Il Piano nazionale per l’economia sociale è entrato ufficialmente nell’agenda di lavoro del governo il 2 luglio dopo l’esame da parte del Consiglio dei Ministri. Non è ancora un atto di adozione, ma senza dubbio è il recepimento dell’indicazione della Commissione europea di predisporre una strategia nazionale. È un indirizzo molto concreto che attende altri atti di recepimento e lo stanziamento di adeguate risorse per produrre effetti. Ma è un buon inizio, considerando anche la partecipazione alla fase di consultazione e elaborazione di CSVnet e del Forum Nazionale del Terzo Settore.
La struttura del Piano
Il documento di 45 pagine fissa criteri e obiettivi per favorire l’economia sociale. Nell’introduzione è specificato che “gli enti del terzo settore, gli enti religiosi, gli enti sportivi dilettantistici e tutti gli altri soggetti dell’economia sociale sono presenti capillarmente su tutto il territorio nazionale e svolgono una funzione imprescindibile per la coesione e lo sviluppo economico e sociale”. Fissa il perimetro dell’economia sociale; presenta la situazione esistente sia dal punto di vista giuridico sia con dati quantitativi (dati Istat del Censimento permanente delle istituzioni non profit e del registro statistico); illustra il contesto istituzionale di riferimento, delinea la fiscalità per gli enti dell’economia sociale; riporta le misure e gli incentivi; la sua promozione nelle politiche di coesione regionali e locali; il consolidamento delle forme di amministrazione condivisa; la transizione ecologica e energetica, l’incentivazione del “social procurement pubblico”; la promozione del ruolo del volontariato; la valorizzazione del ruolo dell’economia sociale nelle politiche del lavoro; come incoraggiare l’innovazione sociale.
Presenta poi i metodi per migliorare l’accesso a strumenti e risorse: sviluppando meccanismi e strumenti finanziari, promuovendo il ruolo della filantropia e del dono, rafforzando reti e organizzazioni di secondo livello, valorizzando il patrimonio immobiliare pubblico e privato, sostenendo le partnership tra economia sociale e imprese tradizionali. Traccia, infine, le strategie per formare competenze e investire in conoscenza e come attuare il piano puntando sulla collaborazione a tutti i livelli: “non è responsabilità esclusiva di una parte, ma richiede il concorso di tutti i partecipanti che, a titolo diverso, dal Piano sono coinvolti e ne costituiscono parte attiva”.
Il ruolo del volontariato
In una parte del Piano riveste particolare rilevanza il volontariato. La sezione C9 ricostruisce il suo ruolo nell’economia civile, sottolineando in prima istanza che “in quanto espressione del principio di solidarietà sociale e di reciprocità, garantisce maggiore relazionalità, partecipazione, fiducia e investimento di capitale sociale, tutte precondizioni necessarie per lo svolgimento di attività economico – sociali”. Il Piano individua alcune azioni da incentivare per il coinvolgimento, spontaneo e non occasionale, di singoli e associati nell’ambito delle realtà dell’economia sociale.
In primo luogo riconosce che “la promozione del ruolo del volontariato per il perseguimento dei fini sociali richiede l’avvio di una riflessione ampia, chiamata a valutare l’opportunità di procedere investendo nella formazione continua dei volontari e migliorando le loro competenze in gestione di progetti, leadership, comunicazione e innovazione sociale, istituendo sistemi di messa in trasparenza, validazione e certificazione delle competenze acquisite attraverso il volontariato, per facilitarne il riconoscimento nel mercato del lavoro e nell’istruzione*, anche tramite il supporto delle reti di secondo livello, promuovendo percorsi di volontariato per giovani e studenti, integrandoli, anche in una logica di intergenerazionalità, con programmi di servizio civile ovvero di tirocinio curriculare.
Il secondo ambito di intervento potrà consistere nella “collaborazione tra volontariato e altri attori dell’economia sociale”, anche “mediante la sperimentazione di modelli di economia collaborativa, in cui i volontari possano contribuire alla gestione di beni comuni, favorendo in tal modo anche modelli di volontariato”. Una terza azione riguarda invece l’innovazione digitale e la digitalizzazione con l’importanza di sviluppare piattaforme per il matching tra volontari e organizzazioni.
Sotto un profilo operativo, si suggerisce il riconoscimento, in favore di quanti assumono a titolo gratuito incarichi elettivi presso gli enti dell’economia sociale, del diritto a fruire di permessi retribuiti e dell’aspettativa con conservazione del posto di lavoro presso i propri datori di lavoro pubblici o privati.
Poi il monitoraggio: valutare di procedere allo studio di indicatori per misurare il valore sociale ed economico del volontariato nei beni pubblici e comuni, promuovere la predisposizione di report periodici sull’evoluzione delle caratteristiche e del ruolo degli enti che si avvalgono di volontari e la realizzazione di studi e ricerche per migliorare le politiche di supporto al volontariato”.
Infine, in coerenza con la politica fiscale già in atto, un’ulteriore azione potrà consistere “nell’avvio di una riflessione organica finalizzata a verificare la possibilità di procedere all’ampliamento degli incentivi per le imprese che investono nel volontariato di competenza o aziendale, spesso mediante il coinvolgimento delle loro fondazioni di impresa, compatibilmente con i vincoli di finanza pubblica”.
Il Piano dimostra quindi che il volontariato è stato individuato come una risorsa essenziale per l’economia sociale.





