Diventare adulti non coincide con il compimento dei 18 anni. È un processo fatto di tante scelte – continuare a studiare, iniziare a lavorare, abitare da soli, costruire relazioni, assumersi nuove responsabilità – attraverso cui si conquistano progressivamente autonomia, partecipazione e riconoscimento sociale. Per molte persone con disabilità, tuttavia, questo passaggio resta incompiuto perché non sempre esistono le condizioni per essere davvero protagoniste del proprio percorso di vita.
Diversi dati aiutano a misurare questa distanza. In Italia il 55,9% delle persone con disabilità ha al massimo la licenza media, contro il 34,4% di chi non ha limitazioni; solo il 44,1% raggiunge almeno un diploma di scuola superiore o la laurea, rispetto al 65,6% delle persone senza disabilità. In generale, il 17,1% dei ragazzi e delle ragazze con disabilità abbandona precocemente la scuola o la formazione: più del doppio rispetto ai coetanei (8%). E le differenze sono evidenti anche nel mondo del lavoro, dove il gap occupazionale è di ben 24,2 punti percentuali. Sono divari che alimentano un circolo vizioso: il 27,8% delle persone con disabilità è infatti a rischio di povertà o esclusione sociale, una quota che senza i trasferimenti sociali salirebbe al 77,6%.
È proprio nella transizione alla vita adulta che queste disuguaglianze tendono a concentrarsi. Al termine della scuola, il passaggio da un sistema educativo relativamente protetto a servizi più frammentati genera spesso un brusco “salto nel vuoto”: il carico di cura ricade sulle famiglie e i percorsi verso l’autonomia diventano selettivi, condizionati più dalle risorse familiari che dai diritti individuali. Un nodo reso più evidente da un sistema, quello italiano, che si distingue per una relativa generosità delle prestazioni monetarie, a cui però non corrisponde un’analoga capacità di promuovere autonomia e inclusione attiva.
Qualcosa, però, sta cambiando. Il decreto legislativo 62/2024 ridefinisce la disabilità come l’esito dell’interazione tra la persona e gli ostacoli presenti nei contesti di vita e individua nel Progetto di Vita individuale, personalizzato e partecipato lo strumento per accompagnare la conquista dell’autonomia abitativa, lavorativa e relazionale. La cosiddetta “riforma della disabilità” ha dunque delle forti potenzialità, che rischiano però di restare sulla carta: il rinvio a gennaio 2027 disposto dal decreto “Milleproroghe” e un Fondo per i progetti di vita di appena 25 milioni di euro, sottodimensionato rispetto ai bisogni, evidenziano il ricorrente divario tra riconoscimento dei diritti e attuazione concreta nei territori.
Su questi temi si concentra “A pieno titolo”, il terzo numero di Nessi, la rivista di Percorsi di Secondo Welfare, dedicato alla transizione alla vita adulta delle persone con disabilità.
Il volume ripercorre l’evoluzione delle lenti attraverso cui la disabilità è tradizionalmente letta – dal paradigma medico a quello sociale, fino al capability approach – e approfondisce lo sguardo critico dei Disability Studies su abilismo e rappresentazioni della disabilità, interrogandosi anche sul ruolo della scuola come ponte verso il lavoro e la vita indipendente. Nessi racconta anche tre esperienze concrete: la consulenza alla pari promossa in provincia di Salerno, i “servizi ponte” del Consorzio Socio-Assistenziale Alba-Langhe-Roero e il lavoro della Fondazione Adecco per l’inclusione lavorativa. Chiude il numero un glossario per orientarsi tra i concetti chiave del dibattito.
“Nessuna transizione può dirsi riuscita se le persone con disabilità non sono coinvolte nelle scelte che le riguardano: è il senso del principio ‘Niente su di noi senza di noi’, cuore del Movimento per la Vita Indipendente”, spiega Franca Maino, direttrice di Nessi, secondo cui “la riforma apre una stagione nuova, ma la sua portata dipenderà dalla capacità di tradurre i principi in pratiche concrete nei territori. È lì che si gioca la differenza tra un diritto riconosciuto e uno esercitato”.
“L’accesso formale a servizi e opportunità non coincide necessariamente con l’esercizio di autonomia e partecipazione”, aggiungono le curatrici Celestina Valeria De Tommaso ed Eleonora Rossero. “Occorre spostare l’attenzione dagli adempimenti amministrativi agli esiti di vita, chiedendosi che cosa le persone riescono davvero a fare e a scegliere per sé. Per questo servono ecosistemi locali in cui scuola, servizi, sanità, Terzo Settore e imprese lavorino insieme, accompagnando le persone nel tempo e non solo nei singoli passaggi burocratici”.
Attraverso analisi e casi studio, questa edizione di Nessi offre uno sguardo articolato su una sfida che misura la capacità del nostro welfare di garantire diritti lungo tutto il corso di vita: riconoscere alle persone con disabilità, a pieno titolo, il diritto di scegliere dove, come e con chi vivere.
“A pieno titolo”, il terzo numero di Nessi, si scarica gratuitamente dal 30 settembre 2026 QUA.





