di Paolo Di Vincenzo – 2 febbraio 2024

Carmela remigio. Aiutare, un dovere che fa star bene

 L’esempio del suo maestro Luciano Pavarotti anche nella solidarietà

Un soprano conosciuto in tutto il mondo, una cantante che, al fianco di Pavarotti, folgorato dalle sue qualità al Luciano Pavarotti Internationale voice competition di Philadelphia, si è esibita di fronte ai grandi della Terra, e che per la sua arte frequenta il mondo dorato dei teatri d’opera. Carmela Remigio è una apprezzatissima interprete mozartiana, ha cantato 500 volte nel Don Giovanni, ed è stata diretta dalle migliori bacchette. Non dimentica, però, l’attenzione verso gli ultimi, i meno fortunati, l’impegno e la solidarietà.

Lei è un soprano affermato in tutto il mondo e porta con successo la tradizione del nostro Paese e della cultura occidentale anche in luoghi lontanissimi. La musica classica e la lirica possono sembrare distanti dal grande pubblico. Qual è il ruolo civico, oggi, di questi repertori?

Il teatro, il teatro in musica, da sempre ha avuto la funzione di comunicare, di educare, di far circolare le idee, ed è quello che continuiamo a vedere. Per secoli compositori e librettisti hanno assolto egregiamente il compito di diffondere l’arte dei suoni ma anche di veicolare contenuti, valori e tematiche comprensibili a tutti. Oggi, attraverso le regie contemporanee, che opportunamente vengono adeguate ai nostri tempi, si fa in modo di mettere in evidenza, anche, le problematiche sociali. Per venire, quindi, alla sua domanda sì, certo continua ad avere un suo ruolo civico importantissimo. Gli argomenti fondamentali della vita sono simili in ogni epoca: l’amore, l’odio, la sopraffazione, la contrapposizione ai prepotenti, le condizioni sociali agli antipodi tra chi ha tutto, mille volte, e chi non ha nemmeno l’indispensabile, la possibilità di una rivincita, la speranza di una vita nuova, la passione, i tormenti del cuore. I temi dell’opera sono questi, ma sono gli stessi che da secoli non cambiano, ciò che è diverso è come sono vissuti, rappresentati, ma le letture registiche attualizzano queste storie all’interno della contemporaneità e riescono a raggiungere tutti. L’opera, è vero, è una forma di intrattenimento molto costosa. Nella sua realizzazione intervengono fattori diversi: dalla realizzazione delle scenografie alle scelte dei costumi, per non parlare del numero delle persone che vengono coinvolte, oltre agli artisti (cantanti, musicisti) ci sono decine di altri lavoratori. Tutto questo, ovviamente, si ripercuote sui costi della sua fruizione, costi che sono molto più alti rispetto ad altre forme di spettacolo e di arte. Però il fatto che il pubblico, dopo la pandemia, stia tornando ad affollare le platee è una tendenza che ci fa molto piacere. Si vedono, anche grazie alle agevolazioni a loro riservate, moltissimi giovani ed è un elemento oggettivamente rassicurante. Non è vero che non sono spettacoli per i ragazzi. Io ne vedo sempre moltissimi e, naturalmente, ciò non può che regalarmi tante soddisfazioni.

Un grande nome della direzione d’orchestra come Gustavo Dudamel, che l’ha diretta in più occasioni, ha iniziato a dieci anni a suonare il violino grazie a un modello didattico musicale, in Venezuela, che consiste in un sistema di educazione musicale pubblica, diffusa e capillare, con accesso gratuito e libero per bambini, di tutti i ceti sociali. Come, quando e quanto la musica colta può essere un veicolo di inclusione?

Il progetto di Abreu (fondatore di El sistema), con il quale anche Dudamel si è formato, è stato notevole dal punto di vista socio-culturale per accogliere tutti i ragazzi che altrimenti avrebbero dovuto passare la loro vita sulla strada, arrangiandosi in tutti i modi, magari non sempre legali, e dar loro una chance di futuro. Il contatto con la musica ha permesso loro di avere una alternativa e molti di questi giovani sono diventati musicisti professionisti. Numerosi, oltre a Gustavo, sono stati i direttori d’orchestra formatisi in Venezuela e chiamati sul podio in tante orchestre, anche fuori  dal proprio Paese e dall’America latina. Ma chi ha permesso la realizzazione di questo sogno di Abreu? I politici e lo Stato che hanno consentito che El sistema diventasse un veicolo di promozione del Venezuela anche all’estero. L’idea di Abreu ha avuto due grandi risultati: aiutare i bambini, magari proprio i più poveri, i dimenticati, gli ultimi, a vivere meglio, con la prospettiva di un futuro, e allo stesso tempo dimostrare al mondo quanto di buono si era riuscito a realizzare nel Paese sudamericano. La musica può essere, anche, un modo per riscattarsi, per avere un linguaggio alternativo che ci aiuta nell’integrazione. E poi fare musica insieme può diventare un bellissimo gioco, un divertimento a tutte le età e in tutte le latitudini. È quello che, in fondo, i nostri genitori negli anni Sessanta –Settanta facevano nelle cantine, per suonare magari jazz o rock, o pop, e in quel modo si sono formati mille gruppi, gruppetti, quelli che venivano chiamati i complessi. La musica, in ogni caso e in ogni modo, aiuta la socialità e a far star meglio le persone. Bisognerebbe che si tornasse a farla, anche da adulti. Certo, non parlo solo di musica classica, ma di tutti i generi.

A proposito di musica, non solo classica. A settembre ha interpretato un’opera contemporanea dedicata a Raffaella Carrà, scritta da Alberto Mattioli e Renata Ciaravino, su un’idea di Francesco Micheli, per il Festival di Bergamo. Un impegno fuori dall’ordinario per lei, abituata soprattutto a Mozart, Donizetti e, diciamo così, autori con almeno un secolo di successi. L’omaggio alla Raffa nazionale, è un modo per avvicinare alla lirica un pubblico più ampio e meno avvezzo ai teatri?

Certo, è un tentativo di incuriosire le persone. Ricordiamo che è un progetto che nasce attorno alle iniziative in programma per Bergamo-Brescia capitale della cultura italiana 2023. Non a caso è inserito all’interno di una stagione teatrale, proprio perché l’omaggio a Raffaella Carrà ha un alto potere di coinvolgimento e speriamo che raccolga tanti spettatori, persone che, per diversi motivi, non sono mai andate a teatro a vedere un’opera. Chiaramente è un lavoro che utilizza un linguaggio molto moderno, contemporaneo adeguato al personaggio che vuole onorare. La Carrà è stata una eccellente professionista, ballerina, cantante, attrice, conduttrice di programmi, una grande protagonista della scena televisiva italiana, e non solo, ma anche della musica pop e del cinema. Una artista che merita di essere ricordata a tutti e, in particolare, fatta conoscere a quei pochi che, per ragioni anagrafiche, non l’hanno potuta apprezzare durante la sua lunga carriera.

Lei recentemente ha detto che, quando –tra molti anni ci auguriamo tutti– rallenterà un po’ la sua attività di artista, vorrebbe istituire una scuola nel suo Abruzzo per insegnare musica ai bambini piccoli (come d’altronde le è accaduto avendo iniziato a studiare il violino a 5 anni). Ha avuto modo di conoscere associazioni di questo tipo, in Italia?

Ce ne sono tante, per esempio a Milano c’è la scuola “Diamo il la”, presieduta da Giuseppina Manin, con la mia amica Antonietta Poggi, che si occupano di un progetto di educazione all’ascolto musicale ideato per i bambini delle scuole dell’infanzia. Sono iniziative meritorie perché avvicinando i più piccoli alla musica si possono ottenere risultati straordinari. Far conoscere loro l’arte delle note quando sono così piccoli, attraverso il gioco, senza imposizioni, permette di superare le barriere che possono sorgere quando crescono. La cosa indispensabile, però, è che, è accaduto in Venezuela a proposito del progetto El sistema, ci sia l’aiuto, il supporto delle autorità politiche e amministrative delle città, delle Regioni e dello Stato. Vorrei con tutte le mie forze farlo anche nella mia terra, a Pescara, in Abruzzo, dando però una possibilità soprattutto ai bambini che vivono in famiglie non benestanti, che non possono permettersi di spendere soldi per la musica, o per l’arte in generale.

Che rapporto ha, se ne ha, con il settore del volontariato? Ha avuto modo di interagire con enti del Terzo settore?

Spesso mi capita di fare concerti, recital, a sostegno di cause di solidarietà, e lo faccio sempre volentieri, con grande passione e anche con qualche piccolo sacrificio, facendo i salti mortali per riuscire a incastrarli tra i programmi serrati della mia attività professionale. Purtroppo, finora, non sono mai riuscita a interagire, seriamente, come mi piacerebbe, con associazioni di volontariato. Ricordo che, in un’intervista alla rivista specializzata Opera, forse vent’anni fa, mi chiesero cosa mi sarebbe piaciuto fare al di là della musica. Io risposi: andare in Africa e aiutare le popolazioni di quei Paesi. Magari tra qualche anno, con Antonio (il marito, primario medico e luminare della gastroenterologia, ndr) lo faremo. Sperando di non essere diventati troppo vecchi. Per me è un’esigenza aiutare gli altri, tendere la mano quando uno ha bisogno. È un premio per l’anima, donare è un benefit che non costa nulla e che ci fa diventare ricchissimi, dentro.

Da decenni, gira il pianeta. La lirica è un microcosmo spesso dorato, c’è spazio anche per la cultura del dono, dell’impegno, nell’aiutare i meno fortunati? Lei per tanto tempo è stata al fianco di Pavarotti che sicuramente si è speso moltissimo per gli altri.

Certo, Luciano era un esempio. Aiutava e sosteneva moltissime cause benefiche. Nell’ambiente lo facciamo in tanti, tantissimi. Però è molto complicato realizzarlo spendendosi in prima persona. Purtroppo, avere del tempo da dedicare, magari andando in una mensa Caritas e mettersi a disposizione, è uno dei miei obiettivi, ma spesso è inconciliabile con il lavoro e lo studio di tutti i giorni. Noi artisti cerchiamo di supportare gli altri, magari in forma anonima, per esempio anche acquistando generi di prima necessità per famiglie in difficoltà. Durante il Covid, per esempio, so che in molti hanno fatto in modo di mettersi a disposizione di chi aveva problemi gravi, soprattutto gli anziani. Fondamentale è agire senza ostentazione, è uno dei tanti insegnamenti ricevuti da big Luciano (ovviamente oltre a quelli, innumerevoli, in campo musicale): aiutare gli altri è quasi un dovere, ma di certo è una necessità e fa star meglio.

Carmela Remigio © Mirco Panaccio

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