Per le famiglie trovare un luogo che non sia un semplice parcheggio per i bambini e i minori in estate non è semplice: la scuola si interrompe per tre mesi e attrezzare spazi educativi è un’impresa. Il lavoro dei genitori non si interrompe, i nonni non sempre possono stare con i piccoli, i centri estivi hanno un costo solo in alcuni casi offrono esperienze educative. Un’indagine dell’impresa sociale Con i bambini ha svelato nel 2024 una disparità di accesso ai campi scuola: in media gli utenti dei centri estivi e gli alunni frequentanti attività pre e post scuola sono 9,1 ogni 100 bambini e ragazzi residenti tra 3 e 14 anni. Sono dati del 2021 relativi alle regioni a statuto ordinario e che scontano sicuramente anche l’impatto della pandemia, ma parlano. Raccontano di un Paese che per superare la denatalità e il calo demografico ha bisogno di luoghi a portata di bambini. E non sempre è così. I centri estivi cercano di dare risposta a un bisogno fondamentale, mettendo a disposizione dei più piccoli opportunità formative fuori dall’ambito scolastico. Ma l’accesso a queste opportunità non è sempre uguale per tutti, con disparità significative che riflettono disuguaglianze più ampie nel sistema educativo e sociale. Le realtà del terzo settore e non solo che offrono queste opportunità in estate sono un bene prezioso da conoscere e far conoscere.
“I centri estivi – si legge nella sintesi del rapporto di Con i bambini –, organizzati principalmente dai comuni con il supporto di associazioni sociali, culturali e sportive, sono destinati soprattutto a bambini in età prescolare e agli studenti del primo ciclo di istruzione, con un’età compresa generalmente tra i 3 e i 14 anni. Questi spazi si propongono di favorire l’aggregazione tra bambini e adolescenti, offrendo una vasta gamma di attività che spaziano dal gioco alle esperienze educative, dallo sport alle gite fuori porta, dai laboratori creativi a quelli manuali. L’obiettivo è non solo divertirsi, ma anche stimolare la crescita attraverso momenti di gioco strutturato e non, con un approccio che integra apprendimento e svago. Si tratta di una funzione utile per contrastare il fenomeno del cosiddetto summer learning loss. Questo termine, utilizzato in ambito pedagogico, descrive la perdita di conoscenze e competenze che si verifica quando i bambini sono lontani dalla scuola per un periodo prolungato, come durante le vacanze estive”.
E le diseguaglianze territoriali sono molte. “Gli utenti di questi servizi – rivela il rapporto – rappresentano circa il 14,5% dei residenti 3-14 anni nell’Italia nord-orientale e il 12,5% in quella nord-occidentale. Nel centro la quota scende al 6,8%; mentre nei comuni del sud si attesta sul 3,5%. Un dato ancora troppo basso, ma in questo caso in crescita rispetto al 2,2% rilevato nel 2019. Tra le regioni, si attestano attorno al 15% Emilia-Romagna e Umbria, seguite da Veneto (14%), Lombardia (13,2%) e Piemonte (12,9%). Al di sotto della soglia del 5% si trovano – in media – i comuni di 4 regioni: Calabria (4,5%), Puglia (3,5%), Lazio (3,3%) e Campania. Quest’ultima, con 1,9 utenti di servizi extra-scolastici ogni 100 minori tra 3 e 14 anni, si attesta all’ultimo posto tra le regioni a statuto ordinario”. I dati sono frutto di un’elaborazione Openpolis – Con i Bambini su dati Sogei-Opencivitas. Riportano anche un’analisi comune per comune.
“A livello comunale – si legge nel rapporto – la dimensione demografica è uno degli elementi che influenza la diffusione del servizio. Il picco si raggiunge in comuni di piccola dimensione, tra mille e tremila abitanti, probabilmente anche in ragione della ristretta domanda potenziale. In questi territori il numero di utenti ogni 100 bambini oscilla tra 13 e 14 in media. La quota si attesta al 10-11% in comuni di taglia medio-piccola, tra tremila e ventimila residenti, così come in quelli piccolissimi, con meno di 500 abitanti. Non raggiunge la doppia cifra in quelli sopra i 20mila abitanti. In particolare tra 60mila e 100mila in media sono 5,9 gli utenti ogni 100 minori. Nelle città maggiori, sopra i 100mila abitanti, si torna a crescere con 8,4 utenti di media. Queste medie, tuttavia, celano profonde differenze tra i territori lungo la penisola. Tra i soli capoluoghi, ad esempio, Cuneo supera i 50 utenti di centri estivi e servizi pre e post scuola ogni 100 bambini e ragazzi. Seguono Venezia (46,4), Rieti (32,4), Perugia (28,1), Arezzo (25,8), Bologna (25,7)”.
Un’analisi accurata e ancora molto attuale che aiuta a leggere in controluce il valore delle proposte di campi estivi che il terzo settore distribuisce in tutto il territorio con costi spesso accessibili a tutti e, soprattutto, una forte valenza educativa.





