di Giulio Sensi – 17 settembre 2026

Dal volontariato passerà sempre più il welfare. E la gratuità autentica lo alimenta

 Il “volontario visionario” è Oscar Bianchi, presidente di Avis Nazionale e del Centro di Servizi per il Volontariato di Bergamo. Una vita spesa nel volontariato per farlo crescere. Nel welfare futuro il volontariato dovrà essere pronto a completare l’azione di risposta ai bisogni.

Oscar, la prima domanda è apparentemente banale. Come depurare il volontariato dall’ansia di prestazione? E soprattutto come poter continuare ad essere autentici oggi e nel futuro?

Il volontariato e l’etica sono strettamente legati: un’azione è etica quando è autentica. Fare volontariato significa essere leali con se stessi, agendo con purezza d’intento. Il primo a trarne beneficio è proprio chi dona il proprio tempo.

Questo può avvicinarsi a una forma di egoismo?

Può sembrare una forma di egoismo perché fare del bene agli altri fa stare bene e dona gratificazione. Tuttavia, la differenza sta nell’assenza di pretese: ci si dedica all’altro senza aspettarsi nulla in cambio. L’unico “profitto” ammissibile è la soddisfazione personale. Se subentrano altri interessi, il volontariato muore, perché le persone percepiscono la mancanza di sincerità.

In futuro tutto questo sarà sempre più attuale?

Più si promuove il valore della gratuità autentica, più il volontariato cresce e si rafforza; se questo messaggio viene meno, il settore si spegne. Sia i dirigenti sia i volontari devono custodire questo principio. Atteggiamenti escludenti o doppi fini allontanano le persone dalle associazioni, che nascono invece per unire e fare del bene comune.

Vale anche per i giovani?

I giovani cercano un impatto concreto: rimangono se vedono i risultati diretti del loro impegno. Per loro, il Terzo Settore rappresenta un banco di prova per sviluppare autonomia e indipendenza, facendoli sentire parte attiva e responsabile della comunità.

Nel volontariato per la donazione del sangue valgono gli stessi concetti?

Oggi è essenziale far capire ai donatori che ogni singola donazione è destinata a un malato specifico, non a una causa astratta. La sfida principale nasce dal contrasto tra le norme vigenti — che impongono l’anonimato per evitare legami di dipendenza tra donatore e ricevente — e il bisogno di rendere il gesto concreto.
In paesi come la Germania, il donatore riceve un messaggio quando la propria sacca di sangue viene utilizzata, informandolo sull’impiego effettivo senza rivelare l’identità del paziente. In Italia le normative attuali non lo consentono, ma introdurre una soluzione simile darebbe ancora più valore e significato all’atto di donare.

Salvaguardando questi valori ci sarà sempre più spazio per il volontariato nel nuovo welfare?

Siamo all’inizio di una trasformazione radicale del welfare. Lo Stato non è più in grado di soddisfare da solo tutti i bisogni dei cittadini, i quali devono diventare parte attiva della risposta alle fragilità della collettività.
L’obiettivo fondamentale deve rimanere la persona in stato di necessità (che si tratti di un malato, un terremotato o chiunque chieda aiuto). Per farlo serve una collaborazione stretta tra servizi pubblici efficienti e un volontariato sempre più competente e professionalizzato. Anche se oggi le istituzioni fatica ad applicare la co-programmazione e la co-progettazione, entro 10-15 anni il welfare non sarà più gestito unicamente dallo Stato, ma da un’alleanza strutturata tra istituzioni e Terzo Settore.

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