di Lara Esposito – 30 luglio 2026

Dietro il palco c'è una comunità. Soprattutto al Sud Italia

 Intervista ad Ester Apa - referente di Daccapo Comunicazione e consulente di Picicca, società di management di Brunori Sas - sul ruolo del volontariato come motore dei festival.

Molti festival musicali nel Sud Italia nascono e crescono grazie all’impegno di associazioni culturali e gruppi di volontari. Un lavoro spesso invisibile che va ben oltre l’accoglienza del pubblico o il supporto logistico: c’è una dimensione progettuale, relazionale e culturale che contribuisce a definire l’identità stessa degli eventi. Ne parliamo con Ester Apa, referente di Daccapo Comunicazione e consulente di Picicca, società di management di Brunori Sas, professionista del settore musicale che, attraverso il lavoro di ufficio stampa e booking, osserva da vicino la realtà dei festival italiani.

Nel tuo lavoro incontri ogni anno molti festival. Che ruolo ha oggi il volontariato nell’organizzazione degli eventi musicali?

Il volontariato continua a essere uno degli elementi che distingue molti festival del Sud Italia. Non rappresenta semplicemente un supporto operativo, ma una componente identitaria. In molti casi sono proprio le associazioni e i gruppi di volontari ad aver immaginato il festival, a costruirlo nel tempo e a mantenerne vivo il rapporto con il territorio. Questo crea un senso di appartenenza che il pubblico percepisce immediatamente: non partecipa solo a un concerto, ma entra in una comunità.

C’è una differenza tra i festival costruiti da associazioni e quelli organizzati secondo logiche più commerciali?

Sì, la differenza è netta. I festival promossi dalle associazioni nascono quasi sempre da una visione culturale e da un bisogno del territorio, non da una logica di mercato. L’obiettivo principale non è vendere un evento, ma costruire un’esperienza capace di generare relazioni, valorizzare un luogo e creare opportunità per una comunità. I festival con un’impostazione più commerciale, invece, sono orientati soprattutto alla produzione dell’evento e ai risultati in termini di pubblico e sostenibilità economica. Sono due modelli diversi, entrambi legittimi, ma con finalità differenti: nel primo caso il festival è uno strumento di sviluppo culturale e sociale del territorio; nel secondo è principalmente un prodotto di intrattenimento. È proprio questa differenza che rende i festival associativi un patrimonio così importante, soprattutto nel Sud Italia, dove spesso hanno contribuito a rigenerare luoghi, attivare reti e costruire nuove comunità culturali.

Quali sono le attività svolte dai volontari che spesso il pubblico non vede?

C’è un enorme lavoro invisibile dietro ogni festival. I volontari mettono a disposizione tempo, competenze, relazioni ed energie, contribuendo all’organizzazione, alla comunicazione, all’accoglienza e alla costruzione della rete territoriale. È un impegno che inizia molto prima dell’evento e continua anche dopo la sua conclusione. Senza questa disponibilità e questo senso di appartenenza, molti festival semplicemente non esisterebbero.

Quando si parla di volontariato nei festival si pensa subito all’accoglienza o alla gestione degli spazi. Quanto conta invece il contributo dei volontari nella costruzione della visione culturale dell’evento?

Conta moltissimo. La visione culturale non nasce solo dal direttore artistico, ma dal confronto continuo con chi vive il territorio. I volontari conoscono i luoghi, le persone, le esigenze della comunità e spesso sono i primi a proporre idee, collaborazioni o nuovi linguaggi. Nei festival più interessanti il volontariato non esegue semplicemente un programma: contribuisce a costruirlo.

Hai esempi di festival in cui la programmazione, le scelte artistiche o l’identità del progetto sono nate da una comunità associativa prima ancora che da un direttore artistico?

Nel Sud Italia e, soprattutto, in Calabria ci sono molti esempi di festival nati e cresciuti grazie al lavoro delle associazioni e delle comunità locali. Penso a realtà come Be Alternative Festival, Color Fest, Rublanum Festival, Felici & Conflenti, JOGGI Avant Folk: progetti che, pur con percorsi e linguaggi diversi, hanno costruito nel tempo una forte identità partendo dalla partecipazione di un gruppo di persone prima ancora che da una direzione artistica. Prima degli artisti, c’è stata una comunità che ha immaginato un’idea di territorio e ha deciso di investire tempo, energie e competenze per realizzarla. Il direttore artistico è una figura fondamentale, ma quando alle spalle c’è una comunità attiva il festival diventa un vero progetto culturale, capace di crescere senza perdere autenticità e di generare valore ben oltre i giorni della manifestazione.

Nella tua esperienza, quali idee o innovazioni arrivano più spesso “dal basso”, dai gruppi di volontari e dalle associazioni del territorio?

Le innovazioni più interessanti arrivano spesso proprio dal basso. Sempre più festival stanno superando la logica del singolo evento per costruire reti territoriali, collaborando con associazioni, operatori culturali, imprese locali, produttori, guide ambientali e altre realtà del territorio. Nascono così esperienze che uniscono musica, escursionismo, laboratori, enogastronomia, arte pubblica e valorizzazione dei borghi, trasformando il festival in un motore di sviluppo locale. È questa, a mio avviso, una delle evoluzioni più significative: fare rete, condividere competenze e costruire percorsi comuni che generano valore per il territorio ben oltre i giorni della manifestazione.

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