di Giulio Sensi – 30 giugno 2026

Il volontariato è anche un luogo di socialità, amicizia e appartenenza

 Ennio Ripamonti dona visioni sull’attualità e il futuro del volontariato. Docente, psicosociologo e formatore collabora da volontario con diverse realtà storiche di volontariato e comunità di famiglie. È lui il “volontario visionario” di questa settimana.

L’intervento di Ennio Ripamonti al meeting “25 anni di volontariato che uniscono la Sicilia” ha acceso la passione per il volontariato dei più di 400 volontari e componenti dei Csv siciliani presenti in sala il 27 giugno. La sua visione del volontariato è partita da una parola chiave: comunità.

La comunità al tempo della disconnessione sociale

L’importanza della comunità è stata sottolineata anche a Palermo per la Capitale Italiana del Volontariato dal presidente della Repubblica Mattarella. “Si potrebbe dire – ha detto Ripamonti – che la comunità c’è già, che ci sono persone unite, ma che significa ‘fare comunità’?. Viviamo in un’epoca chiamata da molti ‘il secolo della solitudine’. Mai così tante persone al mondo o sono sole o si sentono sole. Fare comunità in un’epoca di solitudini è un plus, qualcosa di più, qualcosa che è cambiato”.

Ripamonti ha sottolineato come le comunità le vediamo ancora nei Paesi, ma sono profondamente trasformate da quattro fenomeni: l’individualizzazione, la competitività, la multiculturalità e le diseguaglianze. Il prezzo della società individualizzata è la solitudine.

“In questo il volontariato – ha aggiunto – non solo è un’opportunità di aiuto a chi ha dei problemi nella forma più classica dell’assistenza, ma anche un luogo di socialità, di amicizia, di appartenenza. Viviamo in società più competitiva, ogni associazione ha la sua mission e ha bisogno di fare cose, ma ha anche bisogno di fare rete, di collaborare. Un’altra novità che ha cambiato il volto del nostro paese sono i fenomeni migratori. Costruire le società multiculturali è una sfida interessante per il volontariato, quanto volontariato c’è tra le persone migranti? Sono ancora ricettori di servizi o sono diventati nuovi compagni di strada per i volontari? Infine, l’Italia è un Paese che è diventato più diseguale: la distanza tra chi ha di più e chi ha di meno continua a crescere. Questo è un problema perché ci sono forme di povertà non tradizionali.

Connessione sociale, capitale sociale e benessere

Ripamonti ha sottolineato come l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia prodotto uno studio importantissimo che segnala l’aumento della disconnessione sociale, un mix di isolamento e di solitudine. “Diminuisce la quantità e la qualità di connessioni sociali che abbiamo. La solitudine è un fenomeno a cui siamo totalmente impreparati. Sentirsi soli e ‘soffrire di solitudine’ significa che il fatto che molte persone sperimentano più meni più anni con poche relazioni sociali porta a impattare la salute. La solitudine fa male alla salute, sia alla salute mentale sia quella fisica. L’OMS ha aggiunto all’elenco di elementi che impattano sulla salute l’isolamento e la disconnessione sociale. Citazione: producete connessione sociale, producete legami sociali. Non curate solo dal punto di vista medico i danni della solitudine”.

Per Ripamonti il capitale sociale è l’insieme delle relazioni di fiducia, cooperazione e reciprocità che legano individui e gruppi. Quando le persone sono connesse in modo significativo, si genera capitale sociale, che a sua volta favorisce la diffusione di informazioni e comportamenti salutari; rafforza la resilienza comunitaria; riduce l’isolamento e la marginalità; migliora l’accesso ai servizi e la partecipazione civica. In altre parole, la connessione sociale è il «processo», mentre il capitale sociale è il «risultato»

Ha poi citato Pierre Bourdieu: «Il capitale sociale è la somma delle risorse, materiali o immateriali, che ciascun individuo o gruppo ottiene grazie alla partecipazione a una rete di relazioni interpersonali».

Volontariato: persistenze e trasformazioni

Il volontariato è uno dei principali strumenti per creare connessione sociale e generare capitale sociale: attiva legami di fiducia tra persone diverse, favorisce l’incontro tra generazioni e culture, stimola la partecipazione attiva alla vita comunitaria, rafforza il senso di appartenenza e responsabilità condivisa. Qua, secondo Ripamonti. il ruolo del Centri di Servizio per il Volontariato. “Per alcuni il volontariato è una scoperta perché magari alle scuole superiori il Csv ti propone di fare un’esperienza. Il volontariato è un ambiente che genera attenzione alle relazioni umane e non va sottovalutato”.

Sulla fenomenologia del volontariato Ripamonti ha sottolineato le varie forme: l’attivazione dei cittadini e le aggregazioni leggere. Con le caratteristiche trasversali: la fluidità che esprime il desiderio di «darsi da fare» a partire dal quotidiano, anche senza mediazione organizzativa; la spinta motivazionale a forte base «emotiva», legata i cicli di vita e ai bisogni esistenziali; l’importanza della dimensione territoriale (micro-socialità prossimità); la forte componente giovanile; il debole riconoscimento nella categoria del «volontariato»; la fluidità, con organizzazioni leggere ma anche effimere; le partecipazioni «estemporanee» contro le partecipazioni «continuative»; la forte rilevanza della leadership (persona); l’aumento delle interconnessioni e delle interdipendenze tra gruppi e organizzazioni.

“Il volontariato è uno dei principali strumenti per creare connessione sociale e generare capitale sociale: attiva legami di fiducia tra persone diverse; favorisce l’incontro tra generazioni e culture; stimola la partecipazione attiva alla vita comunitaria; rafforza il senso di appartenenza e responsabilità condivisa”.

La dimensione generativa del volontariato

Cosa significa generativa? si è chiesto Ripamonti. “Il Centro di servizi non deve essere visto come una sorta di “bancomat” dove ci sono delle risorse, si prelevano e si consuma quello che c’è. Il volontariato ha bisogno di risorse, ma svolgendosi genera risorse. E migliora la qualità della vita di chi lo riceve. Viene fatto per dei valori, ma anche per altri motivi: supporto educativo, sanitario, sociale; riduzione di isolamento e vulnerabilità; miglioramento in salute, apprendimento, inclusione; aumento fiducia e empowerment. Il volontariato migliora la qualità della vita soprattutto perché offre un aiuto orizzontale, non verticale. Ma tende anche a migliorare la vita di chi lo agisce. Quando aiuto qualcuno mi aiuto, provo un’esperienza intensa di solidarietà e la mia mente e il mio cervello produce sostanze che mi danno benessere”.

Il capitale narrativo del volontariato

Infine il capitale narrativo. “L’essere umano, in quanto ‘animal narrans’ si distingue dagli altri animali per il fatto che narrando realizza nuove forme di vita. La prassi narrativa ha la forza del nuovo inizio. Ogni azione che avvia una trasformazione del mondo presuppone una narrazione. È un messaggio del senso profondo di come può migliorare la tua vita”.

Ripamonti ha citato Luigino Bruni: “È un bene immateriale che genera valore, proprio come il capitale economico. Comprende le storie fondative, i racconti dei momenti di crisi e rinascita, le testimonianze dei membri. È generativo: produce futuro, motivazione, appartenenza. È essenziale nei momenti di transizione o crisi, perché aiuta a ritrovare il senso e la direzione”.

E ha fatto un riferimento anche al libro “La crisi della narrazione” di Byung-Chul Han. “Le narrazioni sono più efficaci dei meri fatti o dei calcoli, poiché suscitano emozioni. I dati sono l’esatto opposto delle narrazioni, essi non toccano gli esseri umani e attivano più l’intelletto che le emozioni. Nella battaglia per avere attenzione, i modelli narrativi sono maggiormente efficaci degli argomenti”.

“Il capitale narrativo – ha aggiunto – è il terreno fertile da cui nasce il capitale sociale: condividere storie crea legami e relazioni di fiducia; le narrazioni costruiscono norme condivise, trasmettono valori e comportamenti attesi; chi si sente parte di una storia comune è più disposto a cooperare; le storie danno voce e dignità ai singoli, rafforzando il senso di comunità”.

E ha concluso citando il filosofo e sociologo francese scomparso da pochi giorni Edgar Morin: “ciò che non si rigenera, degenera”.

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