Giacomo Pisani ha coordinato il documento “Volontariato e volontariati: tra spinte trasformative e azione di servizio. Un itinerario di riflessione”. Con lui siamo entrati nei temi portanti del disegno di ricerca.
La spinta trasformativa è storicamente al centro dell’azione del volontariato, con una accezione politica molto ampia. Perché vi siete proposti di analizzare per casi studio se e in che modo questa spinta si stia ancora dispiegando?
È la domanda che muove la riflessione che si inserisce in una ricerca più estesa sul volontariato condotta da Euricse in collaborazione con Csv Trentino e Labsus e finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto. La domanda è se le due vocazioni che storicamente hanno abitato il volontariato, quella più di servizio orientata alla risposta ai bisogni sociali e quella più politico-trasformativa orientata alla rimozione delle cause che determinano quei bisogni a cui le organizzazioni cercano di dare risposte, trovano ancora una sintesi nel volontariato di oggi. Queste due anime sono state decisive nel volontariato delle origini, quello degli anni ’60 e ‘70 che nasceva da due orizzonti valoriali: il cattolicesimo democratico post– conciliare e la tradizione dei movimenti sociali dal basso che si mobilitavano nel contrasto alle diseguaglianze e nella promozione della giustizia.
La sintesi delle due accezioni è ancora attuale?
Abbiamo trovato un modello del passato a cui guardare nella stagione della deistituzionalizzazione. Siamo partiti dal quesito di cosa succede se le organizzazioni anticipano il pubblico nella risposta ai bisogni a volte ancora non riconosciuti, risposte che poi in un secondo momento vengono istituzionalizzate e trovano riscontro anche nelle politiche pubbliche. Qui il volontariato ha un ruolo propulsivo, unendo questi due elementi.
Ancora oggi è così?
Nelle evoluzioni successive molti studi hanno messo in evidenza come la seconda anima, politico- trasformativa, sia stata fagocitata da quella di servizio, che si è sviluppata soprattutto nell’ambito dell’evoluzione dei sistemi di welfare mix. Spesso il ruolo è diventato quello di gestione di prestazioni standardizzate, perdendo un po’ la carica propulsiva trasformativa. Questo tema è entrato negli ultimi anni nel dibattito sulla crisi del volontariato, anche a seguito dello scorso Censimento Istat sulle Istituzioni non profit che mostrava come i numeri testimoniassero un po’ una crisi con il calo del numero dei volontari. Alcuni pongono la questione che la perdita di vocazione più politica generale abbia inciso sul trend con il conseguente ragionamento su come il volontariato possa ancora esercitare questa funzione. Nel lavoro collettaneo si pone questo problema, in linea con una ricerca più estesa, ancora in corso, che mostra come invece sia possibile la sintesi.
Oggi si concretizzano ancora in modo contrapposto?
Spesso prevalgono visioni dicotomiche, una funzione politica che si esprime nell’advocacy e una opposta che invece risponde ai bisogni. Invece nella stagione “costituente” del volontariato si pensava che il servizio inglobasse una funzione politica, perché attraverso il servizio si dava risposta ai bisogni che non erano ancora letti dal pubblico e quindi si promuovevano dinamiche di giustizia, facendo spazio al riconoscimento effettivo dei diritti e portando al riconoscimento sistematico dei bisogni da parte del sistema delle politiche pubbliche. Quindi è il servizio stesso che può incorporare questa carica trasformativa, promuovendo dinamiche di risposta politica più attente alle trasformazioni sociali. Le due cose si implicano e si co-implicano. All’interno della ricerca che sta proseguendo ci sono quattro casi studi, quattro esperienze che sviluppano e mostrano questa possibile sintesi che indica che c’è ancora oggi un volontariato che può interpretare il ruolo politico.
È una tendenza generale?
C’è una parte importante del volontariato che si è evoluta in quella direzione e una parte che invece può recuperare. La sintesi è che è possibile, anche se si mantiene una certa autonomia progettuale e prestazionale, mantenere la vocazione più politica. Che significa mantenere anche una certa autonomia e la capacità di lettura dei bisogni. Questo non significa contrapporre la spontaneità al professionalismo delle risposte strutturate. La professionalizzazione non è da leggere in termini antitetici rispetto alla carica trasformativa. Queste esperienze ci dimostrano che le capacità possono professionalizzare la risposta ai bisogni sociali. Per perseguire una cultura del territorio si devono esercitare delle competenze, sono due cose dovrebbero andare insieme, non contrapporsi.
Facciamo un esempio.
Un’organizzazione del terzo settore che gestisce dal basso e con i volontari un servizio pubblico ancora mancante sul territorio con un servizio che rimane permeabile ai bisogni del territorio senza volersi standardizzare. A quel punto la pubblica amministrazione lo attiva affidandolo all’organizzazione. Di casi come questo ce ne sono molti con organizzazioni che portano avanti attività per far fronte a dei vuoti amministrativi senza essere la stampella del pubblico. Fanno servizio e fanno anche molta advocacy.





