di Paolo Di Vincenzo – 1 settembre 2026

Sherrod: musica, basket e amore per il prossimo. Da Yale all’Italia con il volontariato nel cuore

 L’ex giocatore ora allena i Bulldogs per due volte di seguito vincitori della Ncaa. Dieci anni fa il disco per i terremotati del centro Italia e gli studenti di Bridgeport.

Brandon Sherrod, 33 anni, da Bridgeport (Connecticut) è cantante, musicista, giocatore di basket, laureato in Scienze politiche a Yale, con un amore sconfinato per l’Italia e un cuore grande nell’aiutare gli altri. Giusto dieci anni fa realizzò un disco il cui ricavato andò in beneficenza a favore degli studenti di Montorio al Vomano, in Abruzzo (appena martoriato dal terremoto del 2016), e della sua città in America. A Roseto degli Abruzzi gli è stata consegnata dal sindaco, Mario Nugnes, la rosa d’argento simbolo di affetto e gratitudine che la città nutre nei suoi confronti.

Sherrod, di passaggio in Italia, dove ha giocato cinque anni tra i professionisti, ha rilasciato a VDossier l’intervista che segue.

C’era una volta un ragazzino americano di Bridgeport, Connecticut, Stati Uniti d’America, un po’ sovrappeso, molto in sovrappeso. Doveva perdere, a 12 anni, cinquanta chili. I medici spiegarono ai suoi genitori che la strada migliore era fare sport. Poi, cosa è successo?

Ho iniziato a giocare. Ho passato un anno in ospedale con un medico che mi diceva: se non fai sport puoi diventare diabetico e avrai problemi al cuore, non va bene per te. Così ho cominciato a giocare a basket, perché ero alto. All’inizio andò male, malissimo. Ma piano, piano, alla fine del primo anno ho perso quel mezzo quintale. È stata una cosa fondamentale. Adesso mi alleno ogni giorno perché non voglio diventare ciccione di nuovo, ovviamente, ma per il mio corpo è stato molto importante.

Oltre al basket, lei però ha studiato musica. Ha iniziato a cantare a otto anni nelle chiese, il gospel.

Sì, mia mamma cantava, e lo fa ancora, in chiesa, così iniziai anch’io. Quando siamo in chiesa noi afroamericani facciamo due cose: la prima è pregare e la seconda è cantare, per forza. Se no non puoi tornare, non puoi fare niente, non puoi andare neanche a scuola a fare qualcosa con il cuore o magari con il basket o lo sport in generale (negli Stati Uniti molte scuole sono rette dalle organizzazioni religiose, ndr). È stato fondamentale per la mia mentalità e per la mia anima. In questo modo ho iniziato a suonare pianoforte, batteria, sassofono a scuola e cantavo nel coro con le mie sorelle. Una crescita importante per la creatività e per stare più vicino alle persone.

Sport e musica sono importanti, certo, ma negli Stati Uniti se riesci a entrare in una celebre università, magari una della Ivy League (il gruppo degli otto atenei storici e più prestigiosi dell’immenso Paese), hai ottime chance per realizzarti nella vita. E lei entra a Yale, uno dei più ambiti atenei del mondo. Qui, oltre a studiare con grande profitto, lei si è laureato in Scienze politiche, gioca nella squadra dei Bulldogs con ottimi risultati, continuando a cantare e a suonare.

A Yale abbiamo una serie di attività, si chiama l’arte liberale, in cui tu devi fare tante cose.

Per esempio, devi seguire tre semestri consecutivi di una lingua straniera, io ho scelto lo spagnolo. Hai anche l’opportunità di frequentare tanti “gruppi di affinità”, come Black Church at Yale. Così sono stato ammesso al coro dell’università, si chiama Wiffenpoofs, fondato all’inizio del Novecento.

Il preside di Yale, quando lei frequentava il terzo anno, la sceglie per il tour mondiale dei Wiffenpoofs. Viene in Italia con il coro e rimane incantato dal nostro Paese. La stagione successiva torna a giocare con i Bulldogs di Yale e vince il campionato Ncaa (National Collegiate Athletic Association), cioè il torneo universitario più importante degli Stati Uniti, e si laurea.

Ho realizzato tutti i miei obiettivi, sì. Mi sono dedicato con molto impegno a questo gruppo musicale e abbiamo girato il mondo, un’esperienza indimenticabile. Quanto tornai con la squadra riportammo a Yale la vittoria del campionato delle università per la prima volta dal 1964. È stato un evento grandioso per la squadra, anche se adesso (sorride soddisfatto visto che lui è il viceallenatore, ndr) stiamo vincendo quasi sempre.

Nel 2016, appena diventato professionista, approda in Italia e viene in Abruzzo per giocare con la squadra di Roseto degli Abruzzi in provincia di Teramo, pochi giorni dopo il tremendo terremoto. Senza parlare una parola d’italiano, incontra il giornalista rosetano Luca Maggitti e alcuni musicisti jazz e nasce l’idea di fare un disco e devolvere gli incassi in beneficenza. Il disco si intitola “Italian Journey”, Viaggio in Italia, e in pochissimo tempo siete riusciti a mettere insieme 10mila euro che sono stati consegnati metà in Italia e metà nella sua città, a due scuole per spenderli a favore degli studenti. Lei sta parlando con Vdossier, il giornale nazionale dei Centri di servizio per il volontariato. Quale spinta dà a uno sportivo, a un artista, il donarsi al prossimo?

Secondo me è una responsabilità grande. Quando sei nella posizione di poter aiutare gli altri devi farlo, per forza! La mia famiglia mi ha educato a mettersi a disposizione: la mia mamma e il mio papà hanno sempre detto a noi figli: “Gesù era una persona che ha aiutato gli altri. Anche noi dobbiamo farlo, per forza”. E io seguo questi insegnamenti. Basket e musica sono due attività che puoi usare per riunire tante persone e per condividere. Sono contento di aver conosciuto Luca Maggitti, Massimiliano ed Elisa Coclite, Morgan Fascioli, Emanuele Di Teodoro, per noi è stata una grande iniziativa di solidarietà. È stato fantastico e ora lo dico sempre ai miei giocatori a Yale: devono fare tutto quello che possono a favore di chi ha bisogno.

Dopo sette stagioni di attività cestistica all’estero, cinque anni in Italia poi Israele e  Finlandia, lei è tornato con i Bulldogs di Yale, stavolta però da vice allenatore vincendo due volte di seguito, in tre anni, la Ncaa. Quel ragazzino che doveva perdere un bel po’ di peso, fisico, ne ha guadagnato moltissimo di peso, metaforico. E ora? Diventerà un coach della Nba (il massimo campionato di basket degli Usa e del mondo, da cui ha avuto anche qualche chiamata, ndr), un politico influente, magari un senatore o, perché no?, il secondo presidente afroamericano degli Stati Uniti?

Magari (si schermisce), non lo so. Chissà? Ma io voglio stare sulla strada giusta, per sempre. Penso che la nostra vita sia complessa, ho tante idee e una gran voglia di realizzare qualcosa di grande, soprattutto per gli altri.

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