di Redazione VDossier – 22 luglio 2026

Il volontariato tra spinte trasformative e azione di servizio

 L’itinerario di riflessione è contenuto nel documento elaborato da Euricse nell’ambito del progetto di ricerca “Le frontiere del volontariato: tra evoluzione e nuove forme di attivazioni”. Il documento prende le mosse da un’analisi storico culturale per porre interrogativi di forte attualità: il ruolo di servizio del volontariato mantiene anche la funzione politica di advocacy?

È un’analisi storica proiettata nel presente utile e importante quella contenuto nel report di ricerca “Volontariato e volontariati: tra spinte trasformative e azione di servizio. Un itinerario di riflessione” elaborato da Euricse con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Trento e Rovereto.

Quando è nato il volontariato moderno

La ricerca prende le mosse dal contributo di Renato Frisanco, storico studioso e ricercatore del fenomeno volontariato e unisce il pensiero e la traiettoria storica di quattro personaggi storico come Luciano Tavazza, Giovanni Nervo, Maria Eletta Martini e Achille Ardigò. Sono definiti “fondatori, ispiratori e capofila del volontariato moderno” che ha reso necessaria prima la legge 266 del 1991 e poi l’emanazione del principio di sussidiarietà. Secondo Frisanco sono accumunati prima di tutto dall’esperienza nella resistenza partigiana e quindi alla fedeltà ai valori di solidarietà, libertà e democrazia. “Portatori – scrive Frisanco – di una cultura del noi e non dell’io. Personalità carismatiche che aggregavano intorno a sé molte persone, spesso giovani, che hanno avviato ad assumere compiti di responsabilità nel volontariato o nel terzo settore e con cui hanno condiviso progetti e azioni, senza mettersi in prima fila ma al servizio della causa”.

A metà anni ’70, in un contesto storico complesso, nasce il volontariato moderno, che oltre ad essere testimonianza concreta di solidarietà rivendica la “dimensione politica” del proprio agire sulla base dell’articolo 3 della Costituzione. “Non è più disponibile a riparare i guasti dovuti a problemi sociali non affrontati alla radice. Non vuole essere il barelliere della storia e la sua azione è orientata alla tutela dei diritti e alla giustizia sociale”. Non solo quindi assistenza, ma risposta di giustizia, con un cambiamento anche organizzativo: diventa presenza strutturale e progettuale. Facendo rete, per non frammentarsi.

Ancora secondo Frisanco i fondatori “ci hanno lasciato in eredità un volontariato che ha contribuito all’evoluzione del welfare, di cui è stato co-costruttore, soprattutto negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso quando ha rappresentato una delle esperienze più significative di innovazione sociale”. Frisanco analizza in modo puntuale potenzialità e limiti assorbiti dal volontariato con la riforma del terzo settore e con la pratica dell’amministrazione condivisa e conclude sostenendo che “è doveroso pensare al volontariato non più solo come strumento per colmare le carenze istituzionali o i fallimenti del mercato, ma come modello per cambiare il modo di essere del cittadino, delle comunità e delle stesse istituzioni”.

Cosa mettere in discussione del concetto del volontariato dalla 266/91 ad oggi?

Il compianto Carlo Borzaga e Felice Scalvini partono da questa domanda per tracciare dal canto loro un’analisi storica che prende le mosse dalla progressiva configurazione del volontariato a tutti gli effetti come un movimento sociale con le stesse radici degli altri movimenti degli anni ’70 e ’80. Secondo Borzaga e Scalvini il nuovo Codice del Terzo Settore del 2017 “si pone chiari obiettivi di sistematizzazione e, a tal fine, prevede una diversa profilazione del volontariato e delle ODV”. L’articolo 17 dà una definizione soggettiva del volontariato sostanzialmente in linea con quella già presente nella 266, ma mettendosi in relazione con ambiti d’azione e soggetti giuridici più estesi. La definizione fa due grandi passi avanti: “riconosce che sono considerati volontari tutti coloro che operano in modo coerente con la definizione in qualsiasi ente di terzo settore, ma anche in organizzazioni diverse e non iscritte al registro; e ciò indipendentemente dalle attività che svolgono purché siano a favore di persone o comunità e rientrino tra quelle indicate come di interesse generale dallo stesso codice schiodando così il volontariato dal legame con attività assistenziali”.

“Abbiamo, dunque, di fronte – aggiungono – una nuova stagione che sfida tutti quanti, giovani e meno giovani, a trovare ulteriori prospettive e più evolute forme di impegno. Una stagione che potrà trarre grande spinta anche dal riscoprire la tensione morale e civile dei pionieri degli anni ’70, unita alla libertà di spirito e alla loro generosa lungimiranza”.

La definizione di volontariato nel codice del terzo settore coglie o no l’evoluzione degli ultimi tre decenni?

Da questa provocatoria domanda parte il contributo di Luca Gori, docente alla Scuola Superiore Sant’Anna e direttore scientifico del Centro di Ricerca Maria Eletta Martini. “La domanda – per come è posta – implica che la definizione di volontario recata dal Codice costituisca una “norma bilancio” di lunga esperienza”. Gori traccia alcune premesse di merito e propone una lettura non semplice della ratio dell’articolo 17 del Codice. Tre le ordini di ragione: rimediare ad una disfunzione per la quale la definizione nella 266/1991 è stata estesa con difficoltà ben al di là dei confini di quella stessa legge, con alcune conclusioni assai problematiche, anche giurisprudenziali, che hanno concepito l’esistenza del volontariato esclusivamente all’interno di un’organizzazione di volontariato, lasciando in un limbo altre esperienze consimili; la seconda è che sono presenti volontari in una pluralità di enti che non posseggono la qualifica di ente del terzo settore; la terza è l’insopprimibile esigenza di assicurare un margine di unità sul piano nazionale della definizione, limitando così i margini di creatività del legislatore.

Gori chiarisce che è il comma 2 dell’articolo 17 del Codice a contenere la definizione sostanziale di chi sia il “volontario”. Il primo punto è rappresentato dal richiamo alla “persona” con un approccio “soggettivo” diverso da quello “oggettivo” della 266. Il secondo elemento che sottolinea è l’espressione contenuta nell’inciso “anche per il tramite in ente del terzo settore”. Una delle novità più importanti: non è più “solo” negli enti del terzo settore, ma “anche” che apre alla possibilità che si svolga pure al di fuori dell’ente. E quindi anche al volontariato individuale. Senza che sia svolta “in solitudine” ma insieme ad altri individui, prescindendo da un assetto organizzativo preciso. Gori analizza il rilievo che la figura del volontario, così come definito dal codice, assume anche nelle forme di amministrazione condivisa. Infine quanto la norma sia rilevante per la definizione della “forma di stato”.

L’evoluzione del volontariato e dei volontariati

La presidente di CSVnet Chiara Tommasini parte da questo punto per impostare la sua riflessione. “I cambiamenti – scrive – e le nuove esigenze del volontariato e dei volontariati sono un patrimonio imprescindibile per i Centri di Servizio per il Volontariato. “in quanto fenomeno sociale complesso, che coinvolge diversi ambiti delle nostre comunità e della popolazione, lo studio del volontariato, che i Csv assolvono come uno dei compiti a loro assegnati dalla stessa Riforma del terzo settore, è anche un’importante opportunità per cogliere orientamenti generali sulle dinamiche che interessano la nostra società”. Tommasini analizza le evidenze statistiche emerse negli ultimi anni dallo sguardo dei Csv, con interpretazioni che hanno sfumature diverse in ogni contesto.

Infine sottolinea come l’animazione territoriale sia uno degli ambiti di intervento che oggi qualifica di più il ruolo stesso dei Csv e potenzia il contributo del volontariato all’elaborazione, realizzazione e valutazione delle politiche e degli interventi pubblici e territoriali. “Questo elemento – scrive – è di fondamentale rilevanza anche nel dialogo e l’azione di advocacy tra gli enti del terzo settore e le istituzioni. In particolare, permette la promozione e la diffusione di rapporti di collaborazione fra le associazioni di volontariato, i suoi attori e le istituzioni, valorizzando e promuovendo gli strumenti di co-progettazione e co-programmazione”.

Temi e contaminazioni tra il volontariato e l’attivismo dei giovani

A un punto focale sul significato politico, in senso ampio, del volontariato è dedicato il contributo di Francesca Fiori e Maddalena Recla. Sfatano l’idea diffusa che i giovani siano sempre meno interessati al volontariato, partendo dai dati statistici che rivelano una tendenza alla partecipazione die giovani e giovanissimi in aumento. “Sono cambiate – scrivono – le modalità e le motivazioni che spingono i giovani ad attivarsi: lo si fa in modo più fluido, discontinuo, in una pluralità di associazioni o aderendo a diverse cause, in una dimensione sia di prossimità che di cittadinanza globale e ci si mobilità per le questioni ritenute più urgenti per il futuro prossimo: la pace, la giustizia sociale, il cambiamento climatico, il riconoscimento dei diritti. Questi dati ci invitano a riflettere sul ruolo fondamentale che i giovani possono svolgere nella costruzione di una società più giusta e sostenibile e ci mettono anche davanti alle sfide che si trova ad affrontare oggi il mondo del volontariato”.

Analizzano la Strategia Quinquennale per lo Sviluppo del Volontariato Locale 2024-2029 promossa dagli enti locali trentini e dal Csv Trentino e nata in seguito all’importante percorso di Trento Capitale Europea del Volontariato e il progetto “ARIA | Spazi di contaminazione tra volontariato e attivismo”. “Nuove persone, nuove culture, nuovi linguaggi sono alcuni dei punti chiave attorno ai quali abbiamo bisogno di concentrarci per far fronte alle sfide di un presente e di un futuro in forte trasformazione, per affrontare meglio i bisogni materiali e non delle persone e innescare pratiche quotidiane capaci di (ri)generare cambiamenti reali”.

Il volontariato nell’amministrazione condivisa

Il contributo si conclude con il racconto da parte di Elena Taverna di Labsus del volontariato negli spazi urbani e di dove stiano andando oggi i Patti di Collaborazione, offrendo una riflessione sul ruolo del volontariato e dell’amministrazione condivisa dei beni comuni nei contesti urbani fragili, partendo dall’esperienza di “Luoghicomuni” a Milano.

“L’esperienza di “Luoghicomuni” – conclude Taverna – mostra come i Patti di collaborazione possano funzionare da laboratori di democrazia quotidiana, in cui il volontariato assume un ruolo centrale come infrastruttura civica di apprendimento e mediazione. Riprendendo una nota citazione, si potrebbe dire che l’amministrazione condivisa è stata a lungo considerata un’utopia. I dati mostrano che si tratta oggi di un’utopia vitale, che trova concretezza nelle pratiche quotidiane di cittadini e amministrazioni quando sono meste nelle condizioni di collaborare in maniera autentica”.

Foto di Rita De Nardi da Tanti per tutti

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