Nelle aree interne della Calabria e del Sud Italia tutto esiste uno spazio vuoto che, a prima vista, può sembrare soltanto il segno di ciò che manca: mancano servizi, opportunità, occasioni di incontro. Mancano spesso anche le persone, perché lo spopolamento continua a svuotare paesi e comunità. Eppure, è proprio in questo vuoto che si nasconde una delle più grandi possibilità per i giovani che scelgono di restare, tornare o impegnarsi nei propri territori.
Dove manca tanto, infatti, c’è anche la possibilità di costruire ciò che prima non esisteva. Per questo il volontariato, l’associazionismo, la cooperazione e più in generale il Terzo settore rappresentano una straordinaria occasione di crescita personale e collettiva. Non soltanto perché consentono di dare risposte concrete ai bisogni delle comunità, ma perché permettono ai cittadini di diventare protagonisti del cambiamento.
È da questa convinzione che è nato il Festival del Lamento a Soveria Mannelli (CZ), un paesino dell’entroterra calabrese che conta poco più di 2500 abitanti. Era il 2023 quando cinque persone – amici, parenti, conoscenti – hanno deciso di scommettere su un’idea che poteva sembrare strana e persino azzardata: una rassegna culturale che esalta il lamento, prerogativa spesso di rassegnazione e immobilismo, per celebrare invece l’aggregazione comunitaria e la compassione umana. Abbiamo semplicemente detto: “Proviamoci”. Da quell’esperienza sono accadute molte cose. È nata un’associazione, Deda APS, e soprattutto sono arrivate nuove persone. È una festa di comunità, una rassegna culturale, un grande rito collettivo, antichissimo ma ancora attuale curante il quale si scambiano idee e ci si può lamentare pubblicamente attraverso talk e dibattiti, ci si consola con cibi e bevande di conforto e le giornate si chiudono con lo scopo di esorcizzare le difficoltà della vita con musica, risate e danze. Non a caso, il Festival del Lamento è una delle esperienze significative riportate nell’ultima edizione del 21° rapporto annuale di Federculture sul turismo culturale in Italia e, per questo motivo, siamo stati invitati al Ministero della Cultura per raccontare l’esperienza del Festival durante la presentazione del Rapporto.
La soddisfazione più grande non è stata vedere crescere il pubblico degli eventi, ma osservare come alcuni ragazzi e ragazze, inizialmente semplici spettatori, abbiano scelto di diventare parte attiva del progetto. Hanno partecipato agli incontri, si sono riconosciuti nei valori e nell’atmosfera che cercavamo di costruire e, spontaneamente, hanno deciso di dare una mano all’organizzazione. È così che una manifestazione culturale si è trasformata in una comunità.
Il Festival del Lamento si prepara oggi alla sua quarta edizione estiva sul tema “Al peggio non c’è mai fine”, con ospiti Marco Cappato, Filippo Ceccarelli, Vito Teti, Daniele Gattano e Yoko Yamada e il collettivo teatrale Alot con canti polifonici delle isole del Mediterraneo, mentre durante l’anno promuove diverse iniziative per provare a destagionalizzare l’offerta culturale e creare occasioni continuative di incontro e aggregazione. L’obiettivo non è soltanto organizzare eventi, ma costruire relazioni durature e generare partecipazione.
In questi anni abbiamo capito che molte persone cercano esattamente questo: luoghi in cui sentirsi accolte, ascoltate e libere di essere sé stesse. Una delle ragazze che oggi fa parte dell’associazione ci ha raccontato di aver trovato nei nostri eventi uno spazio sicuro, in cui confrontarsi su temi che non riusciva ad affrontare altrove e in cui non si sentiva giudicata. È stato allora che abbiamo compreso come il nostro lavoro culturale avesse anche una funzione sociale: creare connessioni tra persone che spesso si sentono sole o fuori posto.
Un’altra storia racconta di un ragazzo che ci segue fin dalla prima edizione, quando eravamo ancora una realtà completamente informale. Negli anni è diventato un membro attivo dell’organizzazione e, quando ha dovuto decidere se proseguire gli studi fuori dalla Calabria o rimanere all’Università della Calabria, ha trovato anche nelle attività associative uno dei motivi per restare. Non perché sia giusto restare a tutti i costi. Al contrario.
Nel manifesto del Festival abbiamo scritto che crediamo nella libertà di movimento. Partire e restare devono essere scelte libere, non obblighi dettati dalla mancanza di alternative. Vogliamo che i giovani facciano esperienze altrove, conoscano il mondo, si formino. Ma desideriamo anche che abbiano buone ragioni per tornare. Se un progetto culturale può diventare una di quelle ragioni, allora significa che sta svolgendo una funzione importante per il territorio.
Naturalmente il volontariato da solo non basta. È una miccia, un innesco capace di attivare energie e costruire cittadinanza. Attraverso l’impegno gratuito molte persone scoprono i bisogni della propria comunità e iniziano a sentirsi responsabili del bene comune. Da qui può nascere un percorso più lungo: l’impegno civico, la partecipazione politica, la scelta di lavorare nel sociale, nella cultura o nella cooperazione.
Allo stesso tempo, non possiamo dimenticare che il Terzo settore non può sostituirsi in modo permanente alle istituzioni. Molte associazioni e cooperative offrono servizi preziosi che spesso colmano lacune pubbliche importanti. Lo fanno con passione e responsabilità, ma questo non deve diventare un alibi per chi ha il compito di garantire quei servizi ai cittadini.
Per questo crediamo che sia necessario costruire un equilibrio: valorizzare il volontariato come esperienza di partecipazione e crescita, ma allo stesso tempo creare le condizioni affinché l’impegno culturale e sociale possa generare opportunità professionali dignitose. Il lavoro culturale richiede studio, competenze, tempo e sacrificio. Riconoscerne il valore significa rafforzare i progetti e renderli più solidi nel tempo. Noi ci impegniamo a pagare dignitosamente chi lavora al festival e che non è socio dell’associazione, e questo è anche un messaggio importante al territorio.
Le associazioni nascono spesso grazie all’entusiasmo dei volontari, ma per durare hanno bisogno di radicarsi nella comunità e di trovare forme di sostenibilità. Altrimenti il rischio è che energie preziose si disperdano quando la vita porta le persone verso altre responsabilità e altri percorsi.
Il nostro lavoro, oggi, è proprio questo: trasformare l’entusiasmo in continuità, la partecipazione in comunità, la cultura in uno strumento di crescita collettiva. Perché nelle aree interne servono servizi e investimenti, ma anche luoghi in cui le persone possano incontrarsi, riconoscersi e immaginare insieme un futuro possibile. E il volontariato può essere la scintilla da cui tutto questo ricomincia.
Festival del Lamento. Foto: Ornella Martino e Michele Canino












