di Marco Rasconi – 2 ottobre 2026

Le relazioni di fiducia alimentano il dono

 Non basta chiedere alle persone di donare, occorre costruire fiducia, rendere visibile l’impatto, creare occasioni di coinvolgimento. L'editoriale di Marco Rasconi.

Il dono è un gesto individuale, ma non nasce mai nel vuoto. Si alimenta delle relazioni, della fiducia, delle opportunità di partecipazione e delle condizioni economiche e sociali delle comunità in cui viviamo.

È forse questa una delle indicazioni più interessanti che emerge dalla nona edizione di Noi doniamo, il Rapporto dell’Osservatorio sul dono dell’Istituto Italiano della Donazione. Da anni l’Osservatorio raccoglie e mette in relazione fonti, dati e punti di vista diversi per raccontare come cambia il dono in Italia nelle sue molteplici forme: la donazione economica, il volontariato, le donazioni biologiche e, sempre più, le nuove modalità attraverso le quali le persone scelgono di partecipare alla vita delle proprie comunità. I dati del 2025 ci restituiscono alcuni segnali positivi. Continua, lentamente, la ripresa della donazione economica e cresce in modo più deciso il volontariato organizzato. Il sistema italiano delle donazioni biologiche conferma la propria solidità, raggiungendo nel caso dei trapianti di organi risultati mai registrati prima.

Ma fermarsi agli andamenti generali significherebbe perdere una parte importante di ciò che i dati ci raccontano. Quest’anno abbiamo provato infatti a porci una domanda ulteriore: dove e in quali condizioni si dona di più? Guardare al dono attraverso i territori ci permette di scoprire un’Italia molto differenziata. La disponibilità di risorse economiche conta, soprattutto per la donazione di denaro, ma non sembra essere sufficiente a spiegare da sola la partecipazione. Anche il modo in cui le risorse sono distribuite e alcune caratteristiche sociali dei territori si associano alla diffusione delle diverse forme di dono. Ne emerge una riflessione che considero particolarmente importante: non conta soltanto quante risorse una comunità possiede, ma anche quanto riesce a creare le condizioni perché le persone possano sentirsi parte della vita collettiva e contribuire al bene comune. È una chiave di lettura che ritroviamo anche osservando le nuove generazioni. I giovani hanno ancora un peso limitato nella donazione economica, ma diventano molto più presenti quando il dono assume la forma del tempo, dell’impegno personale, dell’attivismo e della partecipazione. Non siamo quindi necessariamente di fronte a una minore disponibilità alla solidarietà, quanto a modi diversi di interpretarla e praticarla. Allo stesso tempo cambia il rapporto tra cittadini e organizzazioni. Chi sostiene una causa vuole sempre più comprenderla, partecipare, conoscere i risultati del proprio contributo. Il donatore non è soltanto una fonte di risorse, ma può diventare parte della costruzione stessa dell’intervento. E anche le relazioni tra Terzo Settore, imprese e comunità si stanno progressivamente trasformando, aprendosi a forme di collaborazione più articolate. È forse proprio questo il messaggio che attraversa le diverse analisi raccolte nel Rapporto: il dono sta diventando sempre più parte di un ecosistema di partecipazione. Per il Terzo Settore questa trasformazione rappresenta una sfida importante. Non basta chiedere alle persone di donare. Occorre costruire fiducia, rendere visibile l’impatto, creare occasioni di coinvolgimento e offrire alle persone la possibilità di riconoscersi nelle cause che scelgono di sostenere. È anche il compito che l’Istituto Italiano della Donazione vuole continuare a svolgere: contribuire a creare le condizioni perché il dono possa crescere, essere consapevole e generare relazioni capaci di rafforzare le nostre comunità.

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