di Giulio Sensi – 6 agosto 2026

Serve il coraggio di osare, abbandonando un pezzetto di quotidianità

 La “Volontaria visionaria” è oggi Cristina De Luca. Quarant’anni fa le sue parole accolsero Giovanni Paolo II a un raduno Agesci. Oggi risuonano ancora più attuali. “Serve uno sforzo di creatività per portare i giovani a essere compagni di viaggio".

È il 9 agosto 1986 e San Giovanni Paolo II riceve il fazzolettone degli scout dopo la Messa celebrata durante una Route Nazionale di Agesci. A salutare il Santo Padre una volontaria Agesci già visionaria 40 anni fa: Cristina De Luca, oggi componente del consiglio direttivo di CSVnet. Per ricordare questo momento così denso di storia e proiettare la sua visione nel futuro la abbiamo incontrata dopo averla scelta come volontaria visionaria.

Cristina, fa venire i brividi rivedere quel momento storico. C’è tanta storia e ci sono tanti valori. Ma esistono ancora? E possiamo continuare a proiettarli nel futuro?

L’Agesci ha deciso di ricordare questo momento perché era un evento particolare: il Papa viene a incontrare 14.000 giovani che si trovano insieme dopo aver camminato, davanti a loro e alla società civile. Ebbe un grande significato. Lo abbiamo fatto perché pensavamo di doverci interrogare e aiutare i ragazzi ad interrogarsi sull’impegno del futuro, nell’ottica dello scoutismo come servizio e come stile di vita. Poi ce ne furono altri chiamati “Le scelte per un mondo che cambia” e “Strade di coraggio”.

Cosa ti fa pensare rivederlo oggi?

Che noi oggi siamo molto condizionati e preoccupati nel portare avanti bene le cose, compiere azioni che le realtà – siano associazioni o altri soggetti – vivono con l’urgenza e la peculiarità del fare, a cominciare dalle scadenze burocratiche che irrompono sempre. Abbiamo una certa cognizione delle problematiche di oggi, ma non riusciamo a staccarci dall’idea che la problematica condiziona le attività.

A cosa è dovuto?

La testa di chi governa le organizzazioni è assorbita principalmente da tre cose: la scarsità di risorse, la troppa burocrazia, la non sufficiente presenza di volontari.

Queste cose bloccano il pensiero e frenano l’azione?

Credo che manchi un po’, nonostante ci sia chiarezza sulle problematiche, la capacità di guardare oltre. Non ci fermiamo e non abbiamo la capacità di gettare il cuore oltre l’ostacolo. Chi fa volontariato deve avere il coraggio di osare e noi non siamo più capaci di osare. Osare vuol dire sperimentare, cercare di avere il coraggio di sbagliare, provare cose totalmente diverse da quelle che si sono fatte fino ad adesso.

Questo frena anche il coinvolgimento dei giovani?

Forse non siamo così capaci di parlare ai giovani, abbiamo chiaro quale è il problema che hanno. Che poi non è un problema, ma una modalità diversa di intendere e vivere l’esperienza del volontariato nelle sue tante accezioni e distinzioni. Poi ci poniamo magari nell’idea di accoglierli, ma non nell’idea di ascoltarli.

Non saremo mai in grado di farlo?

Dobbiamo camminargli a fianco: una convinzione che proviene dall’esperienza con l’Agesci. Non mettersi a chiedere ai giovani cosa possono fare, ma camminare insieme. Sono ancora portatori di ricchezza anche nel nostro mondo. Su alcuni temi sono più sensibili, ma li affrontano in maniera diversa da come li abbiamo affrontati noi. Sono pezzi di strada diversi, ma in un rapporto paritario nel rispetto e nella convinzione che quello che tu puoi dare al giovane è altrettanto valido di quello che il giovane può dare.

È una convinzione diffusa e praticata?

In organizzazioni molto strutturate è oggi forse estremamente complicato. Agesci ha i valori educativi nel DNA, chi ha nel carisma l’attenzione all’educazione è più facilitato di chi invece si occupa, ad esempio, degli anziani, ma magari non ha capacità di mettersi a fianco dei giovani e renderli attori principali di quello che stanno facendo.

Da questo dipende il futuro del volontariato?

Il volontariato del futuro non è quello che abbiamo fatto noi. Sarà fatto da generazioni diverse che hanno una dimensione di multi-appartenenza: non scelgono una causa o un problema, ma molte. E uno può in qualche modo accompagnare questo processo. È necessario quindi ripensare alla modalità di essere associazione.

Accettando di mettersi in discussione. Allora c’è speranza.

Nel futuro del volontariato c’è una dimensione di terza età ed è importante che ci sia perché può essere un tassello necessario. I ‘senior’ sono portatori di competenze e di storia ed entrambi sono importanti. Ma non sono il futuro, sono ciò che accompagna il futuro. Devono, dobbiamo, essere dei traghettatori. Queli che accompagnano dall’altra parte. Dobbiamo assumere la mentalità e la volontà di fornire tutti gli strumenti, ma anche la passione e la voglia affinché siano loro a cogliere e costruire il futuro del volontariato. Certo, magari sarà diverso, ma alcune scosse le vediamo con chiarezza. È una scommessa difficile perché la quotidianità ti impedisce di pensare al futuro.

Cosa serve?

Serve coraggio, il coraggio di abbandonare un pezzetto della quotidianità, lasciare che vada per la sua strada, ma rendersi conto che non si può fare a meno di avere magari meno attenzione a favore di un’idea di futuro. Serve uno sforzo di creatività non solo per far funzionare l’associazione, ma per trasmettere ai giovani quel germe di attenzione e poi trovarli veri compagni di viaggio.

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