Marco Rasconi è stato eletto pochi giorni fa presidente dell’Istituto Italiano della Donazione (IID). Ha già ricoperto per nove anni la carica di Presidente nazionale di UILDM – Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare, è responsabile del progetto sui percorsi di vita indipendente di LEDHA Milano e componente della Commissione Centrale di Beneficenza di Fondazione Cariplo.
Rasconi è un protagonista dell’impegno civile e del volontariato italiano, non gli mancano le cose a cui pensare e da fare. Ma appena ci sentiamo per fissare una chiacchierata telefonica per la rubrica “Volontari visionari” comprende il valore del nostro dialogo e crea subito le condizioni per farlo in serenità. Senza fretta e col tempo di andare nella profondità dell’esposizione. Dalla sua visionaria volontà nasce la nostra intervista.
Abbiamo avviato questa rubrica per alzare lo sguardo su un volontariato spesso troppo assorbito dalle urgenze e dalle contingenze della vita personale e sociale di ognuno che spesso non lasciano spazio e tempo per immaginarsi e riprogettarsi. Vorremmo condividere con i nostri lettori il tuo sguardo sul volontariato…
Hai ragione, il vero problema è quello. Noi lavoriamo nel sociale su un doppio binario. Non è che nel momento in cui abbiamo trovato la soluzione di quel problema il problema scompare e possiamo occuparci di altro. Non è assolutamente così e, anzi, si accumulano più problemi. Ti faccio un esempio: per la patologia come la mia, ho una patologia neuromuscolare, una volta ci occupavamo di scuola come strumento di inclusone perché le persone vivevano poco e quindi serviva quello, non tanto una parte formativa per un percorso lavorativo o familiare successivo. Adesso che viviamo trent’anni di più e dobbiamo laurearci, andare a lavorare e fare una famiglia al tema della scuola si sono aggiunti altri temi. Inoltre, la matrice è diventata molto complicata perché è una matrice multipla. Ci sono ad esempio persone che arrivano da altri paesi e hanno bisogno di fare lo stesso percorso per avere le stesse opportunità e dobbiamo quindi declinare questi strumenti in una modalità totalmente diversa.
Quindi impegnarsi nel volontariato e nell’attivismo sociale è ancora più difficile?
Il tema del volontariato negli ultimi anni è diventato molto complicato sia per una profondità di intervento – perché dobbiamo per fortuna costruire 30 anni in più di qualità della vita – sia perché spesso ci sono temi legati all’aspetto culturale della lingua e della provenienza. Poi nella matrice si innescano le dinamiche proprie del nostro tempo: i temi e le scelte di genere, le donne che lavorano meno o subiscono violenza, l’omosessualità. L’affollamento dei temi è una complicazione del nostro lavoro, ma espressione di una ricchezza della nostra società. Finalmente riusciamo a vede le cose non tanto come dei sylos, ma nella loro complessità.
In una società che certamente non è né sarà attrezzata per far avanzare queste sfide e valere i diritti.
In una società che magari non è attrezzata, ma ha presupposti molto positivi. Questo lo dico sempre. Vado molto nelle scuole e i ragazzi che vedo nelle scuole elementari hanno una capacità di affrontare la diversità che io e te non avevamo alla loro età. All’interno delle loro classi hanno una miriade di culture e provenienze e sono abituati alla diversità. Quindi il terreno non è fertile, ma di più.
Basta questo per migliorare le cose?
Dobbiamo riuscire a dare loro il modo di utilizzare questo tipo di processo, gli strumenti e gli anticorpi che hanno loro per fare in modo che questo sia alla loro portata. Hanno innate queste consapevolezze perché se le vivono quotidianamente, ma dobbiamo spiegargli come utilizzarle nel quotidiano per rispondere alle sfide che poi sono le sfide del volontariato. Sono convinto che il terreno sia molto più fertile.
E quindi la pratica volontaria non è solo un dedicarsi agli altri, ma sviluppare visioni e culture nuove?
La pratica del volontariato diventa non solo un donare, ma uno sperimentarsi e immaginarsi in un mondo che non è più quello che era ma sta cambiando. Che poi è quello che succedeva negli anni ’70 quando si voleva cambiare il mondo. Il volontariato era il modo per sperimentare il mondo nuovo dove le barriere non c’erano. Questa è la vera sfida, riportare a quel pensiero, mentre oggi abbiamo raccontato purtroppo negli ultimi trent’anni che occuparsi dell’altro è qualcosa di secondario. Non abbiamo messo al centro la comunità, ma il singolo. E questo va scardinato, dobbiamo di nuovo raccontare quello che può essere all’interno di un mondo nuovo. Può essere sicuramente complicato, ma la comunità ha gli strumenti per farlo. Dobbiamo capire come tutto passa dalla valorizzazione non solo del volontariato, ma del dono in sé. Donare che sia una parte economica, che sia attenzione, tempo o ascolto: dobbiamo puntare su quello. Donarsi è qualcosa di meraviglioso, che permette anche di trasformare la realtà nell’utopia che abbiamo in mente quando facciamo volontariato.
Quindi il volontariato non si sgonfia e non può passare di moda in futuro?
Secondo me non può passare di moda per un motivo: perché il volontariato è qualcosa che abbiamo dentro, l’essere umano non può fare a meno di ascoltare l’altro e rapportarsi con chi ha vicino. Ce lo possiamo dimenticare o dargli meno valore, ma è intrinseco nella natura umana. Come muoversi, ascoltare o gioire della vittoria di qualcun altro. È come respirare, ma dobbiamo insegnare alle persone a respirare meglio.





