di Giulio Sensi – 7 settembre 2026

Le visioni nel volontariato? Nascono partendo dall’altro e lavorando con gli altri

 Il “volontario visionario” è Giuseppe Marino del Centro Astalli di Trento, una vita passata ad accompagnare i migranti. Marino non ha dubbi: lavorare o fare volontariato con le persone che hanno fatto esperienza di migrazione è una scuola di vita. Sviluppa in questa relazione la capacità di sospendere il giudizio, ascoltare e mettersi in relazione con l’alterità.

Giuseppe Marino è un operatore del Centro Astalli a Trento. La sua vita è stata scandita dall’impegno volontario e dal lavoro sociale. Il tema dei migranti l’ha sempre attivato. Con lui siamo andati a riflettere su quale sia il significato di attivarsi per gli altri partendo proprio dagli altri.

Giuseppe, che visione hai del volontariato del futuro?

Il volontariato aiuta e aiuterà tutti, perché anche incontrare una sola persona distrugge le credenze che gli algoritmi dei social costruiscono attorno a noi. È ovvio che ci sono persone visionarie che hanno spinta propulsiva individuale, ma senza gli altri e senza fare le cose in gruppo non serve a niente. Ci sta che l’intuizione e la spinta sia data da un singolo, ma da soli non si arriva da nessuna parte. Quando incontri gli altri nasce una storia che è una storia di gruppo.

È una riflessione leggera e profonda allo stesso tempo. Avete tempo di coltivarla nonostante le incombenze quotidiane?

D’estate le energie dei migranti sono drenate dalle necessità del lavoro agricolo e turistico, vengono molto coinvolti dal territorio. E noi per almeno un mese o due abbiamo l’opportunità di alzare un po’ lo sguardo dalla singola persona. Il Centro Astalli lavora su percorsi individualizzati anche se il sistema tende a considerare i migranti una massa indistinta. Il nostro sforzo è provare a guardarli uno alla volta. Per noi è una ricchezza e la difendiamo, nonostante i bandi e i finanziamenti premino chi ottimizza e semplifica.

Questo vale per tutto il lavoro volontario: il destinatario non è un numero, ma una persona…

Sì, ma lo sforzo è non focalizzarci solo sulla persona, bensì sulle interazioni che le persone hanno con il mondo. Per i migranti il lavoro, i vicini, il territorio, le forze dell’ordine. Per essere più lucidi.

Farlo è impegnativo, quasi un lusso per voi.

Non rinunciamo a questo ‘lusso’.  Nella nostra storia recente a Trento ci siamo guardati con gli altri enti del terzo settore dicendoci che la nostra rete era diventata una bolla in cui eravamo in tanti e iniziava a mancare ossigeno. La bolla ha senso romperla e immergerci nelle prospettive degli altri. La nostra prospettiva era ed è lavorare bene con le persone migranti forzate. È stato un cambio, abbiamo attivato la rete filiera trentino, rubando di nuovo una parola che apparteneva alle relazioni e alla storia. Un tempo le artigiane mettevano insieme i fili, abbiamo deciso di ispirarci a quell’arte e lavorare con tutto il territorio: associazioni di categoria, Università, mondi produttivi, enti di formazione. La nostra paura di essere gli ultimi difensori di questo pezzo di umanità è stata una autocelebrazione. Ci siamo accorti che anche gi altri lavorano con le persone che hanno fatto esperienza di migrazione, partono da punti di vista diversi. Un’impresa pensa prima di tutto al proprio profitto, ma non è l’unica cosa a cui pensa. Trattenere un dipendente significa anche mettersi in gioco su spazi di benessere e relazioni. Così abbiamo scoperto che erano disposti a fare qualcosa con noi. Abbiamo costituito il tavolo filiera trentino che mette insieme gli enti del terzo settore con le principali associazioni di categoria, il mondo accademico e gli enti di formazione. Messo insieme un dossier di amministrazione condivisa e costruito una proposta da presentare al territorio, alle istituzioni e alla cittadinanza.

Come è andata a finire?

La presentazione a maggio è stato un evento pazzesco. Il momento in cui tutti hanno declinato l’impegno che bisogna metterci insieme per lavorare con queste persone, valorizzando lo spazio ibrido, il terreno comune. La risposta nella pratica non è stata attiva, allora abbiamo pensato di sperimentare un modello. Stiamo mettendo a punto una sperimentazione che si rivolge a 20 persone. Queste per un periodo di 18 mesi vengono accompagnate in filiera. Per dimostrare che in 18 mesi una persona accompagnata seriamente si inserisce in una comunità.

E quindi un modello per il futuro?

Ci vuole un po’ coraggio per entrare nella prospettiva degli altri. Chi lavora o fa volontariato con le persone che hanno fatto esperienza di migrazione vive una scuola quotidiana. Hai di fronte una persona che viene da un luogo necessariamente diverso dal tuo e sviluppi in questa relazione la capacità di sospendere il giudizio, ascoltare e metterti in relazione con l’alterità. Provi ad accoglierlo e non ti metti in contrasto con quello che ti differenzia dagli altri. Nello sforzo c’è il tentativo di accogliere lo sguardo dell’altro. I diamanti sono puri, ma non sono vivi. Invece vale la pensa sporcarsi.

Tutto questo vale per il futuro?

È una bella visione, saranno dei tempi molto difficili ma penso che dobbiamo scoprire che il valore della nostra esperienza sulla terra stia proprio nella relazione con gli altri. Solo guardando un’altra persona riusciremo a capire chi siamo e cosa facciamo in un territorio. La vita è annebbiata dalla virtualità, ma capiremo che non è la strada, è una funzione ma non la destinazione. Sono ottimista su questo. Paradossalmente ci aiuteranno anche le crisi, possono diventare un motivo per affossarci definitivamente o un’occasione.

Per accorgersene bisogna coltivarli e praticarli questi valori.

Si, raccontarli, viverli e promuoverli. Abbiamo la responsabilità di intercettare gli altri. Non è un automatismo, se non avessimo cercato il mondo produttivo difficilmente sarebbero loro venuti a cercare noi. Avrebbero trovato altri modi per pescare forza lavoro. Invece tutto questo ci ha reso meno egoriferiti e abbiamo accettato di entrare in un mondo che non è solo nostro.

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