Seminare la voglia di donare è come coltivare un orto: piccoli e continui gesti pieni di significato creano le condizioni per far crescere i frutti che nutrono la vita. Questo accostamento immaginario nasce dall’ascolto di Andrea Grande di Fidas Genova. La sua è una narrazione che dà significato e valore al Giorno del Dono che quest’anno vede Genova e la Liguria Capitale assegnata dall’Istituto Italiano della Donazione.
Andrea Grande inizia il racconto con un’esperienza di collaborazione con le aziende tramite le quali la Fidas promuove la donazione del sangue e del plasma. Porta il dono dove il dono non c’è ancora, ma ne genera il desiderio e la pratica.
“Tra le aziende – racconta Grande – c’è la Maersk che ha sposato la nostra idea di sensibilizzare i suoi dipendenti alla donazione. Con le autoemoteche visitiamo l’azienda e raccogliamo il sangue nel mondo del lavoro”.
Lo fanno in un mondo del lavoro profondamente cambiato rispetto al passato, quando poter contare sulla giornata retribuita garantita era uno strumento sufficiente per andare a donare e prendersi un po’ di riposo. Nel mondo del lavoro attuale succede meno: la quota dei dipendenti è scesa e molti lavoratori fanno fatica a prendersi una giornata libera.
“Anche per questo – racconta Grande – il dono è in crisi. È cambiata la cultura della società, c’è meno spirito di comunità, meno responsabilità sociale e più individualismo. Ma se le persone non vanno verso il dono, noi portiamo il dono alle persone”. Per trovare contesti già sensibilizzati la Fidas Genova promuove progetti di sensibilizzazione nelle scuole. “Le associazioni – spiega ancora Grande – devono darsi da fare, trovare nuovi modi per mantenere vive le proprie attività e sponsorizzare i propri valori. Il volontariato non esiste senza l’impianto etico che lo tiene in piedi. E nell’Europa continentale è sempre stato legato ad un concetto di impegno sociale e civile legato alle persone e non ai soldi. Questa dimensione più umana l’ha sempre reso unico”.
Anche e soprattutto nella donazione del sangue perché il sangue non è né, mai sarà, mai reperibile artificialmente. Richiede inevitabilmente la forza e la volontà dell’essere umano di donarsi. “Per questo – dice ancora Grande – cerchiamo di raggiungere noi le persone dove sono dislocate. Soffriamo il fatto che la società non abbia più corpi intermedi e luoghi di aggregazione. Un tempo questi luoghi connettevano le persone più facilmente. Ma noi non ci arrendiamo”. L’azione della Fidas a Genova si inserisce in un contesto che, come in ogni zona d’Italia, non facilita il dono. I Centri trasfusionali sono sempre meno e aperti in orari più compressi. I lavoratori sono sotto pressione e spremuti al punto che risulta spesso disdicevole assentarsi dal posto. Ma andare nei luoghi e seminare la voglia di donare funziona.
“I numeri del progetto al Maersk sono positivi – racconta ancora Grande –. Un nostro donatore lavorava lì e ha proposto ai dirigenti di far venire la Fidas a sensibilizzare. I dirigenti hanno aperto le porte. Funziona bene. Ma non è l’unico. Ad appassionarsi sono le persone, il proprietario di Ovram, un’officina meccanica di Genova, ha accettato di donare e portare i dipendenti a donare due giorni all’anno. Tutti quelli che vogliono vanno e hanno la giornata libera. È un modo per incentivare, un gesto nobile che viene condiviso”. Il dono cresce nell’orto dei valori se ben coltivato. “Parlare del dono del sangue non è necessario in termini di etica – dice Grande –, si capisce automaticamente. Le persone sono distratte da altro, ma quando gli poni la scelta e la disponibilità concreta di donare rispondono bene”.
A fare la differenza è la squadra, il gruppo di operatori e volontari che si muove compatto. “Guidano i mezzi, fanno accoglienza al donatore, gestiscono le prenotazioni. Poi c’è il nostro personale sanitario, i nostri equipaggi. Chiamiamo equipaggi le emoteche che ogni giorno sono in uscita e vanno a raccogliere il sangue. Sono il collettivo attivo del nostro mondo, un bell’insieme di persone che rende possibile il gesto di donare e poi curare chi ha bisogno”. Un motore silenzioso che, in modo anonimo e deciso, coltiva e tiene vivo il dono.





