Dietro a questa miriade di eventi, oltre alle grandi organizzazioni pubbliche o private, ci sono anche tantissime piccole organizzazioni non profit, ma soprattutto volontari e volontarie. Fare un elenco significativo è impossibile, tanti sono i festival promossi da associazioni. Si va dai grandi esempi consolidati come Festivaletteratura di Mantova, che coinvolge molti volontari, a esperienze nate nei territori come il Karawan Festival, Festa di Cinema, Commedie e Culture a Roma. E ancora Holydays Festival in Umbria o Trame Festival dei libri sulle mafie a Lamezia Terme. Realtà diverse, accomunate da un modello partecipativo in cui il volontariato non affianca soltanto l’organizzazione, ma ne costruisce l’identità.
Le call per “diventare volontari” durante gli eventi estivi sono sempre più numerose. E se è evidente che molte manifestazioni non potrebbero reggere senza il loro supporto, c’è un aspetto meno conosciuto: dietro la proposta culturale di tante realtà italiane il volontariato non si limita a collaborare, ma contribuisce a immaginare e costruire i progetti.
Volontari e volontarie che pensano e organizzano, contribuiscono alla definizione del programma, alla progettazione delle attività e alla comunicazione, costruendo relazioni con il territorio. Sempre più frequentemente, infatti, il volontariato non è relegato al solo supporto logistico, dall’accoglienza del pubblico al montaggio delle strutture, ma è la miccia che attiva, immagina, costruisce. Ce lo raccontano le associazioni e le esperienze sui territori.
Eppure, quando si parla di festival in Italia, il ruolo del volontariato resta sorprendentemente poco indagato.
La prima difficoltà è proprio questa: non esistono dati nazionali affidabili che consentano di quantificare quanti volontari operino nei festival culturali e musicali. Lo stesso fenomeno dei festival sfugge ancora a una mappatura completa. Secondo il progetto “Italia dei Festival” dell’IsICult, a giugno 2025 le manifestazioni attive sarebbero oltre 3.000, ma non dispone di un database complessivo e nemmeno di una classificazione omogenea delle iniziative sostenute.
Se dati specifici non ce ne sono, è comunque possibile osservare il contesto più ampio nel quale essi operano. Secondo gli ultimi dati del registro statistico Istat, nel 2024 le organizzazioni non profit attive nei settori culturali e creativi erano oltre 57.000, cui si aggiungono oltre 60.000 enti impegnati in attività ricreative e di socializzazione. Oltre il 90% di queste realtà è costituito in forma associativa.
È all’interno di questo ecosistema che nasce gran parte dei festival italiani, soprattutto quelli di piccola e media dimensione. Manifestazioni che spesso non potrebbero sostenere i costi di mercato necessari a garantire tutte le attività organizzative e che trovano proprio nel volontariato una risorsa decisiva.
L’impatto della cultura
Se i festival rappresentano una parte importante dell’ecosistema culturale italiano, il loro impatto va letto all’interno di una filiera che genera valore economico ma anche sociale. Secondo la XVI edizione del Rapporto Io sono Cultura, la filiera culturale italiana — che comprende professionisti, imprese, terzo settore e pubblica amministrazione — ha generato nel 2025 115,8 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 5,7% dell’economia nazionale, con una crescita del +3,3% rispetto all’anno precedente. L’indagine realizzata da Fondazione Symbola, Unioncamere, Deloitte, Istituto Guglielmo Tagliacarne e Istituto per il Credito Sportivo misura e racconta la capacità della cultura e della creatività di generare nuovi significati, valore economico, coesione sociale e trasformazione, mettendone in luce il legame con competitività, innovazione e identità delle filiere del made in Italy.
Secondo l’indagine, “l’Italia della qualità e della bellezza non produce solo ricchezza economica, ma genera valore sociale e relazionale”. Si tratta di un movimento silenzioso e potente che negli ultimi anni ha cominciato a ridefinire il ruolo dei luoghi e delle organizzazioni della cultura nel nostro Paese: musei, teatri, biblioteche e archivi, centri culturali di prossimità si stanno trasformando in presidi territoriali di cura e ben-essere. L’Italia ha dimostrato anche che le industrie culturali e creative possono fare molto più che attrarre turismo o abbellire le nostre città: possono prendersi cura delle comunità. E in questo senso, l’apporto del terzo settore e del volontariato rappresenta quella prospettiva di valore che cambia il senso dell’offerta culturale.
“Il valore del non profit e del volontariato si esprime sui festival estivi e anche più in generale sulla cultura – spiega Ermete Realacci, presidente di Symbola – soprattutto nei luoghi dell’Italia in cui conta molto la presenza di comunità, di coesione e di scambio. Le iniziative del non profit fanno leva sulle tradizioni e sulle culture locali, sono produzioni culturali molto importanti. Del resto, è quello che distingue l’Italia da altri paesi in settori, come ad esempio il turismo, in cui c’è un’offerta turistica meno standardizzata. Sono centinaia i luoghi che sentono ed emanano il respiro della storia e la bellezza è un fattore di attrazione unico. In questo contesto il volontariato fa la sua parte sempre, a volte non viene compreso che produce qualcosa che non appare quantificabile, ma che contiene grandi punti di forza”.
Se oggi migliaia di festival continuano ad animare l’estate italiana, è anche grazie a una partecipazione volontaria che non si limita a collaborare, ma contribuisce a immaginare e costruire cultura. Una presenza poco visibile nelle statistiche, ma decisiva nella vita delle comunità.
Un fenomeno che sta emergendo con forza e che anche durante l’estate si sviluppa e consolida in tutto il Paese.





