La malattia mentale è un’emergenza sempre più attuale in Italia, dove, tra le infinite lacune e difficoltà, e soprattutto con l’imprescindibile aiuto delle associazioni di volontariato spesso composte in grandissima parte da familiari, lentamente lo stigma viene affrontato concretamente e con risultati via via più consistenti. Ma cosa accade in Africa? Se lo è chiesto un regista, Carlo Liberatore, che è andato in Senegal a documentare il lavoro straordinario di una squadra di calcio nazionale composta da giocatori che convivono con disturbi psichici, guidata dal loro allenatore Malick Bitèye. Il docufilm, che ha avuto la menzione speciale ai Nastri d’Argento 2026 e numerosi altri premi, tra cui quello del miglior film al GoMental International Film Festival di Berlino, si intitola The Madman Coach, che si potrebbe tradurre come “L’allenatore dei matti”.

Carlo Liberatore ha accettato di parlare del suo lavoro con VDossier.
Lei è andato a Dakar partendo da un presupposto semplice. Cosa accade quando chi è invisibile torna a essere guardato. Cosa accade a chi è invisibile lì?
La questione della salute mentale in Senegal è particolarmente complessa perché si innesta all’interno di un contesto sociale in cui le problematiche devono fare i conti anche con la povertà, con la mancanza di servizi. Pensate che in Senegal esistono circa 40 psichiatri su 18 milioni di persone, quindi è una situazione davvero molto pesante. Quasi sempre si ha a che fare con la lotta allo stigma. Di fronte alla capitale Dakar c’è l’isola di Goree che era il punto in cui il porto da cui partivano gli schiavi. E lì c’era lo stigma pratico: venivano marchiati quelli che non erano ritenuti idonei. Questa componente la ritroviamo in maniera profonda anche sul tema della salute mentale: tutti coloro che soffrono di problemi di salute mentale, hanno a che fare con la incapacità di venire a patti con la società.
Come ha affrontato questo tema così delicato in un Paese in cui le persone con disturbi psichiatrici vengono primariamente “curate” da guaritori ed esorcisti?
Il mio approccio, a livello cinematografico, è stato quello di non giudicare, di non avere uno sguardo che fosse, anche in maniera inconscia, da colonizzatore. Ho cercato di rispettare il più possibile la componente culturale, spesso associata alla tradizione, ma questi riti sono ormai rari. I senegalesi, poi, hanno un rapporto molto diretto con il proprio corpo, quindi nominano il demone, cercano di dargli un significato, cercano di farlo uscire. In realtà è un tentativo di trovare una soluzione, che però non può essere soltanto questa ma deve associarsi a cure tradizionali o alternative, come nel nostro caso attraverso lo sport.
Perché proprio il calcio?
Il calcio è un elemento radicato nella società senegalese e, al di là di qualsiasi connotazione da cliché, è una religione; quindi riesce a dar loro una possibilità di riappropriarsi del rapporto con il proprio corpo. Ecco, quindi, che se nella vita di tutti i giorni vengono considerati i matti del quartiere o persone malate, quel campo di gioco darà loro la possibilità di riavere un ruolo, di riappropriarsi del proprio desiderio e della propria prospettiva anche verso il futuro. Il calcio poi riesce a mettere insieme tre componenti fondamentali: psicologica, sociale e biologica. Lo dice bene Malick Bitèye mutuando un discorso di Santo Rullo, che è lo psichiatra che ha seguito insieme a me e Valerio Di Tommaso questo progetto: attraverso l’attività fisica si rilascia la dopamina, la serotonina e, inoltre, riesce a far riacquisire alle persone affette da disturbi mentali una socialità che spesso non è possibile avere.

Lei l’ha già anticipato: il suo documentario ha avuto l’autorevole collaborazione alla sceneggiatura di uno psichiatra, Santo Rullo. Come vi ha aiutato?
Rullo è un po’ il papà di questo progetto, con Valerio Di Tommaso che è il presidente di Ecos– European Culture and Sport Organization e Theraphy Football.
Loro sono moltissimi anni che lavorano nel contesto della salute mentale e dello sport. Sono stati i precursori attraverso un progetto che si chiama Crazy for Football, che è sia un progetto filmico, un documentario con la regia di Volfango De Biasi che ha vinto il David di Donatello, ma anche un progetto che è ben innestato nella realtà, perché la nazionale italiana è una delle prime a utilizzare lo sport come strumento per coadiuvare le cure sui temi della salute mentale. Il contributo di Rullo alla scrittura di questo film è stato quello di farmi capire che questi ragazzi andavano trattati come persone, di rimettere al centro il loro sguardo, di essere visti.
In Italia il sistema sanitario è sotto stress in ogni settore, in particolare nella cura delle malattie mentali, ma le associazioni di volontariato svolgono un lavoro meraviglioso. In Senegal, in Africa in generale, esistono associazioni simili?
In Italia esiste un sistema e le associazioni di volontariato integrano questo sistema. In Senegal no, perché il sistema non c’è. Esistono dei contesti in cui dei singoli riescono, come Malick Bitèye che, guardando proprio un Ted talk di Santo Rullo, ha avuto l’idea di far nascere la nazionale senegalese. È chiaro, però, che queste iniziative singole sono un esempio dal punto di vista etico e morale, ma hanno bisogno di un appoggio sostanziale.

La produzione del film ha avuto anche il ruolo di un ente del terzo settore, finanziando allenatori, trasferte e attività di inclusione sociale. Vuole raccontare questo aspetto? Sì, la produzione del documentario, che è di 8Moon, di Valerio Di Tommaso, è anche presidente di Ecos Europe, European Culture and Sport Organization, che insieme a Santo Rullo, appunto, curano da parecchi anni gli interventi attraverso lo sport e la cultura che si innestano e si intrecciano a quelli della salute mentale. Fanno un lavoro davvero molto importante, hanno all’attivo tantissimi progetti che riguardano questi temi. Ecos Europe ha in progetto, da sviluppare nel futuro, la creazione di un centro sportivo e per la salute mentale lì a Dakar. Quindi, il documentario porta in sé anche il seme di un possibile sviluppo e azioni pratiche sul territorio senegalese.
Fa molta tenerezza la richiesta, riportata nel suo documentario, di uno dei giocatori che voleva conoscere Totti e Maldini. Siete riusciti a farlo incontrare con uno dei suoi miti?
Parli di Moussa, uno dei giocatori straordinari, una persona con una umanità enorme. Purtroppo no, purtroppo non siamo riusciti ancora a farli incontrare ma è uno dei nostri obiettivi mostrare a questi grandissimi calciatori il documentario, perché sappiamo essere molto vicini alle questioni sociali. Sarebbe fantastico perché riusciremmo a creare una connessione che – a livello mediatico – aiuterebbe The Madmen Coach ad avere una luce maggiore, non tanto per il documentario ma quanto per il progetto.






