Una biblioteca può diventare un rifugio quando fuori la temperatura supera i quaranta gradi. Durante le giornate più difficili dell’estate, chi entra non cerca soltanto uno scaffale, un romanzo o un giornale. Cerca una stanza fresca, una sedia, qualcuno con cui scambiare due parole. Il libro rimane al centro, ma intorno al libro accade qualcos’altro: persone che si incontrano, solitudini che si interrompono, uno spazio pubblico che torna a svolgere la propria funzione.
Altrove i libri cambiano strada. Non aspettano il lettore sugli scaffali, ma raggiungono case dove vivono persone anziane che non possono più uscire. Oppure attraversano piccoli borghi, entrano nei cortili, animano festival estivi, diventano occasione di incontro in territori dove i presìdi culturali si sono progressivamente ridotti.
Sono esperienze nate da bisogni diversi. Ma osservate insieme raccontano una trasformazione comune: la lettura non riguarda più soltanto il rapporto tra una persona e un libro. Riguarda anche i luoghi, le relazioni e le condizioni sociali che rendono possibile quell’incontro. La domanda, allora, cambia. Non è soltanto: come possiamo aumentare il numero dei lettori? È anche: quali spazi, quali reti e quali opportunità deve costruire una società perché le persone possano diventare lettrici?
Un Paese che legge, ma con profonde differenze
I dati sulla lettura in Italia restituiscono un quadro complesso. Secondo le rilevazioni ISTAT sulla lettura di libri, nel 2024 il 57,1% delle persone di 6 anni e più ha dichiarato di aver letto almeno un libro per diversi motivi: circa 32 milioni di persone. È un dato che mostra come il libro continui ad avere una presenza significativa nella vita degli italiani. Ma quando si osserva la lettura come scelta libera, il quadro cambia. Le persone che leggono nel tempo libero sono il 40,5% della popolazione.

La differenza è importante perché separa due dimensioni: da una parte chi incontra il libro per studio o lavoro, dall’altra chi sceglie la lettura come esperienza personale, culturale e di piacere.
Anche tra i lettori il rapporto con i libri è spesso discontinuo. Tra chi legge nel tempo libero, il 42,8% non supera i tre libri all’anno. Solo il 3,2% supera i trenta libri.
La questione italiana, quindi, non è soltanto aumentare il numero delle persone che aprono un libro.
È rendere più stabile il rapporto con la lettura.
Diventare lettori non è soltanto una scelta individuale
Per molto tempo abbiamo pensato alla lettura come a un gesto privato: una persona, un libro, il tempo necessario per leggere. Ma i dati mostrano che diventare lettori dipende anche dall’ambiente sociale e culturale in cui una persona vive.
Le elaborazioni ISTAT evidenziano una forte relazione tra lettura, istruzione e condizioni economiche.
Nelle famiglie appartenenti alla fascia di reddito più basso legge il 43,9% delle persone; nella fascia di reddito più alta la quota sale al 72,5%. Tra le persone con un titolo di studio elevato la diffusione della lettura è circa tre volte superiore rispetto a chi possiede livelli di istruzione più bassi. Anche il territorio produce differenze significative: nel Centro-Nord legge oltre il 60% della popolazione, mentre nel Mezzogiorno la quota si ferma intorno al 47%.
La geografia della lettura, quindi, non coincide soltanto con le preferenze individuali. Coincide anche con la presenza di scuole, biblioteche, librerie, iniziative culturali e occasioni di incontro.
In altre parole: i lettori non si formano soltanto davanti ai libri. Si formano dentro ecosistemi che rendono i libri vicini e accessibili.
Il libro deve tornare al centro della crescita culturale del Paese
La fragilità della lettura italiana riguarda anche il sistema che sostiene il libro. Renata Gorgani, presidente del Gruppo editoria di AIE, intervenendo al Salone del Libro di Torino, ha richiamato la necessità di riportare il libro al centro delle politiche culturali: «La promozione della lettura dovrebbe diventare una priorità strutturale e stabile nel tempo». Il tema, nella sua prospettiva, non riguarda soltanto il mercato editoriale, ma la capacità del sistema culturale di creare le condizioni perché i libri incontrino i lettori.
Biblioteche, librerie e altri spazi culturali diventano quindi elementi decisivi: sono i luoghi dove il libro può uscire dalla dimensione privata e trasformarsi in esperienza collettiva. Perché il problema non è soltanto produrre libri. È fare in modo che quei libri possano incontrare persone.
Dal lettore alla comunità di lettura
Questa prospettiva attraversa l’incontro Libri e lettori oggi e domani tra fragilità e resilienza promosso dall’editore Giuseppe Laterza, dedicato alle trasformazioni del rapporto tra libri, lettori e società contemporanea. Dall’evento emerge che la lettura oggi è fragile perché discontinua, diseguale e continuamente esposta alla frammentazione dell’attenzione. Ma resta anche una pratica capace di adattarsi, cambiare forme e generare nuove comunità. Quindi per sostenerla non basta aumentare l’offerta di libri: occorre creare luoghi, relazioni e occasioni che rendano la lettura accessibile, condivisa e continuativa. In questa prospettiva, le librerie di comunità possono diventare veri presìdi culturali e sociali, capaci di unire vendita dei libri, promozione della lettura, partecipazione, educazione e costruzione di legami territoriali.
Da questa prospettiva, biblioteche, librerie, scuole e associazioni non sono semplicemente strumenti di promozione della lettura. Sono ambienti che contribuiscono a formare lettori.
Biblioteche e librerie come infrastrutture sociali
In Italia esistono oltre 13.600 biblioteche. Nel 2025 il 15,1% della popolazione è entrato almeno una volta in biblioteca. Tra bambini e giovani fino a 24 anni la percentuale sale al 30,9%. Un dato aiuta però a comprendere il cambiamento in corso: tra i giovani, dagli 11 ai 24 anni, che frequentano le biblioteche, quasi uno su cinque le utilizza anche come luogo per incontrare amici. È un dettaglio significativo. Racconta che una biblioteca non è soltanto un servizio culturale. È anche uno spazio sociale.
Lo stesso processo riguarda molte librerie indipendenti che negli ultimi anni hanno scelto di ampliare il proprio ruolo: incontri, gruppi di lettura, collaborazioni con scuole e associazioni, attività rivolte al quartiere. La domanda non è più soltanto cosa contiene un luogo della lettura. È cosa riesce a generare.

La lezione internazionale e la strada italiana
Negli Stati Uniti il dibattito sul futuro delle librerie indipendenti ha portato a considerare questi luoghi come infrastrutture civiche. La Stanford Social Innovation Review ha raccontato il modello sostenuto da Emerson Collective, che integra attività commerciale, struttura non profit, raccolta fondi, accompagnamento organizzativo e misurazione dell’impatto sulla lettura, sulla coesione sociale e sull’economia locale. La domanda alla base è semplice: che cosa perde una comunità quando chiude una libreria? Non soltanto un negozio. Perde un luogo di incontro, un presidio culturale, uno spazio capace di creare relazioni.
Il modello americano nasce però in un contesto diverso, dove la filantropia privata ha un ruolo più strutturato. In Italia la trasformazione segue un’altra strada. È meno centralizzata e più diffusa.
Nasce spesso dall’iniziativa di associazioni, volontari, bibliotecari, librai e cittadini che provano a rispondere a bisogni concreti del proprio territorio.
Quando un libro costruisce una comunità
Le esperienze raccontate in questo speciale di mezza estate di VDossier mostrano proprio questa trasformazione. Non sono soltanto progetti per aumentare il numero dei lettori. Sono tentativi di ricostruire condizioni di accesso alla cultura.
Ci sono biblioteche che entrano in contesti di fragilità sociale, portando il libro dove normalmente non arriva. Ci sono iniziative che utilizzano la lettura per contrastare l’isolamento degli anziani. Ci sono festival che scelgono piccoli borghi come luoghi di incontro e partecipazione. Ci sono librerie e associazioni che costruiscono intorno ai libri nuove forme di relazione.
Il valore di queste esperienze non sta soltanto nel numero di persone coinvolte. Sta nella capacità di creare legami. Il libro rimane un oggetto silenzioso. Ha bisogno di qualcuno che lo apra. Ma ha bisogno anche di luoghi che permettano quell’incontro.
Forse il futuro della lettura dipenderà proprio da questo: dalla capacità di costruire spazi in cui le persone non siano soltanto lettrici, ma possano diventare parte di una comunità di lettori.
Fonti e approfondimenti
- ISTAT, Libri e biblioteche: abitudini di lettura e frequentazione – Anni 2024 e 2025
- AIE – Associazione Italiana Editori, Osservatorio sulla lettura e sui consumi culturali
- Renata Gorgani, “Al Salone 2026 tra segnali positivi e criticità strutturali: il libro deve tornare al centro della crescita culturale del Paese”, Il Giornale della Libreria.
- Video Libri e lettori oggi e domani tra fragilità e resilienza.
- Stanford Social Innovation Review, Sustaining Independent Bookstores.



