Agnese Gagliano è stata in Sicilia presidente regionale del CSI e oggi è consigliera nazionale. È quotidianamente assorbita dalle incombenze dell’impegno volontario, ma non mette da parte pensieri e riflessioni per rinnovare il senso del proprio impegno.
Agnese, non è semplice coltivare, rinnovare e condividere le spinte e le motivazioni del volontariato. Ma tu ci riesci, come hai dimostrato quando ci hai raccontato quello che riesce a fare il Csi in Sicilia.
Il mio punto di vista è abbastanza privilegiato, perché fare attività con i giovani dà una forza in più in termini di speranza, fermento e entusiasmo. Il nostro presidio educativo nato 10 anni fa oggi vede l’impegno di giovani adulti che allora erano i bambini accolti. Fanno volontariato con i più giovani e per loro diventa una palestra di volontariato. Si impegnano anche fuori dal nostro spazio che si chiama “Punto luce”. Si impegnano in parrocchia, al catechismo, a scuola, nel volontariato.
Cosa fa la differenza per loro?
La testimonianza. Riflettiamo ultimamente in equipe negli incontri e nei tavoli tematici. Ci inducono a fare riflessioni su come sta cambiando il mondo della progettazione sociale e come sia importante passare da una logica del fare a una logica del pensare. Perché dobbiamo fare massa critica sui nuovi orizzonti e le nuove sfide. La logica dei progetti va superata, oggi conta la dimensione dei processi ed entrano in gioco veramente le persone. Nei processi i ruoli si ridefiniscono, le attese si modificano e i risultati vanno bel oltre a quelli prefissati.
Fare senza smettere di pensare.
Alla dimensione del fare è necessaria la pianificazione, ma il volontariato vive nell’orizzonte visionario e non può rinunciare alla visione di un futuro possibile. E i giovani ce lo insegnano. Sono coloro che ci restituiscono l’entusiasmo e la passione che si rischia di perdere nei momenti di burn out e sovraccarico emotivo. Ci facciamo carico di vissuti pesanti e pieni di sofferenza, ma fare volontariato con i più giovani si autoalimenta e alimenta la speranza. Vedere come i ragazzi restituiscono in altri contesti il servizio e il dono gratuito che su di loro hanno vissuto è il risultato più bello e più importante di chi fa attività. Sapendo che spesso i germogli non si vedono immediatamente, ma sulla lunga durata.
Hai uno sguardo insolitamente ottimista.
Io sono molto ottimista per il futuro, dobbiamo essere ottimisti. Ma sono anche concreta. La riforma del terzo settore non è solo una riforma organizzativa, con un carico in termini fiscali e burocratici si è abbattuto sul volontariato, ma nasce in quello che dobbiamo vedere come una sfida importante.
Quindi non rischia di finire triturato dalla burocrazia?
Volontariato non può voler dire solo spontaneismo, ma per dare sostenibilità e futuro dobbiamo coniugare il dono gratuito con le forme di sostegno che la riforma prevede per gli enti del terzo settore. Superare il tabù che ciò che è finanziato e finanziabile è distante da ciò che è volontariato. Se vogliamo rispondere ai bisogni della comunità non possiamo pensare che basti la spontaneità e la libera spinta, ma servono anche organizzazione e pianificazione. Che però devono essere coniugate con la capacità di vedere oltre e vedere gli altri. Questo lo dà il mondo del volontariato, non certo la pubblica amministrazione che talvolta fa comunque egregiamente il proprio lavoro.
È una qualità che si trova solo nei giovani?
Non solo: nel senso civico di giovani, adulti, anziani, professionisti che pensano che il proprio impegno, la speranza e lo sguardo possano fare la differenza.
Il contesto siciliano è spesso visto, con molti stereotipi, come un contesto difficile e marginale.
Agire in periferia non è semplice, ma la periferia di per sé è uno stereotipo che non può divenire stigma. Chi opera in quartieri fragili e vulnerabili può avere in mente che non solo ha a che fare con ragazze e ragazzi che vivono privazioni, ma con talenti. Prendiamo ad esempio i migranti: conoscono le lingue, sono portatori dal loro paese di lauree e competenze, si rimettono in gioco in altre professioni. C’è una capacità di rimettersi in gioco che solo le periferie sanno dare, perché la fame di riscatto è più forte che altrove e nel volontariato c’è ancora più bisogno di spazi e luoghi dove ridefinire i propri destini. Voglio concludere citando Loris Malaguzzi: “c’è un terzo educatore che è l’ambiente”. L’educazione è un processo che dura tutta la vita. Servono sostegni, strutture e finanziamenti per trovare luoghi in cui la comunità può ridefinirsi, trovare capacità di autoalimentarsi e contagiarsi.





