,63 milioni di persone il numero di volontari in Italia, 4,14 milioni i cittadini che svolgono la loro attività in un gruppo o in un’organizzazione e tre milioni quelli che si impegnano in maniera non organizzata.

Per ciò che riguarda invece la valorizzazione economica, cosa è emerso? “Quello che siamo riusciti a fare con l’indagine 2013 è stato quantificare quante persone hanno fatto lavoro volontario, che cosa hanno fatto nello specifico e per quante ore”, risponde Cappadozzi, “le attività gratuite dei volontari sono state equiparate alle professioni presenti nel mondo del lavoro, secondo la classificazione CP2011 in Istat, con cui le professioni vengono appunto valorizzate. Nel senso che si attribuisce una retribuzione standard alle diverse tipologie di professioni: quello è il valore prodotto. La stessa cosa si può fare con il valore del volontariato e per la prima volta l’abbiamo dimostrato con i dati 2013. Il non classificato è molto poco”, continua Cappadozzi, “il che significa che quasi tutte le professioni che si svolgono nel lavoro volontario sono effettivamente equiparabili con quelle del mercato del lavoro. Per cui si può dare un valore a quell’attività svolta. Quello che è risultato non classificabile è riferito soprattutto alle attività dei donatori di sangue, che, pur essendo anch’esse attività di volontariato, secondo il manuale Ilo 2011, non hanno ovviamente un equivalente professionale nel mercato del lavoro”.

Entrando nel merito di questi risultati, emerge che la maggior parte dei volontari si dedica ad attività tipiche delle professioni tecniche (il 32,3 per cento dei volontari organizzati e il 16 per cento dei volontari individuali) e ad attività riconducibili al settore del commercio e dei servizi come quelle connesse alla cura di bambini, anziani e malati e quelle tipiche della ristorazione (il 23,6 per cento dei volontari organizzati e il 44,3 per cento dei volontari individuali). Insomma, una serie di risultanze nuove e inedite che non erano mai state elaborate prima, completate dalla mole di ore dedicate al volontariato. Con un impegno medio di 19 ore per volontario in quattro settimane, le attività volontarie svolte dai 6,6 milioni di persone nel mese di riferimento si traducono in circa 126 milioni di ore totali di lavoro volontario. “Da qui possiamo fare degli esercizi di valorizzazione per dare un quadro di riferimento di quanto pesa il lavoro dei volontari”, prosegue nel ragionamento Cappadozzi, “considerando, ad esempio, una settimana lavorativa di 36 ore, l’ammontare del lavoro volontario si può considerare equivalente a circa 875mila unità occupate a tempo pieno.  Abbiamo stimato che un settore come l’agricoltura produce complessivamente meno ore di lavoro, cioè l’attività fatta dai volontari pesa di più”.

A distanza di dieci anni, è attualmente in corso una nuova rilevazione analoga, all’interno dell’indagine “Uso del tempo”, che diventa la fonte Istat per ciò che concerne il lavoro non retribuito e dovrebbe svolgersi ogni cinque anni.

“La contabilità per fare il conto satellite deve comprendere più fonti (Censimento non profit, dati dei registri di settore, dati da fonte volontari) metterle insieme e renderle coerenti, cercando di validare le informazioni. Finora con i soli dati del 2013 non siamo riusciti a farlo”, prosegue Cappadozzi, “ora con due punti, 2013 e 2023, si spera di riuscirci”.

Se l’istituto nazionale che è principale produttore di statistica ufficiale va in questa direzione, viene da chiedersi nuovamente perché è così importante indagare il lavoro volontario.

“L’idea è quella di fornire al decisore politico una quantificazione. Se metto un euro a sostenere il mondo del volontariato, quanto ritorna? In soldoni si tratta di questo, perché il policy maker agisce in termini economici” conclude Cappadozzi, “perché investire denaro pubblico nel finanziamento di progetti e attività del terzo settore? Perché ritorna X più 1. Quindi oltre al portato sociale, c’è anche un’importanza economica del settore che è in crescita e in trasformazione. Ai decisori servono numeri precisi per avere idea di come generare un impatto sul benessere del Paese. E servono anche al Terzo settore. Come rivendicare ruolo e peso, senza mettere l’opinione pubblica di fronte ai numeri? Ci sono ovviamente una serie di impatti sociali, che sono importantissimi e sono stati ampiamente indagati. Ma affiancare anche il valore economico non è una svalutazione del valore sociale”.

Su questa stessa lunghezza d’onda è anche Laura Berardi, docente del dipartimento di Economia dell’università D’Annunzio di Chieti-Pescara, che dopo aver collaborato con Lester Salamon e il suo team negli Usa, sempre nel 2013 ha curato insieme al collega Michele Antonio Rea la ricerca “Il valore del volontariato. La misurazione e la rendicontazione del valore economico e sociale del lavoro volontario”, promossa su iniziativa congiunta del dipartimento di Economia dell’università abruzzeese e l’allora Centro di servizio per il volontariato della provincia di Chieti (oggi nel Csv Abruzzo). Probabilmente è la prima ricerca del genere con l’applicazione del metodo Ilo a casi specifici, è stata uno studio empirico condotto su quattro organizzazioni di volontariato, con l’obiettivo di sperimentare metodi di misurazione e rendicontazione del lavoro volontario adatti alle organizzazioni anche di piccole e piccolissime dimensioni e di verificarne l’efficacia in termini di gestione delle attività di volontariato, di motivazione dei volontari, di partecipazione degli stakeholder.

“Dapprima è stato fatto un percorso di formazione con le odv sul metodo, su quali dati raccogliere”, spiega Berardi, “poi, sulla base dei dati da loro forniti nel tempo, abbiamo provato a fare una valorizzazione applicando il metodo Ilo e facendo riferimento ai salari medi rintracciabili dall’Istat”.

Tralasciando i dati numerici, come se la sono cavata le organizzazioni coinvolte e con quali esiti? “In generale è stato un esercizio di accountability che ogni organizzazione ha potuto poi spendersi nelle relazioni con i suoi portatori d’interesse”, risponde la docente, “ma la cosa positiva è che alcune organizzazioni, da quell’esperienza hanno poi continuato a raccogliere in maniera più sistematica dati riferibili all’impegno dei volontari e questo produce un effetto positivo anche in termini di motivazione del personale. La letteratura lo dice, ma la pratica lo dimostra: comunicare il valore economico del volontariato dà una misura, seppur parziale, di quello che di fatto è il contributo di ognuno all’obiettivo dell’organizzazione stessa”.

In Italia però, la pratica della valorizzazione economica del volontariato non ha mai preso piede, forse anche perché è stato sempre un aspetto lasciato alla volontarietà delle organizzazioni, anche nel percorso normativo della riforma del terzo settore. “È proprio un fatto culturale”, precisa Laura Berardi, “il non profit negli Usa ha una connotazione molto diversa. Le charities fanno dei numeri da imprese e quindi anche il volontario viene visto come forza lavoro che in qualche modo contribuisce all’economia di quell’organizzazione; dunque, bisogna dare conto di quella forma di contribuzione. Da noi, molto spesso, soprattutto nelle piccole organizzazioni, se parli di valorizzazione economica del volontariato sbarrano gli occhi come se fosse una contraddizione in termini, la gratuità è un valore assoluto e questo ragionamento appare come volerla snaturare. Tutta la ricerca sul terzo settore a livello globale portata avanti da Salamon e dal suo gruppo si è basata su questo approccio: se non quantifichiamo l’apporto del terzo settore in generale, non diamo una misura di quello che valiamo, e per il volontariato vale lo stesso. Però per molti c’è un retaggio culturale che è d’impedimento a comprendere le ragioni del perché è utile assegnare quantomeno una stima del valore economico al lavoro volontario”.

In questo quadro, in cui si intrecciano metodi standard di misurazione, ricerca statistica e studi sperimentali, dal 2016 è arrivata anche la riforma del Terzo settore, con tutto il suo complesso di normative, in alcune delle quali sono introdotti dei riferimenti al tema della valorizzazione.

“Il concetto di valorizzazione del lavoro volontario non parte dal Codice terzo settore”, chiarisce Manila Antomarioni, commercialista e revisore legale dei conti, consulente di enti non profit, “un primo indicatore c’è nel Decreto ministeriale del 5 marzo 2020 sugli schemi di bilancio degli Ets, quando si fa riferimento alla possibilità di riportare, in calce al rendiconto gestionale, i proventi e i costi figurativi, all’interno dei quali sta anche l’apporto dei volontari. Si introduce il tema ma come un’opportunità, non come un obbligo, e dando come parametro la valorizzazione della forza lavoro, in termini di costo orario di un lavoratore retribuito che svolga quella specifica prestazione, moltiplicato per le ore di lavoro volontario. La norma introduce il concetto come facoltà, e dà un indicatore di massima, ma non dà indicazioni oggettive sul come farlo”.

Un altro riferimento alla valorizzazione è presente anche nel decreto ministeriale sulle attività diverse, il n. 107 del 19 maggio 2021, poiché si dice che tra i costi complessivi dell’organizzazione si può tener conto anche dei costi figurativi, tra cui ricade anche il lavoro volontario. Quindi, anche se solo come possibilità, il concetto è riconosciuto e introdotto dalla normativa nella rendicontazione economica di un Ets, ma quanti lo hanno effettivamente riportato nei loro bilanci? “Tendenzialmente gli enti più piccoli non lo fanno perché non ne hanno la capacità. Negli enti un po’ più strutturati, c’è una maggiore predisposizione a farlo”,  commenta Antomarioni, “io seguo enti di diverse dimensioni, e direi che manca proprio la cultura e la prassi di monitorare questi dati. Spesso non sono dati certi e raccolti in forma rigorosa, ed è il motivo per cui poi non possono essere valorizzati. E questo è un limite. Perché valorizzare il lavoro volontario è utile sotto tanti punti di vista, per esempio quando si chiedono contributi pubblici o si partecipa a bandi”. Già. Bandi e avvisi di finanziamento a sostegno dei progetti degli Ets, che includono la valorizzazione delle attività dei volontari, sono interessanti per le organizzazioni, poiché in genere il valore di questa misurazione può essere inserito come quota di co-finanziamento richiesta all’ente dal bando stesso. A tal proposito, a livello nazionale la valorizzazione delle attività di volontariato fu una novità assoluta dei bandi ex legge 266/91 per progetti sperimentali e innovativi promossi da odv.

“Il primo inserimento della valorizzazione delle attività di volontariato risale all’avviso del 2010”, ricorda Sabina Polidori, ricercatrice Inapp (Istituto nazionale analisi politiche pubbliche), che a suo tempo era responsabile della segreteria tecnica dell’Osservatorio nazionale volontariato, del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, “ma prima di arrivare a questo inserimento nell’avviso, lavorammo in un percorso di confronto e dialogo tra i soggetti di riferimento e gli organismi di controllo. Fu un processo interessante, per far sì che i contenuti viaggiassero insieme alla parte contabile, spiegando alla ragioneria, sia all’ufficio centrale di bilancio che alla Corte dei conti, cosa s’intendeva per valorizzazione, ovvero dare valore a ciò che si produce come bene sociale. E abbiamo fatto vedere come tutto funzionasse ed era organizzato, prendendo a riferimento le esperienze pregresse più consolidate”. In questo bando, si parlava di valorizzazione delle attività di volontariato, esclusivamente all’interno della quota di contributo a carico dell’organizzazione proponente (nel limite del 10%), e per la valorizzazione erano presi come parametri di riferimento le tariffe tabellari della contrattazione collettiva delle cooperative sociali.

“Il target della direttiva erano piccole realtà di volontariato, dunque era una quota con cui compartecipavano alla realizzazione di un progetto, valorizzando le attività gratuite dei volontari, perché portano un valore aggiunto con un peso sociale ed economico”,  spiega Polidori, “dalla sperimentazione del 2010, che abbiamo portato anche all’attenzione dell’Unione europea con il Piano italiano d’azione per l’anno europeo del volontariato 2011, la valorizzazione è proseguita fino al 2016. Poi l’esperienza si è arenata, c’è stata la Riforma, che ad oggi è nel pieno del suo cammino attuativo”. Oggi infatti ci sono l’avviso nazionale di finanziamento attività ex art.72 del Cts e gli avvisi a livello territoriale, di competenza delle Regioni e province autonome, ma fatta eccezione per alcuni casi, in questi non si rintracciano riferimenti alla quantificazione e valorizzazione economica delle attività dei volontari. “Sono dell’idea che si è perso qualcosa”, conclude Polidori, “cultura della trasparenza è dare conto non solo della spesa contabile, quantificabile come valore oggettivo, ma anche come valore sociale, il che si ricollega all’impatto sociale che le attività di volontariato generano in tutti gli ets e nelle comunità. Ma ci vogliono accompagnamento al tema, competenze e compartecipazione. Sulla valorizzazione auspicherei che ci si rimettesse attorno a un tavolo, per primi i Csv e il Forum del Terzo settore”. In anni recenti la valorizzazione delle attività di volontariato è stata inserita nelle prime edizioni dei bandi della Regione Lazio denominati “Comunità solidali”, come quota di co-finanziamento dell’Ets, ma poi negli ultimi bandi non è stata più presente.

“Come Csv Lazio abbiamo sempre sostenuto il tema della valorizzazione come un’opportunità”, spiega Giuliana Cresce, area progettazione Csv Lazio, “perché permette alle associazioni di veder riconosciuto quello che i volontari fanno e di poter coprire la quota di co-finanziamento senza dover attingere alle proprie casse, il che è fondamentale. Per la mia esperienza di supporto nelle diverse fasi dei progetti, ho notato che le associazioni non ne hanno compreso appieno la portata e l’applicazione in termini di rendicontazione e strumenti da usare. In qualche contesto, l’esperienza dei primi bandi ha contribuito a promuovere una maggiore cultura della valorizzazione, ma nelle associazioni più piccole, meno strutturate, questi concetti faticano proprio ad entrare”.  

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