di Mario German De Luca – 5 agosto 2026

I volontari generano legami civili utili e preziosi per lo sviluppo dell’economia sociale

 Anche se i volontari non producono beni o servizi “di mercato”, vogliono partecipare alla costruzione di un’economia al servizio delle persone. Il commento al Piano Nazionale dell'Economia Sociale del presidente del Csv Lazio Mario German De Luca.

L’idea di fondo che ha guidato questo contributo, alla luce del Piano di azione nazionale di economia sociale, al quale Vdossier ha dedicato una serie di approfondimenti, è che l’economia è sempre “incastonata” nelle relazioni sociali e che occorre reintegrare l’economia nella società. Alessandro Scassellati Sforzolini, ricercatore sociale, presentando il suo recente saggio “Ecosocialismo o barbarie. La lezione di Karl Polanyi e la sfida democratica al neoliberismo” (Left 2026), riprendendo il pensiero di Karl Polanyi dice: «L’economia è sempre stata parte integrante dei rapporti sociali, religiosi e politici. La “grande anomalia” del capitalismo è stata l’illusione di poter rendere l’economia un’entità autonoma e autoregolata».

Nella Raccomandazione europea del 2023 sullo “Sviluppo delle condizioni quadro dell’economia sociale” sono declinati i compiti e gli inviti agli Stati Membri. In particolare «Si raccomanda agli Stati membri di sviluppare quadri strategici e normativi che favoriscano e sostengano l’economia sociale. A tale fine, gli Stati membri sono invitati a elaborare e attuare strategie complete che riconoscano e stimolino l’economia sociale o ad adattare strategie esistenti o altre iniziative strategiche, in linea con la presente raccomandazione, il piano d’azione dell’Unione per l’economia sociale e altri orientamenti strategici dell’Unione».

La costruzione del Piano di azione nazionale di economia sociale in Italia ha avuto un certo grado di coinvolgimento di reti nazionali del terzo settore, che hanno potuto rappresentare il proprio punto di vista.

A prescindere dai contenuti specifici, il Piano sembrava pronto per essere approvato e poi implementato con successivi impegni finanziari, verosimilmente visibili già dalla prossima Legge di bilancio.

Al momento, il Consiglio dei Ministri ha ascoltato un’informativa in merito al Piano d’azione nazionale per l’economia sociale, ma non ci sono atti normativi di nessuna natura e non è noto che si sia convenuto sui contenuti del Piano.

Ora, nessun atto della Pubblica Amministrazione è insignificante, per cui occorrerà individuare il significato di questa Informativa. Ovviamente da più parti si segnala, giustamente, che c’è stato comunque un passaggio formale ed è lecito attendersi e sostenere nuovi passi normativi e nuovi impegni finanziari.

Ma che cosa è l’economia sociale?

Per l’Unione Europea, l’economia sociale non è vista come un’eccezione alle regole economiche, ma come un modello di produzione e consumo alternativo, integrato nel mercato. Tra gli obiettivi:

  • orientare gli Stati membri nella promozione di una strategia e di quadri giuridici favorevoli all’economia sociale e di misure che ne agevolino lo sviluppo;
  • sostenere il conseguimento dei tre obiettivi principali dell’Unione a favore dell’occupazione, delle competenze e della riduzione della povertà entro il 2030, in linea con il piano d’azione sul pilastro europeo dei diritti sociali;
  • stimolare uno sviluppo industriale e socioeconomico equo e sostenibile. L’economia sociale contribuisce al Green Deal europeo, alla democrazia economica, allo sviluppo sostenibile, alla partecipazione attiva dei cittadini e al miglioramento della coesione sociale e territoriale tra gli Stati membri.

Per l’ONU, con la risoluzione del 18 aprile 2023, come riferisce EURICSE, l’economia sociale e solidale è caratterizzata da cooperazione volontaria e aiuto reciproco, governance democratica e/o partecipativa, autonomia e indipendenza.

L’economia sociale e solidale comprende imprese, organizzazioni e altri enti impegnati in attività economiche, sociali e ambientali al servizio dell’interesse collettivo e/o generale, che si fondano sui principi della cooperazione volontaria e dell’aiuto reciproco, della governance democratica e/o partecipativa, dell’autonomia e dell’indipendenza, e sul primato delle persone e della finalità sociale rispetto al capitale nella distribuzione e nell’utilizzo delle eccedenze e/o dei profitti.

Le conseguenze possibili di queste scelte

Entrambi questi importanti pronunciamenti definiscono i soggetti dell’economia sociale: cooperative, associazioni, società di mutuo soccorso, fondazioni, gruppi di auto-aiuto e di volontariato. Anche il Piano d’azione per l’economia sociale elaborato in Italia adotta, sostanzialmente, questo approccio.

L’approccio sarà utilissimo e di grande innovazione, nel breve e medio periodo, per generare politiche nazionali di settore. Potrebbe comportare, tuttavia, almeno due possibili rischi:

  1. escludere altri soggetti dell’economia reale che sarebbero fondamentali per ridurre il rischio di ghettizzazione e, alla fine, comportare irrilevanza dell’economia sociale e de-responsabilizzazione del capitalismo tradizionale.

Senza questo inserimento, il settore profit tradizionale può continuare a operare con l’unico scopo di massimizzare il profitto per gli azionisti, lasciando la costruzione del modello di produzione e consumo alternativo, l’impatto sociale e ambientale e la cura dei vulnerabili come un problema dell’economia sociale.

  • includere soggetti non propriamente impegnati ed interessati a processi produttivi o di economia di mercato come le varie espressioni di volontariati e di cittadinanza attiva.

I rischi di costruzione di un “ghetto” o comunque di un insieme piccolo di soggetti confligge con l’idea perseguita da molti studiosi che vorrebbero l’intera economia coinvolta in un approccio spesso definito di economia civile, che coinvolge come protagonisti tutti i sistemi produttivi.

In Italia in particolare, per me, sarà utile ripartire dai lavori di Bruni e Zamagni che, non a caso, nel testo “L’economia civile. Un’altra idea di mercato” (Il Mulino, 2015) – testo di riferimento per comprendere la via italiana e mediterranea all’economia sociale, slegata dal puro utilitarismo anglosassone – utilizzano economia civile e non economia sociale.

Per accennare ad entrambi i rischi facciamo riferimento al testo. Si tratta di una visione macroeconomica che contesta l’idea che l’economia sia fatta solo di scambi di mercato.

Occorre promuovere l’idea che il mercato possa essere guidato dal principio di reciprocità e dalla ricerca del bene comune.

L’economia civile non si limita a correggere i fallimenti del capitalismo, ma propone un modello alternativo dove l’efficienza economica si sposa con la fraternità e la felicità pubblica. Zamagni non parla alle sole imprese sociali, ma all’intero sistema produttivo sia non profit che profit, anzi inserisce in questo quadro anche lo Stato.

È necessario abbandonare il modello sociale bipolare che ha dominato il Novecento: da una parte il Mercato (luogo dell’efficienza e del profitto egoistico) e dall’altra lo Stato (luogo della redistribuzione e della solidarietà). In questo modello classico, il Terzo Settore o l’economia sociale vengono visti come, al massimo, “ambulanze” che raccolgono i feriti della competizione di mercato.

Tutti e tre i soggetti sopra richiamati devono operare all’interno del mercato seguendo una logica di biodiversità economica.

Le imprese profit devono “civilizzarsi” integrando la responsabilità sociale nelle loro operazioni, mentre le imprese civili (cooperative, mutue) devono dimostrare che si può essere competitivi ed efficienti sul mercato, senza rinunciare alla propria missione umana e relazionale.

La via italiana all’economia civile descritta da Bruni e Zamagni non cerca un’economia senza profitto, ma un’economia in cui il profitto sia un mezzo e non il fine.

Il mercato non è un luogo cinico da cui difendersi, ma uno spazio di cooperazione civile in cui la massimizzazione della ricchezza economica cammina di pari passo con lo sviluppo delle relazioni umane e della felicità pubblica.

E il volontariato?

Un ultimo accenno al libro riguarda il possibile ruolo del volontariato nel contesto dell’economia civile.

In sintesi, Bruni e Zamagni sostengono che il volontariato non deve commettere l’errore di farsi “rinchiudere” in un settore protetto (il sociale o l’assistenziale).

Il vero ruolo dei volontari è provocare l’economia capitalistica, mostrando visivamente che è possibile produrre valore partendo dalle relazioni umane, spingendo così tutto il mercato a diventare più “civile”.

Si attinge a Zamagni poiché non può certo essere considerato un critico dell’economia sociale e, tuttavia, mi pare che metta in guardia da possibili sovrapposizioni di compiti tra imprese sociali e volontariato. In fondo, accettare la trasformazione da economia civile ad economia sociale vuol anche dire costruire un sistema relativamente piccolo, che non comprenda più tutta l’economia come ipotizzato dei primi scritti di Zamagni.

Vorrei aggiungere che anche le spinte opposte ad includere i soggetti del volontariato e della cittadinanza attiva nei processi produttivi e di mercato indebolirebbero il ruolo di innovatori e sentinelle evocato dagli autori. Si può non condividere ogni aspetto di questo approccio, ma certamente una sua discussione contribuirebbe ad evitare i rischi sopraesposti.

In ogni caso, anche se i volontari non producono beni o servizi “di mercato”, sono interessati a partecipare al medesimo progetto di società: un’economia al servizio delle persone. Il coinvolgimento nell’economia sociale potrebbe offrire al volontariato maggiore visibilità e riconoscimento politico ed un ruolo più incisivo nell’auspicata transizione verde e digitale. Sarebbe interesse del volontariato partecipare all’economia sociale da soggetto politico e civico, non da esecutore subordinato. Quello che sarebbe essenziale è che volontari e beneficiari partecipino ai processi decisionali sullo sviluppo economico dei territori, evitando che le scelte vengano imposte da logiche economiche o istituzionali. Il volontariato deve rimanere un soggetto critico dentro l’economia sociale, non un ingranaggio del suo sistema produttivo. La sua presenza potrebbe servire a ricordare che l’economia non esaurisce il sociale, ma deve sempre rimanere strumento, non fine. In conclusione si potrebbe sperimentare ed approfondire il concetto e le pratiche di “alleanza critica” tra volontariato ed economia sociale come due entità distinte che possono condividere missioni, obiettivi e azioni.

Forse sarebbe utile anche guardare e concezioni differenti di volontariato, come potrebbero essere gli studi e le ricerche di Giovanni Moro sulla cittadinanza attiva. Questa concezione dei cittadini che si organizzano potrebbe sostenere e innovare anche il mondo del volontariato organizzato e di tutto l’associazionismo e l’attivismo civico. Partire dal pensiero di Moro, potenzialmente più critico e diffidente nei confronti dell’economia sociale come declinata dalle recenti normative, ci permette di spostare il fuoco dal volontariato come “attività” al volontariato come espressione di cittadinanza attiva, cioè come pratica politica della società civile che agisce per l’interesse generale al di fuori (e spesso in dialogo critico con) le istituzioni e il mercato.

Si potrebbe ipotizzare un ruolo moderno del volontariato che esca dai timori di perdere autonomia ed anche purezza della missione, preservando la sua natura civica e gratuita e riconoscendo la necessità di agire nella sfera economica per incidere realmente sulla società contemporanea.

Questo potrebbe favorire le pratiche di un volontariato come cittadinanza economica critica, che partecipa ai processi dell’economia sociale non per diventare produttore, ma per portare dentro l’economia la dimensione del senso, della gratuità e della giustizia. Un attore che collabora con imprese sociali e istituzioni, mantenendo però una funzione riflessiva e democratica, capace di interrogare continuamente le finalità dei processi economici.

Le riflessioni dei mondi potenzialmente coinvolti – volontariato /cittadini attivi, imprese sociali e cooperative, sistema profit, Stato – dovrebbero proseguire.

Per i volontari ed i cittadini attivi l’economia sociale può essere un’ottima alleata se serve a civilizzare le imprese e a creare lavoro dignitoso. Ma non aiuta inghiottire il volontariato al suo interno.

I volontari non possono essere il gradino più basso o più ‘povero’ dell’attività produttiva: sono la società civile che si organizza liberamente attorno al bene comune, alla gratuità e ai diritti. Per dirla forse bruscamente, i volontari non producono merci o servizi, generano legami civili.

Le organizzazioni di volontariato non dovrebbero essere “attori economici o produttivi”. La loro missione principale non è l’erogazione efficiente di una prestazione, ma l’attivazione della cittadinanza e la difesa dei diritti. Il vero valore sta nella capacità di denunciare le ingiustizie, promuovere la pace, l’inclusione, la partecipazione, la coesione sociale e l’espressione democratica delle proprie opinioni su come deve essere governato il mondo ed il villaggio.

Se tutta la società civile organizzata viene racchiusa all’interno delle regole del mercato (seppur civile o sociale), non esiste più uno spazio “terzo” e indipendente da cui osservare, criticare e correggere il sistema.

Il mercato e la produzione seguono logiche di efficienza, sostenibilità finanziaria e pianificazione.

Il volontariato deve poter essere libero anche di fallire, di essere inefficiente, di dedicare ore all’ascolto di una sola persona senza dover giustificare la produttività di quel tempo.

Per cambiare il mondo profit non serve che il non profit diventi un’impresa; serve che i cittadini attivi siano un contropotere profetico, una voce critica che interroga il mercato dall’esterno, non dall’interno delle sue dinamiche produttive.

Nel mondo della cooperazione stiamo assistendo ad un grande ed interessante dibattito tra le due funzioni fondamentali: di impresa collettiva sostenibile e soggetto sociale e politico. La riflessione sulle modalità di relazione, collaborazione e interlocuzione con la Pubblica Amministrazione fa parte di questo interessante percorso.

Il tema del rapporto tra i soci, con i soggetti del terzo settore e i destinatari dei servizi e degli interventi è divenuto centrale per la cooperazione.

Una nuova concezione dell’economia vedrà protagonista la cooperazione italiana che ha attivato pratiche di economia sociale inventando un modello di impresa che, nei suoi presupposti statutari, è già fondamento dell’economia civile.

Nel suo lavoro, “Cooperative da riscoprire. Dieci tesi controcorrente” (Donzelli, 2018), Borzaga mostra la capacità delle organizzazioni dell’economia sociale di essere più resilienti rispetto alle imprese capitalistiche tradizionali e di creare un lavoro di migliore qualità relazionale.

Nel mondo profit assistiamo ad un’attivazione di strumenti per la responsabilità sociale delle imprese ed anche oltre questa. Non più impresa che estrae valore dal territorio, dall’ambiente e dai lavoratori, ma economia generativa in cui le imprese (siano esse cooperative non profit, società benefit o aziende tradizionali illuminate) creano valore economico rigenerando al contempo il capitale sociale, umano e ambientale del territorio.

Ad esempio, le società Benefit sono aziende profit a tutti gli effetti (distribuiscono utili agli azionisti), ma inseriscono nel proprio statuto giuridico l’obbligo di perseguire anche il beneficio comune e la sostenibilità,

Una prima ibridazione?

Qui la logica dell’economica sociale potrebbe entrare nel cuore del capitalismo, ad esempio: l’amministratore delegato di una società Benefit può essere citato in giudizio se massimizza i profitti distruggendo l’ambiente o maltrattando i dipendenti.

Per concludere è utile ribadire che le riflessioni dei mondi potenzialmente coinvolti dovrebbero proseguire: una sorta di appello a cittadini/volontari, imprese sociali e cooperative, sistema profit, Pubblica amministrazione.

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