“Agenda 3000: Manuale di teoria e pratica verso una transizione giusta, ecologica e pacifica” è un libro edito da La Traccia Buona e quando letto non fa restare neutrali. Il suo autore è l’economista Luigi Idili. Vive a Firenze ed è un dirigente della Pubblica Amministrazione, attualmente responsabile del Settore Programmazione e finanza locale della Regione Toscana e referente della strategia di sviluppo sostenibile regionale. Da sempre impegnato nel Terzo settore, si è occupato di cooperazione internazionale, finanza etica e tutela dell’ambiente. È stato presidente dell’ONG Mani Tese, tra i fondatori di Banca Etica e, oggi, è socio e volontario del WWF. L’idea portante del volume è chiara fin dalle prime pagine: l’esistenza di un binomio inscindibile tra Umanità e Pianeta Terra, un unico sistema in co-evoluzione in cui le decisioni collettive incidono sulla dinamica del sistema e, allo stesso tempo, i mutamenti del sistema delimitano lo spazio del possibile per lo sviluppo delle attività umane.
Luigi, partiamo da una domanda apparentemente banale. Perché hai scritto questo libro? Qual è il suo obiettivo?
Volevo mettere a sistema tutte le cose di cui mi sono occupato nella vita: dal volontariato al lavoro nella pubblica amministrazione. Osservando ciò che sta accadendo volevo disporre per me stesso e per gli altri uno strumento utile che portasse ad un’azione trasformativa e non solo riparativa. Per farlo occorre conoscere bene i problemi e la struttura sociale e globale in cui viviamo. Occorre farci portatori di una speranza attiva, pensare a un futuro buono per poter agire oggi. Nel presente agiamo in base alla visione che abbiamo del futuro.
Quelli che focalizza il tuo libro sembrano problemi grandi e irrisolvibili. Ma il protagonismo di ciascuno di noi è cruciale.
Sì, varia la scala, ma le esperienze quotidiane sono in linea con le questioni planetarie: sperimentiamo diseguaglianze sul lavoro, conflitti tra le persone, cambiamenti climatici. Sono problemi globali e il punto è come connettere l’io al globale. Oggi ne abbiamo la possibilità. Sentirsi in connessione e connettersi concretamente col mondo è un’innovazione culturale necessaria per il volontariato e l’attivismo. Passare da un noi locale a un noi globale. Agire localmente per cambiare globalmente. Senza un’azione dal basso la politica non si muove.
Vedi delle speranze di arrivare realmente ad una transizione energetica capace di invertire la rotta del cambiamento climatico?
Sì, ci sono due fattori tecnici importanti: il primo è il potenziale tecnologico. L’Unep, il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, ha fatto i conti e ha detto chiaramente che il potenziale delle energie rinnovabili è tale da poter colmare completamente le necessità energetiche. Questo anche in vista di una popolazione mondiale che crescerà fino a 10 miliardi di unità. C’è potenziale tecnologico, ma c’è anche quello economico per finanziare la transizione. Sono elementi tecnici importantissimi perché tutto si muove sulle scelte politiche.
Dal basso all’alto. Senza protagonismo civile arrivare a questi obiettivi sembra essere impossibile.
C’è il protagonismo dei movimenti, ma c’è anche quello di tanti Stati. La grande maggioranza degli Stati è favorevole alla transizione e anche all’uscita dai combustibili fossili che insieme al militare sono i due ‘elefanti nella stanza’. C’è potenzialità politica, anche se altri grandi Stati e una parte del sistema economico remano contro. Esiste la potenzialità per superare le volontà avverse. C’è speranza anche se è indubbiamente difficile.
In che modo il volontariato può connettersi con queste risposte e contribuire a darle?
Deve diventare una forza trasformativa. Il suo ruolo è fondamentale: allenarsi alla visione sistemica della crisi ecologica e della transizione; assumere una finalità trasformativa e non solo riparativa; andare oltre al “noi locale”, verso il “noi globale”. E l’altro elemento è che il volontariato tradizionale ha un forte capitale sociale, una grande capacità di costruire relazioni e presenza sul territorio. Bisogna che si unisca ai filoni di attivismo climatico e ecologico e anche con quelli più radicali per la pace. Può essere una sfida per il volontariato che vede inaridirsi le basi della convivenza sociale. Una riflessione del volontariato su quello che sta succedendo a livello locale può portarlo ad agire insieme alle forze più radicali in un’ottica trasformativa. Anche per conservare le proprie radici.



