L’estate, per migliaia di ragazze e ragazzi, non è soltanto sinonimo di vacanze. Ogni anno centinaia di giovani scelgono infatti di trascorrere alcuni giorni o settimane in un campo di volontariato, condividendo lavoro, formazione e vita quotidiana con persone provenienti da territori e culture diverse. Esperienze che cambiano forma nel tempo ma conservano una caratteristica comune: trasformare il volontariato in un’occasione concreta di cittadinanza attiva.
Che si tratti dei beni confiscati alle mafie, di un progetto internazionale o di un’attività di rigenerazione sociale, il campo non è più soltanto un luogo dove “si dà una mano”. È uno spazio educativo dove si impara facendo.
Dai beni confiscati alla giustizia sociale: l’evoluzione dei campi di Libera
Lo racconta bene l’evoluzione dei campi di Libera, che quest’anno compiono ventuno anni.

“Sono nati come campi di lavoro e formazione sui beni confiscati alle mafie, con l’obiettivo di sostenere concretamente le cooperative di Libera Terra”, spiega il responsabile nazionale di E!State Liberi! Gaetano Salvo. “Oggi sono diventati campi di impegno e formazione, perché nel frattempo sono cambiati sia i partecipanti sia le sfide educative”.
L’età media si è abbassata: oggi circa il 70% dei partecipanti arriva dal Centro-Nord ed è composto da adolescenti tra i 14 e i 17 anni, spesso già entrati in contatto con l’associazione attraverso le scuole.
Ma è cambiata anche la proposta. Accanto al lavoro sui beni confiscati trovano spazio percorsi dedicati alla rigenerazione urbana, alla street art, ai podcast, alla tutela dell’ambiente, al contrasto del caporalato e delle disuguaglianze. “Oggi parlare di antimafia significa parlare di giustizia sociale. Per coinvolgere le nuove generazioni dobbiamo usare linguaggi e strumenti vicini alla loro esperienza.”
Imparare a stare insieme
Se Libera lavora sul tema della legalità e dell’impegno civile, i campi internazionali organizzati da Lunaria mettono al centro l’incontro tra persone provenienti da Paesi diversi.

Per Marcello Mariuzzo, presidente di Lunaria, il vero apprendimento non è soltanto quello culturale.
“In due o quattro settimane di vita condivisa gli stereotipi lasciano il posto alle persone. Ci si accorge che un ragazzo coreano, in apparenza chiuso, è magari il più dolce del gruppo, o che una volontaria francese cucina peggio di te. È vivendo insieme che parole come “straniero” o “diverso” smettono di significare qualcosa, perché davanti hai qualcuno con un nome.”
È proprio questa dimensione quotidiana che rende tangibile un concetto spesso percepito come astratto, quello della cittadinanza globale.
“Si costruisce lavorando insieme, condividendo responsabilità, rispettando regole comuni e portando a termine un progetto collettivo. Si scopre di appartenere allo stesso pianeta prima ancora che a uno Stato.”
Una risposta alle fragilità delle nuove generazioni
Pur operando in contesti molto diversi, Libera e Lunaria descrivono un cambiamento comune.
I giovani arrivano con fragilità nuove, legate soprattutto alle difficoltà relazionali e a una socialità sempre più mediata dagli schermi.
“Notiamo ragazzi che fanno più fatica a stare insieme” osserva Mariuzzo. “Per questo i campi diventano un luogo dove si impara a guardarsi negli occhi, a discutere, a condividere tempo reale e non soltanto connessioni digitali. Non solo, sono esperienze divertenti che consentono di costruire amicizie che magari durano per il resto della vita”.
Anche per Libera la sfida è educativa prima ancora che organizzativa. Molti partecipanti arrivano con l’idea che la mafia sia un fenomeno lontano dalla propria vita. Durante il campo scoprono invece come corruzione, illegalità e disuguaglianze attraversino anche i territori in cui vivono.
“L’obiettivo è che tornino a casa capaci di leggere con occhi diversi la propria comunità e diventino protagonisti del proprio territorio”, racconta Salvo.
Dal campo alla partecipazione
L’effetto più significativo di queste esperienze, però, emerge dopo.
Lunaria rileva che circa il 60% dei partecipanti dichiara di sentirsi più motivato a impegnarsi nel volontariato e nella vita civica dopo il campo. Molti tornano come volontari, diventano coordinatori oppure orientano anche le proprie scelte professionali verso la cooperazione internazionale e il non profit.
Anche Libera osserva un fenomeno simile. Numerosi ragazzi ripetono l’esperienza in territori diversi e molti diventano successivamente attivisti, referenti territoriali o volontari dell’associazione. Per altri, il campo rappresenta la prima tappa di un percorso di impegno civile destinato a proseguire ben oltre la settimana estiva.
“Anch’io sono la protezione civile”
Ha preso il via a giugno “Anch’io sono la Protezione Civile”, il progetto nazionale promosso dal Dipartimento della Protezione Civile e realizzato in collaborazione con le Regioni, la Provincia Autonoma di Bolzano e le organizzazioni di volontariato nazionali e locali. Un percorso di crescita, condivisione e consapevolezza che, da giugno a settembre, vede impegnati circa 9mila ragazzi, in 350 campi distribuiti su gran parte del territorio nazionale.
Nella consapevolezza che la tutela del bene comune e la sicurezza sono un gioco di squadra che si impara fin da piccoli, l’iniziativa punta a radicare nei giovani, dai 10 ai 16 anni, la cultura del rischio partendo proprio dal contesto in cui vivono. Per questo i criteri di iscrizioni – gestiti direttamente dalle organizzazioni di volontariato che gestiscono i campi – premiano la residenzialità, permettendo ai partecipanti di fare un’esperienza formativa di protezione civile nel proprio territorio.
“Un progetto che – sottolinea il Capo Dipartimento, Fabio Ciciliano – riveste un’importanza strategica perché investire sui giovani e sulla loro formazione rappresenta uno dei pilastri su cui poggia la cultura della prevenzione nel nostro Paese. I ragazzi che partecipano a questa esperienza non sono semplici spettatori, ma diventano attori consapevoli del nostro Sistema. Apprendendo le buone pratiche e la gestione dei rischi, sviluppano quella maturità che li renderà cittadini responsabili di domani, capaci di tutelare sé stessi, le comunità e l’ambiente che li circonda”.
Molto più di un’estate
Che si lavori su un bene confiscato, in un progetto internazionale o in un’iniziativa di rigenerazione sociale o protezione ambientale, il filo conduttore resta lo stesso: fare esperienza diretta della responsabilità condivisa.
In un contesto sociale come quello attuale segnato dalla frammentazione delle relazioni e dalla crescente mediazione digitale, i campi di volontariato sembrano rispondere a un bisogno sempre più evidente delle nuove generazioni: sperimentare comunità reali, assumersi responsabilità, misurarsi con la diversità e scoprire che la cittadinanza non è un concetto teorico, ma qualcosa che si costruisce ogni giorno insieme agli altri.





