Ci sono rondini che partono e poi tornano. Per farlo, però, devono trovare un nido. Non soltanto sicuro, ma anche abbastanza accogliente da convincerle a ritornare.
È forse questa l’immagine più efficace emersa dall’incontro “Talenti in cerca di futuro”, al Meeting di Rimini, dove imprenditori, istituzioni, università e sistema bancario si sono confrontati su una delle contraddizioni più profonde del nostro Paese: le imprese cercano lavoratori e spesso non riescono a trovarli, mentre migliaia di giovani scelgono di costruire altrove il proprio percorso professionale e di vita.
Il problema, dunque, non è soltanto trovare talenti. È creare le condizioni perché possano crescere, partire, fare esperienza e, se lo desiderano, tornare.
È la metafora scelta dalla ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini nelle conclusioni del confronto: “Che gli studenti vadano all’estero va bene», ma il Paese deve essere capace di offrire loro infrastrutture di ricerca e opportunità sufficientemente attrattive «perché possano tornare, come le rondini”. Non soltanto attraverso incentivi fiscali, ma costruendo un ecosistema nel quale valga la pena mettere radici.
Il paradosso demografico
Il punto di partenza è una questione che ormai attraversa economia, lavoro e vita sociale: la crisi demografica.
Già oggi una parte significativa della popolazione è fuori dal mercato del lavoro e, nello stesso tempo, molte imprese faticano a trovare le competenze di cui hanno bisogno. Per Maria Anghileri, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, il rischio è quello di continuare a investire troppo poco proprio sul futuro: natalità, istruzione, giovani imprese.
Secondo Anghileri, soltanto una quota limitata della spesa pubblica è destinata a quelle che possono essere considerate vere e proprie spese per il futuro. E circa 190 mila giovani scelgono ogni anno di guardare oltre i confini nazionali.
Numeri che raccontano un fenomeno, ma che non spiegano da soli perché un giovane dovrebbe restare.
Perché il futuro non coincide soltanto con la busta paga.
Un salario giusto e competitivo è una condizione fondamentale: senza una retribuzione dignitosa diventa difficile immaginare una casa, una famiglia, un progetto di vita. Ma attorno al salario c’è tutto il resto: la possibilità di crescere professionalmente, di essere riconosciuti per il proprio merito, di comprendere quale direzione stia prendendo l’azienda nella quale si lavora e quale possa essere il proprio posto dentro quella traiettoria.
È anche questa, secondo quanto emerso dal confronto, una delle responsabilità delle imprese: rendere i giovani partecipi della propria traiettoria di crescita.
Non soltanto dipendenti, dunque, ma persone consapevoli di contribuire a qualcosa che cresce.
Dallo “zappare la terra” alla meteorologia quantistica
A raccontare quanto sia cambiato il mondo del lavoro è stato anche un settore che nell’immaginario collettivo sembra ancora legato alla tradizione: l’agricoltura.
Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, ha ricordato la crescita del settore e la sua capacità di generare valore e occupazione. Ma soprattutto ha mostrato quanto sia lontana l’immagine di un’agricoltura ridotta al semplice “zappare la terra”.
Oggi servono conoscenze tecnologiche, competenze linguistiche per affrontare l’internazionalizzazione, capacità di utilizzare e governare strumenti digitali e nuove tecnologie. Servono persone in grado di leggere dati, utilizzare strumenti avanzati e prendere decisioni in sistemi sempre più complessi.
La ministra Bernini ha rilanciato proprio questo punto parlando di agricoltura tecnologica, genomica, cambiamenti climatici e meteorologia quantistica.
Il futuro delle competenze, insomma, non è una linea retta. È un incrocio sempre più fitto tra discipline.
E questo vale anche per il mondo dell’arte, ha ricordato Bernini: persino un settore che immaginiamo legato alla manualità e alla tradizione è oggi profondamente attraversato dalla tecnologia.
Da qui il richiamo a una collaborazione sempre più stretta tra scienze tecniche e discipline umanistiche. Perché, in un mondo governato anche dagli algoritmi, non basta saper utilizzare una tecnologia: occorre sapere quali domande porle. Da qui la necessità di bioeticisti, filosofi e competenze umanistiche capaci di accompagnare lo sviluppo tecnologico.
L’università non è il traguardo
Il passaggio dall’università al lavoro, allora, non può più essere considerato una linea di arrivo.
È l’inizio di un percorso che richiede aggiornamento continuo, nuove competenze e una relazione sempre più stretta tra formazione, ricerca e impresa.
Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, ha sottolineato come uno dei nodi delle imprese italiane sia proprio la loro dimensione: per crescere servono investimenti e competenze. E le competenze, sempre più spesso, nascono dall’incontro tra università, ricerca e mondo produttivo.
Anche il credito, in questo scenario, deve imparare a leggere la capacità di un’impresa di crescere: non soltanto attraverso i numeri, ma attraverso una valutazione qualitativa della sua traiettoria.
Perché la crescita di un’impresa può diventare anche uno strumento per contrastare lo spopolamento di un territorio.
È qui che la questione dei talenti si salda con quella dei luoghi.
Il futuro ha bisogno di un luogo
Avere attenzione ai giovani, ha ricordato Bernini, significa investire in tutto ciò che permette loro di radicarsi: il salario, certo, ma anche la casa, i servizi, le infrastrutture, la connettività, la qualità dei territori.
Un’attenzione particolare va alle aree interne, spesso considerate marginali e che invece hanno rappresentato una parte essenziale della storia produttiva italiana: artigianato, piccole imprese, comunità locali.
Oggi per evitarne lo spopolamento servono infrastrutture logistiche, ma anche infrastrutture digitali. La banda larga diventa così una politica demografica tanto quanto un incentivo alla natalità.
Perché un giovane può scegliere di restare o tornare in un territorio soltanto se quel territorio gli consente di costruire una vita.
Ed è qui che la discussione sul futuro dei talenti incontra quella sulla natalità. Se non ci sono lavoro stabile, casa, servizi educativi e servizi di cura, diventa più difficile trasformare il desiderio di futuro in un progetto concreto.
La sfida, dunque, non è soltanto far nascere più bambini, ma costruire un Paese nel quale quei bambini, una volta diventati adulti, abbiano ancora buone ragioni per restare.
Il nido deve essere pronto
Alla fine, la metafora delle rondini torna a essere più di una bella immagine.
Un Paese può anche accettare che i propri giovani partano. Anzi, può considerare l’esperienza internazionale una risorsa: studiare, lavorare, conoscere altri sistemi, contaminare le proprie competenze.
La vera domanda è un’altra: quando vorranno tornare, troveranno ancora un nido?
Un nido fatto di università e ricerca capaci di competere, imprese in crescita, salari dignitosi, infrastrutture, servizi, case accessibili, territori vivi.
E soprattutto un nido che non chieda ai giovani semplicemente di rientrare, ma che sappia spiegare loro perché vale la pena farlo.
Gli studenti, ha detto Bernini, sono “l’asset del sistema Paese”. È forse da qui che conviene ripartire: non considerando i giovani una risorsa da trattenere, ma un talento da accompagnare.
Perché un talento può partire.
L’importante è che, quando arriverà il momento, trovi il nido pronto.





