di Giulio Sensi – 1 ottobre 2026

Le piccole carezze nella fatica quotidiana del volontariato

 Il “volontario visionario” è Simone Frega, presidente del Banco Alimentare Liguria e ricercatore universitario. Raccontando la sua storia Frega ci spiega come il volontariato possa cambiare profondamente gli altri. E come possa contagiare le persone facendo germogliare la certezza di un futuro di speranza.

Simone Frega è genovese, ha 34 anni, è ricercatore di diritto costituzionale all’Università di Genova – fa anche parte della squadra di studiosi del Centro di Ricerca Maria Eletta Martini – ed è autore di diverse pubblicazioni rilevanti come “Contrastare la dispersione scolastica” insieme a Francesca Biondi Dal Monte per Il Mulino. Per questo è conosciuto anche nel mondo del terzo settore. Non l’abbiamo chiamato per questo, ma perché è il volontario visionario nella settimana in cui la Liguria è capitale del dono 2026. Frega è presidente del Banco Alimentare Liguria a cui presta il suo impegno volontario con continuità e passione.

Simone, col Banco Alimentare passi dalla teoria dell’Università alla pratica operativa del volontariato. Come è accaduto?

Da quando ero bambino ho vissuto nel mio contesto familiare e tra gli amici l’esperienza del darsi e del donarsi. Donare tempo è sempre stato un fattore essenziale della vita. Quando vivi esperienze di volontariato ti accorgi che il primo a guadagnarci sei tu. Già al liceo avevamo declinato questa frase: “far del bene fa bene”.

È una frase che può sembrare banale o scontata…

Solo apparentemente. Dentro c’è una semplice consapevolezza nata da tante attività che ho svolto. Nella relazione con l’altro, nell’aiuto, nel sostegno ci guadagni.

La tua esperienza col Banco Alimentare come è nata?

È nata da bambino, andando alla raccolta una volta l’anno. Facevo attività di volontariato coi miei fratelli, i miei genitori e gli amici, mia madre ci portava anche gli alunni. Ricordo che ero contento di muovermi e di maneggiare i prodotti, mi divertivo anche ad andare incontro alle persone e a proporre le attività.

È diventata una costante nella tua vita…

Anno dopo anno ho iniziato ad assumere le responsabilità di un punto vendita abbastanza grosso in città insieme a diversi compagni di scuola. La sera nelle giornate della colletta andavo nel magazzino per vedere il recupero delle scatole che provenivano dalla raccolta fatta nei supermercati durante la giornata e aiutavo anche lì. Era impressionante e bello. Un impegno semplice, di una giornata all’anno con il banco alimentare. Poi c’è stato il covid e io stavo finendo il percorso di dottorato di ricerca. Nella realizzazione della mia tesi potevo organizzarmi il tempo come meglio ritenevo. Mi ero reso conto che le persone nell’età della pensione non potevano uscire né essere parte attiva. Ma il Banco Alimentare si basa molto sull’apporto di pensionati. Avevo chiesto alla fondatrice del Banco Alimentare a Genova e allora presidente Gabriella Andraghetti se avessero bisogno. Lei con entusiasmo mi disse di andare. La catena di bene che si dirigeva verso il Banco e le persone che avevano bisogno mi impressionò. La presidente a fine anno propose a me e a un amico di diventare soci e candidarci. Mi chiese anche se fossi stato disponibile a diventare vicepresidente. Non potevo che essere onorato. Gabriella è mancata il 29 giugno 2025 dopo una breve malattia. Accompagnarla nel suo ultimo tratto di vita è stato bello perché nel dolore ho potuto vedere una persona lieta fino in fondo, preoccupata che le cose andassero bene. Vorrei raccontare un momento che mi colpì tantissimo. Sono in ospedale a parlare con lei, è una giornata bellissima. La vetrata della finestra della sua camera si affaccia sulla città di Genova con all’orizzonte il mare. Nel confidarmi tutta la sofferenza e il dolore che sta vivendo per gli esiti della malattia ad un certo punto guarda fuori e dice: ‘guarda che bello. E come sarebbe bello se fossero così tutti i letti negli ospedali’. Cambia lo sguardo e mi fa vedere come nella vita ognuno possa sempre decidere come guardare le cose. Le devo tanto.

Dopo la sua morte cosa è successo?

Quando lei è mancata sono diventato presidente facente funzione e ho assunto la rappresentanza legale dell’ente. C’erano due temi da dover valutare: il mio rapporto di amicizia con lei e come sentissi una responsabilità nei confronti del lavoro fatto insieme. Nel momento della scelta ho chiesto un confronto a un caro amico su questo, viste le responsabilità onerose che ne derivavano. Lui mi disse ‘Simone hai ragione qualcosa devi sacrificare, sicuramente qualcosa devi sacrificare, ma d’altronde la vita esiste per essere data. E questa è una grande occasione’. E sull’invito di un amico ho deciso di seguire la strada. Ora mi trovo in mezzo a un’esperienza certamente faticosa. Ma bella e piena.

Questa è una rubrica di volontari visionari. Ho indugiato molto nell’ascolto della tua storia e anche se volevo farti altre domande, ma il racconto mi ha emozionato. Perché la tua storia insegna che il volontariato ha un gran futuro.

Sì, ha un futuro nella misura in cui diventa qualcosa che uno fa innanzitutto per un proprio bisogno di donarsi e di trovare risposte alle proprie domande di senso, poi perché crescendoci dentro sostiene gli altri e fa qualcosa che coinvolge tutti. Nel volontariato trovi persone con una vita piena che permette di donarsi agli altri e di non smettere mai di cercare la risposta alle proprie domande di senso. E scopri come il donarsi agli altri faccia parte della propria natura, questo cambia poi il modo con cui uno guarda tutto nella vita (a partire dalla famiglia, i colleghi di lavoro, gli amici, gli studenti, ecc.). Questo coinvolge e attira. Per me è fondamentale che siano cose che si fanno insieme. Tanti mi hanno chiesto: ‘quanto ti pagano?’ Cosa gli rispondo? Non ci guadagno niente di materiale, ci sono solo costi. Un lavoratore di un’azienda agroalimentare tra i soggetti che donano eccedenze ci ha detto che incontrando il lavoro del Banco a lui è cambiato il mondo. È cambiato perché incontrare quei volontari, vederli come si muovono e come lavorano ha fatto nascere in lui la certezza che il futuro è pieno di speranza. L’ha detto commuovendosi del fatto che le persone, facendo quello che fanno, raccontano quello che sono. Mi ha fatto commuovere come il volontariato possa cambiare l’altro. Sono piccole carezze nella fatica quotidiana del volontariato.

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