L’invenzione nel terzo settore. Per un lavoro sociale trasformativo (Il Mulino) è il nuovo libro di Sebastiano Citroni, docente all’Università degli Studi dell’Insubria, attento e acuto osservatore anche del terzo settore. Lo abbiamo incontrato per dialogare con lui su questa indagine approfondita sul cambiamento dell’esistente da parte dell’eterogeneo universo del terzo settore contemporaneo.
Sebastiano, nel tuo nuovo libro inviti a ribaltare vecchie e stereotipate concezioni sul terzo settore e nobilitare l’inventare nel terzo settore, riconoscendone apertamente i tratti distintivi. Perché va fatto oggi in Italia e cosa proponi nelle tue pagine?
Sì, nel mio testo invito ad accogliere sul piano ufficiale l’invenzione che il terzo settore già pratica a livello ufficioso in modo diffuso, nei più svariati ambiti d’intervento. Un primo motivo per fare ciò riguarda gli incredibili risultati promossi da questo inventare: cambiamenti collettivi, che riguardano le radici dei bisogni sociali di cui si occupa rispetto a temi quali l’inserimento lavorativo di persone con disabilità, il diritto all’abitare nelle nostre città e la grave marginalità. Si tratta chiaramente di questioni strutturali, su cui siamo abituati a pensare il terzo settore intervenga solo “a valle”: eppure, se seguiamo da vicino l’azione del terzo settore in questi ambiti vediamo chiaramente come vi sono sue invenzioni che promuovono trasformazioni collettive, che ridefiniscono per tutti – non solo per le persone che “assistite” – le opportunità e i vincoli presenti in certi contesti locali. E’ qualcosa che, come sociologo, mi ha sorpreso molto ed è ciò che mi ha spinto ad approfondire l’invenzione nel terzo settore: come è possibile che singole iniziative intacchino dimensioni strutturali? Per affrontare questa domanda ho studiato da molto vicino le pratiche del terzo settore contemporaneo e ho fatto importanti scoperte su ciò che chiamo l’invenzione nel terzo settore: al di là delle sue tante e diverse manifestazioni, si tratta di un’azione trasformativa specifica, con chiari tratti distintivi (e.g. la non linearità, l’incertezza, l’accoglienza e apertura nella relazione, etc..). Il punto è che queste caratteristiche invitano a ripensare radicalmente cosa è e come agisce il terzo settore rispetto al modo in cui questo eterogeneo universo in genere pensa se stesso, rappresenta il proprio operare e i suoi impatti.
Questo è un secondo, forse ancora più importante, motivo per cui oggi in Italia mi sembra urgente adottare una prospettiva come quella che propongo ne L’invenzione nel terzo settore. Approfondire quest’invenzione implica fare i conti con la dimensione controversa dell’attuale terzo settore, con una formulasi potrebbe dire: un fenomeno la cui grande crescita sta avvenendo tagliando il ramo su cui è seduto. Solo per fare un esempio, si prenda la grave crisi di fiducia che investe sempre più questo universo: rispondiamo a questo problema, ad esempio, con sistemi di certificazioni che, accreditando singoli enti, certificano insieme quanto del terzo settore in generale non ci si possa fidare; così nel modo in cui affrontiamo questa crisi di fiducia, di fatto, contribuiamo ad aggravarla, rendendo sempre più imprescindibile un modo di affrontarla che continua a consolidarla…Oppure, per fare un altro esempio, si pensi proprio all’invenzione: questa spesso non gode di buona nomea, è vista come una creatività spiccia con cui sono eluse norme e linee guida, qualcosa magari legato al nostro essere Italiani, quindi un po’ furbi, e che sarebbe meglio eliminare per essere migliori… Da questi e tanti altri punti di vista propongo di ripensare il terzo settore: il lettore del mio libro indossa altre lenti che liberano dal modo in cui questo universo viene normalmente pensato, lenti con cui ciò che diamo per scontato siano vizi del terzo settore diventano sue virtù.
Specifico che per fare ciò non ho avuto bisogno d’inventarmi niente: sono le pratiche di questo mondo che inventano, molto più di quanto si pensi in genere, per cui mi è bastato seguire queste pratiche e farle emergere per ciò che sono agli occhi di chi le realizza e di chi ne beneficia. Inventare deriva da ‘invenire’ che vuole dire ‘trovare’ e questo rimanda ad una postura con cui tanto lavoro sociale e volontariato si svolgono concretamente: un mettersi in ascolto, accogliere e adattarsi a ciò che si trova come via per perseguire specifici obbiettivi educativi o di altro tipo.
Chi vorresti che lo leggesse?
Quando scrivevo il libro avevo in mente una lettrice ideale: la maestra di scuola elementare di mia figlia! E’ un suggerimento che devo a Tommaso Vitale e che ho preso molto sul serio per asciugare la scrittura ed evitare il più possibile uno specialismo un po’ gergale, che non aiuta a farsi capire. Ho poi scoperto che anche in classe – a scuola come in università – c’è tantissima invenzione; l’insegnamento rimane un lavoro dalla forte componente educativa e questo mi ha anche aiutato a mettere a fuoco la specificità dell’invenzione nel terzo settore, rispetto a quella che avviene in altri mondi. Per rispondere alla tua domanda: io vorrei che questo libro fosse letto da chiunque, a diverso titolo, sta dentro l’universo del terzo settore, ma soprattutto da chi si è allontanato dalle sue pratiche concrete, dall’incontro con le persone che realizzano e che beneficiano dai suoi interventi. Tra le cose che emergono nel libro c’è il crescente scollamento di un universo oggi altamente differenziato come il terzo settore italiano: la distanza delle rappresentanze dagli enti, quella fra i loro dirigenti e chi coordina servizi ed interventi sul campo, lo iato che separa talvolta coordinatori da operatori e volontari, o persino questi ultimi dalle persone bisognose cui si rivolgono. Più ci si allontana dalla concretezza e immediatezza delle pratiche del terzo settore, più emergono rappresentazioni poco fedeli ad esse e per questo con forti implicazioni deleterie. Ripensare il terzo settore e la sua capacità trasformativa dell’esistente è quanto mai urgente per chi non è a contatto con le sue pratiche concrete.
Il lavoro sociale oggi è faticoso e spesso non ambito. Come superare questa convinzione diffusa e rilanciarlo veramente?
Si tratta di una convinzione che affonda le sue radici nel cambiamento storico avvenuto nelle culture politiche ed organizzative della società italiana. Infatti, questa convinzione riguarda in particolare le nuove generazioni e non si può certo pensare sia una “colpa” loro. Ma cambiare questa convinzione è possibile se si hanno chiare le ragioni profonde da cui deriva oggi l’enorme fatica di chi opera nel sociale, a qualunque titolo. Tutti abbiamo ben presente il peso degli adempimenti amministrativi, di quelli legati ad una rendicontazione sempre più stringente e anche le esigenze di efficienza derivanti da un contesto diventato moltocompetitivo. A questo volendo si può aggiungere anche altro, come ad esempio la fatica legata a percorsi di amministrazione condivisa spesso ancora molto fragili nei loro esiti. E’ utile tenere a mente che tutto questo è una parte di un doppio lavoro, con cui il terzo settore è chiamato a rappresentare se stesso in modi (e.g. indicatori, parametri, narrazioni, etc) spesso molto distanti da come realmente opera. L’altra parte di questo doppio lavoro è un fare concreto, che io chiamo invenzione nel terzo settore, che in genere non può essere ufficialmente dichiarato o rendicontato per come avviene, per quanto a volte sia profondamente trasformativo dell’esistente. Da un lato, c’è un terzo settore che dispone di sé stesso e della materia sociale con cui opera, per cui ottimizza i processi organizzativi, efficienta gli interventi, ne potenzia l’impatto sociale e gestisce sempre meglio tutto ciò. Dall’altro lato, quello concreto, la materia sociale con cui opera il terzo settore è per definizione non disponibile ad essere controllata a piacimento: è fatta di relazioni, bisogni, o desideri tanto più vivi e autonomi quando meno efficientabili o ottimizzabili. Si consideri, come esempio, la progettazione legata a bandi o altro: da una parte, vi è una pianificazione minuta di cui si deve poi dare puntualmente conto con specifici indicatori d’impatto; dall’altra parte, i progetti sono sempre re-inventati nella loro concreta implementazione, la quale spesso avviene mesi dopo la progettazione. La fatica è in questo doppio lavoro: da un lato il dire quello che non si potrà fare e, dall’altro, fare ciò che non può essere detto.
E’ questo doppio lavoro ad essere estenuante e far spesso preferire all’inventare una compliance solo formale, utile a nessuno se non a riprodurre l’attuale terzo settore nella sua versione meno interessante. Infatti, quando inventano e promuovono profondi cambiamenti dell’esistente, volontari ed operatori non possono in genere oggi vedere pubblicamente riconosciuto questo inventare e i suoi risultati, per cui finiscono per non poterli vedere loro stessi. E’ qui, secondo me, sta uno dei nodi su cui puntare per rilanciare il lavoro sociale oggi: ovvero dare riconoscimento pubblico a chi opera nel sociale, accogliendo e legittimando – mediante lenti adeguate – i loro specifici modi di operare, anche quando potrebbero inizialmente suscitare perplessità, come appunto per l’inventare.
Insieme a ciò, vi è un secondo punto: i discorsi non bastano, bisogna immergersi nelle pratiche del lavoro sociale concreto e fare esperienza diretta dei cambiamenti che promuove, i quali coinvolgono spesso insieme sia operatori e volontari, sia i beneficiari ufficiali del loro intervento. Quindi, si tratta di due punti da affrontare insieme per rilanciare il lavoro sociale oggi: trovare modi per coinvolgere nelle sue pratiche concrete e rappresentare questi coinvolgimenti in modo adeguato, ovverofedele a come davvero si svolgono, alle loro dinamiche e ai relativi esiti trasformativi dell’esistente.
Non è la ruota di scorta del pubblico come spesso viene descritto…
Il rischio che ciò avvenga c’è, inutile negarlo. E’ la storia stessa del terzo settore che consente di rintracciare questo aspetto, sin dalle sue origini come “nuovo terzo settore”, sino all’oggi di un’amministrazione condivisa che rimane spesso piuttosto fumosa. Il punto rilevante è un altro secondo me: mettere a fuoco le conseguenze concrete che derivano da questo modo di pensare il terzo settore, tanto dalla sua conferma quanto dalla sua smentita. Infatti, l’esternalizzazione del pubblico al privato cambia totalmente nelle sue implicazioni concrete se la si vede come internalizzazione nel privato di funzioni pubbliche; eppure, è la stessa cosa! Nel libro prendo sul serio il modo di pensare il terzo settore oggi dominante: ad esempio, l’immagine del “metterci una pezza” con cui viene spesso visto il suo intervento, a volte anche da chi lo realizza. In genere, l’espressione ha un significato spregiativo, significa non affrontare alla radice i problemi. Come tale, quest’espressione trova facili conferme empiriche, ok. Piuttosto che smontarla e ribaltarla nel suo contrario, proviamo adaccogliere questo dato, ma anche ad indossare altre lenti con la curiosità di scoprire cosa ci portano a vedere: è quello che faccio nel libro, con un caso di un intervento sul diritto all’abitare stigmatizzato da un mio intervistato proprio come un “metterci una pezza”, ma che – pur rispettando, accogliendo, questo modo di vedere le cose – si rivela anche qualcosa di molto diverso se visto con altre categorie; esso infatti emerge come un intervento che crea nuove opportunità di accesso alla casa per tutti coloro che, in un contesto difficile come quello comasco, sono una specifica condizione di bisogno.
Se uno vuole parlare di “metterci una pezza” o di “ruota di scorta del pubblico” va bene, così si può però al massimo confermare o smentire queste ipotesi interpretative. A me interessa fare altro: aprirsi ad una realtà ben più sfumata, con occhiali più vasti, in grado di avvicinare in modo rispettoso una complessità fatta di luci ed ombre, dove entrambi questi aspetti vanno accolti per essere compresi nella loro profonda relazione. Se invece uno è interessato a delegittimare il terzo settore, allora gli basta l’immagine della ruota di scorta…così come se interessato a glorificare questo terzo settore non ha bisogno di spostare lo sguardo, gli bastano le cosiddette “buone pratiche”.
Il lavoro sociale può essere veramente trasformativo? O rimane un’ideale non concretizzabile?
Lo è già di fatto “veramente trasformativo” e questo è evidente in tanti casi, come quelli di cui mi occupo nel libro rispetto ai contesti di Como, Milano, Torino e della provincia di Varese. Devo dire che non ho faticato molto a trovare i casi studio e gli esempi illustrati nel libro: penso che chiunque possa facilmente applicare la mia proposta sull’invenzione nel terzo settore a tanti altri casi, relativi a contesti molto diversi da quelli di cui mi sono occupato. Il punto, ancora una volta, è come pensiamo al valore trasformativo dell’intervento di terzo settore: se ci limitiamo agli indicatori d’impatto standard, agli obbiettivi associati ad azioni progettuali di pochi mesi o alle linee guida di molte professioni sociali è un discorso; ok, qui forse allora rimane un’ideale. Se invece allarghiamo il nostro orizzonte per adottare diverse prospettive, tutto cambia e può emergere quanto il terzo settore già oggi promuova profondi cambiamenti dell’esistente. Non sempre avviene, naturalmente. Infatti, l’invenzione nel terzo settore di cui mi occupo è – sino al suo concreto realizzarsi – incerta nel suo svolgersi e negli esiti che promuove; possiede una natura collettiva, per cui non c’è mai un singolo inventore isolato, così come non c’è un solo soggetto cui attribuire casualmente gli impatti sociali prodotti; inoltre, l’invenzione procede in modo non lineare: è avviata per un motivo, ma finisce per incidere nell’esistente in modi anche molto distanti dalle intenzioni iniziali. Soprattutto, il valore trasformativo promosso dal lavoro sociale ha una base relazionale e da ciò deriva la sua solo parziale controllabilità: la relazione, per essere tale, è con l’altro da me e, per quanto fastidioso, questo significa che l’altro fa e pensa diversamente da me, incluso in modi che io considero sbagliati. Tutti, spero, conosciamo per esperienza il valore trasformativo delle relazioni sociali: il cambiamento avviene con l’altro o non avviene, e quanto più provo a controllare l’altro, tanto più mi allontano dall’altro e da questa possibilità di cambiamento. Questo tipo di apertura e accoglienza è rischiosa, ma vi assicuro è molto praticata nel terzo settore italiano ancora oggi (spesso sottobanco) e sta alla base di quella sua capacità trasformativa dell’esistente che ho chiamato l’invenzione nel terzo settore.





