di Giulio Sensi – 26 agosto 2026

Scegliere di appartenere ad una comunità: questo è e sarà sempre il volontariato

 Il “volontario visionario” è Francesco Colombo, presidente dell’Associazione Volontari Ospedalieri (AVO). La cura delle fragilità muove il suo impegno. Ma per rigenerarsi in futuro il volontariato dovrà seguire i modelli evolutivi della società, non rimanere ancorato ai vecchi modelli.

La sua estate è scandita dal volontariato nell’Istituto Neurologico Carlo Besta. Ha chiare le motivazioni che spingono ad impegnarsi lui e i compagni di strada dell’Associazione Volontari Ospedalieri (AVO) che presiede. E ha anche chiare le basi su cui il volontariato può costruire il suo futuro. Francesco Colombo accetta con piacere di dialogare con noi sulle visioni volontarie.

Francesco, la fatica quotidiana non fa evaporare le motivazioni e le energie?

Direi di no, qualche volta la motivazione e l’energia non sono le stesse di sempre. Però diciamo che la fatica quotidiana ti dà anche la motivazione a continuare perché quello che fai ha un ritorno immediato.

Questo ritorno lo misuri sulle persone?

Sì, faccio un esempio di questo periodo. Sono volontario in un day hospital neurochirurgico del Carlo Besta di Milano e capita che le persone ritornano oppure si avvicinano, mi salutano, chiedono informazioni, ci ringraziano come volontari. La cosa è appagante.

Crea appartenenza?

Sì, perché nel mio caso è appartenenza ad Avo a e a un team di cura. Il primario di quell’ospedale in cui faccio servizio (l’Istituto Neurologico Carlo Besta) è il professor DiMeco. Dice che i volontari Avo sono pate del team di cura. C’è senso di appartenenza al gruppo e c’è senso di appartenenza al gruppo che cura. Perché noi curiamo le relazioni.

Le relazioni sono e saranno alle base del volontariato del futuro?

Per quanto riguarda il volontariato di relazione le cose si sono modificate nel tempo. Oggi viviamo relazioni virtuali che spesso occupano le persone ricoverate, ma la relazione umana e la ricerca dell’altro rimane sempre centrale. E lo è soprattutto quando la problematica è importante o quando c’è sradicamento dal propri territorio. Parliamo ad esempio di un anziano in una residenza sanitaria: lì lo spettro di intervento è molto più ampio perché se la persona anziana ha discrete capacità cognitive desidera una relazione. E tu diventi il mondo che entra nella struttura. 

Il volontariato è e sarà sempre più chiamato a rispondere ai bisogni di cura?

La solitudine è una malattia perché peggiora lo stato di salute generale della persona. L’invecchiamento progressivo della popolazione, con famiglie sempre più assottigliate o mononucleari, fa sì che il bisogno aumenti rispetto a quello che era qualche anno fa. È già aumentato e sicuramente il volontariato di relazione o di aiuto potrà fare molto. Ma il volontariato si deve confrontare con l’inverno demografico perché man mano che passano gli anni le persone disponibili sono sempre meno. Poi è cambiato l’aspetto sociale perché le persone che vanno in pensione hanno in teoria tempo, ma poi ci sono da un lato i grandi anziani da seguire e dall’altro i nipoti.

Questo porta ad un assorbimento crescente delle energie delle persone che potrebbero impegnarsi con gli altri. Sarà sempre così?

Il volontariato sarà sempre più maturo e le persone che arrivano saranno sempre più formate. Di sicuro avremo una carenza rispetto alle esigenze e ai bisogni ma è cambiata anche la società che è molto più liquida. E questo pone dei quesiti sulla gestione delle associazioni. Si arriva a gestire l’associazione dopo un percorso, ma il periodo di permanenza si sta assottigliando perché tutto è diventato un po’ più fluido. È uno scenario che non conosciamo ancora ma si sicuro già vediamo che è difficile trovare persone che oltre all’attività specifica dell’associazione siano disponibili ad assumersi incarichi di tipo gestionale o di coordinamento.

Come si può correggere al rotta considerando questi cambiamenti?

È un grande punto di domanda al quale non so dare una risposta ma le risposte che mi vengono in mente e a cui ho pensato a lungo sono queste. Innanzi tutto, migliorare l’accoglienza dei nuovi volontari ed esser sempre più aperto ai cambiamenti della società. E quindi valorizzare le persone e dare soprattutto ai più giovani la possibilità di essere generativi. Un giovane non lo si può mettere su un binario e dirgli di seguire esattamente quel binario. Gli va data la possibilità di esprimere il suo potenziale le sue emozioni. I volontari vanno sempre più stimolati senza esagerare con comunicazione, ma dobbiamo fare in modo che si sentano membri di un gruppo che si muove nella direzione intrapresa. La cura della fragilità è la direzione nel caso di Avo. Stare vicini a persone che attraversano momenti di fragilità o stanno andando verso il capolinea della vita.

Quindi la qualità del volontariato del futuro passa dalla sua capacità di rigenerarsi ed essere attrattivo.

Sì, e deve parlare il linguaggio delle comunità alle quali si vuole rivolgere. Spesso è ancorato a modelli che non si evolvono così come si evolve la società. Uno dei talloni di Achille del volontariato è la comunicazione. Mi porrei la domanda: perché devo venire da te e non da altri? Come posso esprimere il mio desiderio di essere utile all’altro? Dobbiamo essere capaci di stimolare le emozioni delle persone perché il volontariato si basa anche sull’aspetto emozionale. Non ci sono altre motivazioni tangibili. Si deve sentire parte col cuore e non solo con la mente: il volontario entra in una comunità che ha le sue regole, ma non dobbiamo esagerare con le regole. Le regole devono tutelare e dare strumenti. La persona se non è soddisfatta molla.

Quindi secondo te serve e servirà questo volontariato?

Anche la pandemia ha dimostrato che le persone hanno bisogno di relazioni umane fatte di vicinanza concreta. Siamo fatti per vivere in una comunità non per vivere su un eremo. E la comunità è qualcosa di fondamentale. Si parla spesso di famiglia, ma io preferisco parlare di comunità perché è qualcosa di cui scegli di appartenere. E scegliere il volontariato significa scegliere di far parte di una comunità.

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