Tra il 2025 e i primi mesi del 2026, Bologna e Torino hanno approvato i primi due Piani metropolitani per l’economia sociale in Italia, precedendo l’adozione del Piano nazionale. A metà del 2026, questi documenti strategici, nati per rispondere a una domanda precisa, cioè come rendere l’economia più giusta, inclusiva e sostenibile a partire dai territori, non sono più soltanto dichiarazioni d’intenti, ma veri e propri laboratori operativi capaci di ridisegnare il rapporto tra istituzioni pubbliche e comunità locali.
A Bologna, il Piano è il risultato di un percorso avviato nel 2022, costruito attraverso un ampio processo partecipativo che ha coinvolto istituzioni pubbliche, realtà dell’economia sociale, organizzazioni del Terzo settore, rappresentanze cooperative, fondazioni, sindacati, imprese e mondi della ricerca. Il titolo scelto per accompagnare questo lavoro, L’economia al servizio delle persone, ne sintetizza l’impostazione: partire dai bisogni delle comunità e dai territori per immaginare forme di sviluppo più inclusive e sostenibili.
Il documento individua sette missioni strategiche, tra cui l’abitare collaborativo, il welfare di prossimità, l’educazione e il turismo sostenibile, e attribuisce un ruolo strutturale ai soggetti dell’economia sociale nella definizione e nell’attuazione delle politiche pubbliche. Questa impostazione si riflette anche nella governance del Piano, di cui fanno parte la Città metropolitana di Bologna, il Comune, la Regione Emilia-Romagna, le Unioni di Comuni, le rappresentanze cooperative, le fondazioni, il Forum Terzo Settore metropolitano e VOLABO, il Centro di Servizio per il Volontariato dell’area metropolitana.
La presenza di VOLABO costituisce uno degli elementi distintivi dell’esperienza bolognese. Ad oggi, infatti, è l’unico Centro di Servizio per il Volontariato a partecipare alla governance e all’attuazione di un Piano metropolitano per l’economia sociale. Un ruolo che si inserisce in un percorso costruito negli anni attraverso attività di raccordo tra istituzioni, organizzazioni del Terzo settore e comunità locali.
“Osservare il ruolo svolto da VOLABO nel comitato di direzione è importante – spiega la direttrice del Csv, Cinzia Migani –. Il piano è il prodotto di un lavoro di ascolto che si è valso della collaborazione di Aiccon e Social Seed anche la voce del Csv è stata presa a riferimento con la partecipazione di figure politiche e tecniche. Tra qualche giorno si svolgerà ad esempio un incontro per riflettere sul bando da 5 milioni di euro della Regione Emilia – Romagna destinati al sostegno per ecosistemi territoriali innovativi”. Anche la Confederazione regionale dei CSV e i CSV della nostra regione sono stati coinvolti a livello regionale, in un percorso che ha visto l’attivazione di hub e tavoli per ragionare sul tema dell’economia sociale, fra i temi toccati anche quello volto a capire se e come finalizzare diversamente i fondi europei. “Il piano della città metropolitana – spiega ancora Migani – ingaggia molto i destinatari: si collega ad altri strumenti che sono oggetto di attenzione da diversi anni a Bologna, l’amministrazione condivisa come modalità di interazione fra soggetti del terzo settore e pubblica amministrazione anche grazie all’importante lavoro svolto a Bologna dal Comitato di Impulso e monitoraggio (CIM) istituito dopo la ratifica del nuovo Patto per l’amministrazione condivisa dell’ottobre 2022, altre forme di collaborazione tra ente pubblico e volontariato come gli ormai più che decennali i patti di collaborazione. Il lavoro del piano della città metropolitana ha alle spalle una storia lunga, finalizzata a modalità diverse di collaborazione tra pubblico e privato”.
Le questioni inquadrate dal Piano fotografano temi cruciali: l’abitare, con una visione di comunità aperta alle nuove generazioni e altri percorsi finalizzati ad occuparsi dell’impoverimento del ceto medio. “È emersa chiaramente la necessità di rispondere a problemi che non riescono ad essere affrontati con la normale modalità di azione, con prospettive di visioni strategiche e combinate alla possibilità di attivare strumenti diversi per costruire operatività rispetto ad altri problemi.
La chiave di lettura è una visione strategica di strumenti possibili che vanno riletti alla luce dei bisogni e della ridefinizione dell’intera cassetta degli attrezzi a disposizione degli enti”.
Un punto su cui, sostiene Migani, diventa ancora più importante richiamare le potenzialità dell’amministrazione condivisa e dei soggetti del terzo settore e del volontariato di diventare più protagonisti nella proposta dei temi da porre al centro dell’attenzione del lavoro condiviso. “C’è tanta strada da fare e il Comitato direttivo del Piano per l’economia della città metropolitana è una grande occasione per farlo”.
Questo significa che il Terzo settore locale non è soltanto consultato, ma contribuisce direttamente alla definizione delle priorità e alla costruzione delle risposte: dalla co-progettazione alla valutazione di impatto sociale, fino alla sperimentazione di nuove forme di finanziamento. È il riconoscimento di una funzione che il Terzo settore svolge già da tempo nella produzione di servizi, nella promozione della coesione sociale e nell’innovazione dei territori.
Nel corso del 2026, le linee programmatiche hanno iniziato a tradursi in tavoli di lavoro, percorsi di co-progettazione e prime azioni condivise sui territori. Una fase che sta mettendo alla prova, nella pratica, l’impianto partecipativo da cui il Piano ha preso forma.
Questa spinta metropolitana ha contribuito ad aprire una fase nuova. A giugno 2026, l’Emilia-Romagna ha approvato gli Indirizzi strategici per l’Economia sociale (DGR n. 904 e n. 1035). Gli indirizzi collocano l’economia sociale all’interno di una strategia più ampia: la Regione punta a una riforma strutturale inserita nella cornice del nuovo Patto per il Lavoro, il Clima e l’Economia sociale, che accompagnerà il percorso verso una prima legge regionale dedicata.
A Torino, il Piano si inserisce nell’ecosistema di Torino Social Impact, la piattaforma che dal 2017 riunisce enti pubblici, imprese, fondazioni, startup e organizzazioni del Terzo settore. In questo contesto, l’economia sociale viene letta soprattutto come leva di sviluppo e innovazione, con una forte attenzione alla finanza a impatto, agli strumenti di procurement e alla misurazione dei risultati sociali.
Il Forum del Terzo Settore Piemonte ha partecipato alla fase di consultazione pubblica, contribuendo al confronto sul Piano con un documento di osservazioni e proposte. Tra i temi evidenziati figurano l’inclusione lavorativa, la sostenibilità sociale, l’attenzione ai territori montani e rurali e il rafforzamento dell’accesso al credito per le organizzazioni di minori dimensioni.
La governance del Piano è affidata principalmente alla Città metropolitana di Torino e alla Camera di commercio, in continuità con l’impostazione multi-attore di Torino Social Impact. In questo quadro, il CSV di Torino partecipa alla rete come soggetto attivo, contribuendo a percorsi di formazione, rafforzamento organizzativo e accompagnamento degli enti del Terzo settore. Un ruolo che sostiene il dialogo tra le organizzazioni sociali del territorio e i diversi soggetti dell’ecosistema dell’innovazione e dell’impatto sociale.
Per il Terzo settore piemontese, la sfida è confrontarsi con un ecosistema che attribuisce grande importanza alla misurazione dell’impatto, alla finanza sociale e alla costruzione di partnership tra soggetti diversi. Un terreno sul quale organizzazioni, reti associative e CSV sono chiamati a sviluppare nuove competenze senza rinunciare al radicamento nei territori e nella vita delle comunità.
Pur con modelli differenti, le esperienze di Bologna e Torino mostrano come il Terzo settore sia oggi parte integrante della costruzione delle politiche per l’economia sociale. In questo quadro, i Centri di Servizio per il Volontariato svolgono una funzione di raccordo tra istituzioni, organizzazioni e comunità, mettendo a disposizione competenze, relazioni e una conoscenza diretta dei territori.
Le strade intraprese dalle due città metropolitane sono diverse, ma condividono un elemento comune: il riconoscimento dell’economia sociale come ambito di collaborazione stabile tra istituzioni pubbliche, Terzo settore e altri attori del territorio.
Accanto a queste due esperienze più mature, cresce anche in altri territori l’attenzione verso l’economia sociale come strumento di sviluppo locale. A Milano, il confronto tra amministrazione, cooperazione e Terzo settore si concentra sulla definizione del Piano Attuativo per l’Economia Sociale, con particolare attenzione alla rigenerazione urbana, agli appalti pubblici e alle transizioni ecologica e digitale. In Toscana, l’economia sociale è stata integrata nella programmazione dei fondi europei per sostenere progetti di sviluppo locale, turismo sostenibile, agricoltura sociale e rigenerazione delle aree interne. A Trento, invece, trova espressione nella tradizione cooperativa e nelle cooperative di comunità, che nelle aree montane contribuiscono alla gestione di servizi, beni comuni e attività economiche di prossimità.
Oggi, l’economia sociale in Italia si presenta come un insieme di esperienze diverse, nate in contesti e con approcci differenti. L’arrivo del Piano nazionale apre ora una nuova fase: quella del confronto tra queste pratiche e la costruzione di una visione condivisa, capace di tenere insieme sviluppo economico, coesione sociale e partecipazione delle comunità.





