di Francesco Bizzini – 17 aprile 2023

Critical Mass, ribellarsi è generativo

 Ogni giovedì sera, da più di vent'anni, il traffico di Milano è messo alla prova da un serpentone rumoroso e festoso di biciclette, che rivendicano spazio e sicurezza. VDossier ha intervistato uno degli storici promotori

Davide Branca è conosciuto da tutti i ciclisti urbani milanesi come “Zeo”. Oggi ha 56 anni e nel 2003 era tra i pionieri che decisero di importare da San Francisco una forma di attivismo e di protesta ciclistica inedita, chiamata Critical Mass. L’azione è semplice: darsi appuntamento per un giorno ricorrente della settimana, qualsiasi condizione climatica ci sia, salire in sella con altre decine (e alle volta centinaia o migliaia) di ciclisti e invadere senza meta le vie più trafficate della metropoli, avanzando a ritmo rilassato, non curanti dello strombazzare degli automobilisti bloccati in coda. Lo fanno di certo per prendersi quello spazio che una grande città tende a togliere alla mobilità dolce e per rivendicare il diritto a spostarsi in sicurezza, ma non solo.

Cosa spinge di fatto una cittadina o un cittadino a preferire questa forma di attivazione piuttosto a una partecipazione “classica” presso l’associazionismo storico dedicato alla bicicletta o all’ambiente? “Il fascino di un’esperienza informale come la Critical Mass – confida Branca -mi è arrivato potente perché è una forma di attivismo non catalogabile. Inoltre è sempre in evoluzione visto che i partecipanti cambiano di volta in volta. Insomma, tiene insieme uno stile aggregativo tipico del progetto sociale, ma nel contempo è caotico e irriverente. Elementi che non trovi spesso in altre aggregazioni sociali e politiche. Infatti sebbene l’esperienza qui a Milano nasca 21 anni fa in seno al Deposito Bulk, quindi nel mondo dei centri sociali, nel tempo questa forma di attivismo ciclistico è veramente diventata un unicum, mutando costantemente, trasformandosi in un rito di benessere, felicità dal basso, dove si celebra la bicicletta e il suo stile di vita urbano. Addirittura, ultimamente, a pedalare con noi viene anche un antropologo, proprio per studiare questa stranissima creatura che si attiva ininterrottamente ogni giovedì, da oltre due decenni, lockdown escluso”.

Chi partecipa di solito alla Critical Mass? “Chi aderisce appartiene non tanto al macro gruppo chi usa la bicicletta in sé, no. La Massa attira il ciclista urbano, che differisce un po’ dal ciclista classico. Quest’ultimo molto spesso vede la bici come semplice mezzo di svago e/o per spostarsi dal luogo A a quello B. Il ciclista urbano, proprio per un fattore di sopravvivenza, ha invece una consapevolezza politica che grida a gran voce la necessità di cambiamento di stili di vita, proprio a misura di pedalata. La bici per noi è quindi una dimensione esistenziale, che indica come ci vogliamo porre sullo scacchiere metropolitano. E grazie alla Critical Mass ci sentiamo meno soli, meno cani sciolti. Anche per questo ci aggreghiamo in una massa”.

Ma con le vostre pratiche non vi posizionate un po’ distanti dal mondo sociale e associazionistico classico? “La Critical Mass costantemente, da oltre 20 anni, parla al non profit meneghino e lo fa con il suo stile generativo. In questa broda primordiale del giovedì sera, soggetti diversissimi si sono conosciuti e aggregati mentre pedalavano insieme, fondando associazioni, esperienze non profit, progetti strutturalmente più ‘classici’ e vicini al tessuto associazionistico storicamente presente in città. Quindi chi pedala con noi non è alieno al mondo del sociale più tradizionale. Ci vuole però partecipare con uno stile un po’ diverso. Questo sì”.

Quindi anche voi sapete tutto sommato un po’ di ‘classico’? “Non pensate però che questa generatività appesantisca l’anima della Critical Mass. No, la sua essenza rimane semplice e diretta: ci si trova, si pedala insieme, senza chiedere permessi, quindi pura, caotica, rivendicazione che esistiamo e che nelle strade dobbiamo essere rispettati. Rompiamo le scatole agli automobilisti per i minuti necessari al nostro passaggio. Lo facciamo per dimostrare che esistiamo, spostandoci per un paio di ore a zonzo per le strade di Milano, senza una particolare meta. Siamo flessibili, creativi, un po’ irriverenti. Non abbiamo leadership definita e soprattutto non chiediamo mai a chi partecipa chi è e cosa pensa, siamo realmente inclusivi in questo senso”.

Attivarsi senza permessi, senza vertici, senza percorsi prestabiliti, non sembra un gesto un po’ autoreferenziale? “Quella della autoreferenzialità è una delle grosse critiche che incassiamo fin dalla sua fondazione. Soprattutto da quando l’anima, diciamo, più legata ai centri sociali ha lasciato il passo ad altri partecipanti meno politicizzati. Io invece penso il contrario: se pedaliamo insieme non possiamo soffrire di solipsismo. Oltretutto, quando tanto quando meno, la Critical Mass ha sempre cercato di inserirsi nei temi caldi locali e nazionali, con il suo stile. Dodici anni fa, durante la Cop9, siamo passati davanti alla sede del summit per fare sentire che c’eravamo e che vogliamo che l’ambiente e la mobilità sostenibile sia centrale nelle decisioni politiche. Io credo che nella lotta per una città a misura di ciclista tutto serva insomma, da chi traccia di nascosto le ciclabili clandestine a chi organizza tavole rotonde con l’associazionismo classico e l’assessore di turno. La sfida, anzi, è creare qualcosa che riesca, seppur con difficoltà, a tenere insieme tutti questi stili e pezzi di lotta”.

Ma dopo vent’anni di pedalate informali non avete mai sentito voglia di strutturarvi, di creare un’associazione per codificare di più il vostro impegno? “Certo che il nostro gesto del giovedì può sembrare fine a sé, lasciato lì appeso insomma, se non aggregato a un impegno più strutturato e duraturo. Ma trainante nel nostro pedalare, non è l’aspetto organizzativo che pensa al futuro, ma la voglia, impellente, qui e ora, di consegnare un messaggio alla città. In fondo a San Francisco la Critical Mass nacque così: i ciclisti, stanchi di essere ammazzati sulle strade, si sono ritrovati spontaneamente e spontaneamente sono partiti, senza meta, senza organizzare la cosa prima”.

Così però non rischiate che il vostro gesto inizi e finisca con voi? “Non temo che il nostro esempio si perda con il tempo. È da venti anni che, cambiando le persone, ogni giovedì, il rito continua e la Critical Mass continua imperterrita a pedalare. Perché la sua forza sta proprio nella temporaneità del gesto e del messaggio consegnato. In tanti pensano che non vada da nessuna parte per questo motivo. Ci sono passato anche io in questa fase, soprattutto quando mi sono accorto di non riuscire sempre più spesso a legare il gesto con una costante rivendicazione politica. Per me era importante. Infatti non ci vado più ogni giovedì. Però anche io sono cambiato e quindi ho cambiato strategia d’esserci: oggi mi impegno di più a portare la Critical Mass fuori dalla sua comfort zone del giovedì sera, proponendo di partecipare ad altre iniziative, sempre importanti politicamente. E alle volte funziona proprio bene”

In venti anni avete visto cambiare il mondo digitale intorno a voi, qual è il suo ruolo nel vostro impegno come volontarie e volontari? “La Critical Mass milanese nasce già con uno spirito informatico molto forte, con le sue mailing list, le discussioni sulle prime board e forum, in forma tipicamente assembleare. I social non c’erano ancora, ma le cicliste e i ciclisti che hanno dato il via a questo appuntamento appartenevano spesso ad ambienti dove i primi collettivi hacker erano proprio nati. Quindi la tecnologia è sempre stata presente. Oggi i social hanno reso però l’esperienza ancora meno mediata, molto meno assembleare. Il nostro gruppo Facebook conta oltre 17.000 iscritti, ma sono abbastanza sicuro che la metà di quelli non è mai venuto a pedalare con noi. Però c’è il rovescio della medaglia, cioè che quei numeri ci garantiscono una diffusione delle nostre parole d’ordine che all’inizio di questa avventura ci sognavamo”.

Spesso tra di voi pedalano giovani e giovanissimi. Dopo venti anni avete trovato il modo di ingaggiarli allora? “Se vuoi lavorare con i giovani, è obbligatorio ormai essere informali e non pigiare troppo sull’acceleratore delle regole. Loro hanno proprio necessità di fare e meno di riflettere, di assemblee e tavole rotonde. Complice la loro precarietà esistenziale, tra crisi climatica, lavoro che non c’è, non hanno tempo da perdere nelle cose astratte. Sono molto concreti. E questa energia dovrebbe essere incamerata da noi adulti, dalle nostre associazioni strutturate, ovviamente rispettando la loro natura, senza criticarli, senza ingabbiarli. I giovani sentono se siamo sinceri, onesti e vogliamo perseguire qualcosa senza imbarazzanti compromessi. In fondo ci troviamo in questo presente traballante nonostante che per secoli ci siamo arrovellati su ideologie e pensieri profondi. È forse arrivato quindi il momento di scelte di campo, chiare, dirette, immediate. Se vogliamo una città a misura di bicicletta, se vogliamo curare il Bene comune, per esempio c’è poco da cercare compromessi, da mediare, da stare a discutere per ore anche con chi è contrario a queste belle e sacrosante cose. Bisogna fare. Bisogna agire. Bisogna pedalare, senza troppo guardarsi indietro.”. 

Critical Mass Milano occupa un cavalcavia per richiedere una ciclabile in loco © Nicola Mogno

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