di Francesco Bizzini – 31 maggio 2023

Il volontariato ribellle: se l’attivismo viola le regole

 Da Ultima generazione a Critical mass: imbrattano monumenti e occupano strade con le biciclette; ma lo scenario è più complesso e va oltre le critiche scontate

“Piazza della Signoria è il museo più grande, più bello, gratuito e a cielo aperto…”. Queste le ultime parole che hanno preceduto lo scatto, ormai diventato virale, del sindaco di Firenze Dario Nardella per fermare gli attivisti di Ultima generazione, intenti a imbrattare la facciata di Palazzo Vecchio. Un’azione rivendicata per protestare contro il rifiuto della commissione di bilancio di accogliere gli emendamenti al Pnrr per il taglio di sussidi pubblici alle fonti fossili.

Si può però definire volontariato un’azione che per raggiungere il suo nobile scopo infrange la legge? La risposta sembrerebbe essere no, secondo la Carta dei valori del volontariato, documento nato nel 2001 da una riflessione nazionale alla quale hanno partecipato numerosissime organizzazioni coadiuvate da esperti, studiose, curata da Csvnet, l’associazione che rappresenta a livello nazionale ed europeo i Centri di servizio per il volontariato. Infatti al punto 8 dei 24 che tratteggiano l’identità e le finalità comuni del volontariato italiano, si legge che tra le responsabilità fondamentali c’è proprio la diffusione dei valori di legalità.

Fuori dal perimetro del volontariato più classico, normato e inquadrato, però lo scenario è molto più complesso. Fuori da esso vive di fatto un mondo più fluido, un sottobosco popolato da ciò che da un decennio gli studiosi chiamano “volontariato informale”. 

Secondo gli unici dati disponibili pubblicati da Istat nel 2014 sono circa 3 milion di cittadine e cittadini che, da soli o in gruppo, senza votarsi a una particolare struttura associativa, fanno sentire comunque la propria azione sociale sui territori a loro più prossimi. Ed è proprio in questa ampia e variegata fetta di “indipendenti” che si collocano singoli o gruppi che, in maniera più o meno appariscente, decidono di perseguire la propria missione sociale scavalcando determinate regole e leggi.

Pochissimo mossi da un ribellismo velleitario e spensierato, agiscono pienamente consapevoli di ciò che esso comporti in termini di responsabilità civili e penali. Potrebbe sbagliare, quindi, chi pensa che questo tipo di volontariato, o attivismo, sia afferente solo ad aree culturali e politiche storicamente dedite al perseguire pratiche antiautoritarie.

Il grado di rottura con il sistema legislativo varia a seconda dei casi, in uno scenario difficile da etichettare e cristallizzare. Si va da chi pratica la guerrilla gardening, cioè una forma di “giardinaggio riqualificante”, illegale perché praticato senza alcun permesso su terreni o arredi pubblici, sui quali non si ha il diritto di agire o coltivare. A chi, complice le tenebre, si munisce di vernice e traccia in autonomia una pista ciclabile clandestina per cercare di forzare l’amministrazione ad accelerare sulla creazione di percorsi protetti per le due ruote e la mobilità dolce. Inoltre, in questa variegata famiglia di “fuorilegge del bene” il grado di visibilità è altrettanto variabile. C’è chi opera da solo per non dare nell’occhio e c’è chi opera apposta in gruppo, a favore di telecamere, nella maniera più visibile possibile, proprio per legare il gesto a un messaggio di radicale cambiamento.

Più storica è per esempio la Critical mass, esperienza ciclistica nata nel 1992 a San Francisco e importata poi a Pisa, Milano, Roma, Torino, Bologna, Brescia, Firenze, Cagliari, Pescara e Bari. Un evento capace di radunare dalle decine alle migliaia di ciclisti urbani in una pedalata senza meta, senza leader, colorata quanto caotica, capace di paralizzare la viabilità cittadina. Un evento, in molte città a cadenza settimanale, nato per ribadire che la vita di chi è su due ruote non solo conta, non solo chiede spazio, ma è capace di prenderselo direttamente, senza mediazioni.

Negli ultimi mesi, però, il posto d’onore nelle cronache se lo sono guadagnati altri volontari che si riuniscono, sempre senza leader, sotto il nome di Ultima generazione. Di certo il più giovane, e il più radicale nell’infrangere le leggi, questo gruppo compie azioni di disobbedienza civile nonviolenta per ottenere misure di contrasto al collasso ecoclimatico a cui il pianeta sta andando incontro a causa delle troppe emissioni.

I loro blocchi stradali e l’imbrattamento estemporaneo con vernici lavabili di palazzi, pinacoteche, monumenti hanno scatenato il dibattito pubblico in maniera molto polarizzante.  Ma da quale ambiente sociale arrivano queste volontarie e volontari? E perché hanno deciso di imbarcarsi in esperienze così fuori dal comune? “Il mio primo contatto con la guerrilla gardening è stato tramite un’amica d’infanzia e che ha scritto la tesi su questo fenomeno internazionale, riflettendo sul suo favorire la rinascita di luoghi, per esempio frequentati dalla grave emarginazione”, afferma Leandro “Paradoxa” Grillo, attivista romano di 32 anni. “La prima azione – racconta – la feci in un’area cani, dove c’era dell’erba alta. Il mio cane dopo una corsa tornò con una zampa ferita per un coccio di bottiglia, calpestato tra gli arbusti. Quel giorno avrei voluto ammazzare qualcuno, ma poi sono riuscito a convertire quella rabbia nell’andare a comprare un falcetto. Piano piano ho tagliato tutto il prato. Oltretutto è stato anche un modo per tenermi impegnato e in salute durante le limitazioni del lockdown. Da lì ho ampliato il range d’azione a tutto il comune di Marino, ai Castelli Romani, dove risiedo”.

Anche per Ismaela, 24 anni e da uno in Ultima generazione è un debutto: “Non ho esperienze pregresse nel volontariato, diciamo, classico. Ho ovviamente sentito sempre a cuore il tema dell’ambiente, ma sinceramente posso dire che il meritorio impegno delle realtà classiche dell’ambientalismo italiano non mi ha mai attirato più di tanto. Ho anche partecipato ai cortei di Fridays For Future, ma non sono mai entrata nel gruppo organizzativo. Quello che però ho visto è che questi cortei, a parte l’entusiasmo della novità iniziale, venivano sistematicamente ignorati dai media e dal dibattito pubblico. A livello di opinione pubblica e diffusione mediatica, invece, ho subito compreso quanto Ultima generazione bucasse più velocemente questa cortina di disinteresse e così sono entrata a farne parte. Ciò che ha fatto scattare il colpo di fulmine con una realtà come Ultima generazione – precisa Ismaela – è aver conosciuto la bontà del loro metodo: la disobbedienza civile nonviolenta. È proprio questo metodo che permette di ottenere risultati di visibilità su temi vitali come i nostri, in relativo poco tempo, oltretutto impiegando un numero basso di persone nelle azioni. Mi ha anche affascinato la nonviolenza non solo applicata all’atto in sé, ma proprio a ogni aspetto del nostro vivere come gruppo di attiviste e attivisti: comunichiamo in maniera nonviolenta tra di noi e con le persone che incontriamo ogni giorno, fuori e dentro le azioni”.

Dalla Critical mass milanese c’è però chi ribadisce con forza di non voler essere percepito come entità aliena al mondo del non profit, anzi rivendica che il contatto con tale area, per loro, è sempre stato una certezza. Nessuna rottura, insomma, anzi. Un’esperienza così “scapigliata” ha portato molto al tessuto sociale milanese, svela Davide “Zeo”Branca, 56 anni e da venti attivista pedalante: “La Critical mass costantemente, da oltre due decenni, parla al non profit meneghino e lo fa con il suo stile generativo. In questa broda primordiale del giovedì sera, soggetti diversissimi si sono conosciuti e aggregati mentre pedalavano insieme, fondando associazioni, esperienze solidali, progetti strutturalmente più ‘classici’ e vicini al tessuto associazionistico storicamente presente in città. Quindi chi va in Critical mass non è alieno al mondo del sociale più tradizionale. Si vuole però partecipare con uno stile un po’ diverso. Questo sì”.

E lo stile dei ciclisti urbani ribelli spazia realmente in un spettro che va dal forzare le istituzioni a fare il proprio dovere fino, in casi assolutamente limitati ed estremi, ad azioni dirette contro le quattro ruote. Al primo caso appartengono per esempio la creazione di “ciclabili clandestine”, nottetempo tracciate illegalmente dove i ciclisti si sentono più a rischio e dove i comuni a loro detta tardano ad agire.

Oltre a Milano è successo anche a Brescia, dove la mattina di venerdì 14 ottobre 2022 gli abitanti si sono svegliati trovando circa 200 metri di ciclabile disegnata a terra in via Turati. Il gesto è stato rivendicato da anonimi sul quotidiano online Brescia oggi adducendo che “c’è bisogno di coraggio per progettare la città con gli occhi di domani. Sta a noi accelerare il cambiamento”. Di natura più controversa le azioni perpetrate negli ultimi mesi dal collettivo autodefinito delle Suv-versive che sia a Torino che a Milano hanno direttamente bucato le ruote di diversi suv. Il gruppo ha lasciato sul cruscotto volantini che, insieme a rivendicazioni ambientaliste, recavano un messaggio di scuse “per il disagio creato ma, considerata l’arroganza che deriva dal possedere un suv e la criticità dell’emergenza climatica, riteniamo che azioni non violente come questa siano diventate necessarie. In fondo conviene anche a te”.

Lasciando da parte questi episodi estremi, c’è chi accusa anche le attiviste e gli attivisti più pacifici e meno fuorilegge, comunque, di essere mossi da un individualismo spiccio e autoreferenziale: “Mi rendo conto – aggiunge Leandro – che nel mio agire da guerrilla gardener c’è tanto individualismo e un po’ di egoismo, ovviamente a fin di bene. Ma non agisco quando calano le tenebre, di nascosto. Lo faccio volutamente di giorno, alla luce del sole. Perché sono convinto che non ho nulla da nascondere e che il mio agire non può essere criminalizzato. Anzi farlo davanti a tutti, mi ridona quel confronto con la cittadinanza, trasformandolo da un gesto individualista a un gesto comunitario. Perché discutendo con la cittadinanza riusciamo a ricordarci vicendevolmente che non esiste uno Stato in sé al quale attribuire incuria e inefficienza, ma che lo Stato siamo noi, tutte e tutti, in prima, diretta, persona. E questo dialogo sul posto, iniziato durante l’azione, grazie ai social e alle opportunità mediatiche si allarga, continua, rilancia la voglia di fare di più, individuando altre criticità da sanare, soluzioni magari ancora non sperimentate, agendole in prima persona”.

Anche la radicale Ultima generazione, per voce di Ismaela fuga ogni dubbio sulla natura “egoista” delle loro azioni: “Non ci sentiamo individualisti nel nostro agire e non ci sentiamo neanche avanguardisti che lasciano indietro chi la pensa come noi, per fughe in avanti velleitarie. Mi dispiace se diamo questa impressione, ma non è così. Noi siamo consapevoli della radicalità, seppur nonviolenta, delle nostre azioni. Siamo consapevoli di creare attriti con la cittadinanza, ma non ci divertiamo di certo nel farlo. Ci mettiamo, e vi prego di credermi, molta empatia in quello che di disobbediente facciamo. Siamo veramente in ascolto durante le nostre azioni. Ci spiace, quindi, tantissimo di recare disturbo per perseguire la nostra battaglia, ma il disagio creato dura pochi minuti o, nel caso dell’uso di vernice lavabile su edifici o oggetti, è di facilissima rimozione. Certo che siamo e saremo sempre oggetto di odio, ma ci sono tantissime persone che di contro, vedendo ciò che facciamo, ci sostengono. Anche perché hanno capito che agiamo non per un nostro tornaconto, ma per cercare di salvare tutte e tutti dal tracollo climatico”.

Un momento della Critical Mass a Milano © alessandro fornasetti www.imagefactory

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