L’impegno nel volontariato di Monica Galdo viene da lontano, ma si proietta in modo innovativo nel futuro. Fa parte della San Vincenzo de Paoli di Napoli ed è stata anche componente della Giunta nazionale dell’associazione. È animata dalla volontà di generare il cambiamento e non solo di fornire assistenza. Ha una relazione collaborativa con il Csv di Napoli fin dalla sua fondazione e condivide con tanti volontari e operatori uno sguardo diverso. Uno sguardo visionario.
Monica, per chi fa volontariato essere visionari distoglie dall’urgenza del fare? È un peso che ne limita l’azione?
No, ma è un periodo particolare per il volontariato per i forti cambiamenti sociali oggi sempre più veloci. Noi volontari corriamo sempre e rischiamo spesso di dedicarci solo al fare, di avere fretta di risolvere e alla fine non risolviamo. Cerchiamo di fare servizio e spesso il servizio va a coprire quello che dovrebbe essere il vero ruolo, ciò per cui è nato il volontariato: l’advocacy, il dare voce a chi non ha voce. Spesso ci sostituiamo al pubblico.
In un contesto normativo differente rispetto al passato…
La legge 117 ha cambiato un po’ il focus, prima c’era una legge che promuoveva molto il volontariato organizzato, oggi la 117 promuove sempre di più il terzo settore e un volontariato trasversale. Chi è abituato a lavorare nel volontariato risente della forte burocrazia un po’ a svantaggio del volontariato o quanto meno fa molta fatica.
Un contesto più certo e complesso che ne corrode la visione?
Spesso ci limitiamo al servizio, all’essere presenti e dare risposte subito e non abbiamo visione del futuro. È quello che ci manca – e che auspico perché penso che debba essere sempre più evidente – è una forma di cittadinanza solidale che vada a mettere insieme persone che hanno voglia di promuovere il cambiamento sociale che non si promuove solo agendo sul servizio, ma con visione e creatività. Vengo da un volontariato cattolico con la San Vincenzo e vedo che il volontariato sta avendo le stesse problematiche in tutto l’occidente. È accumunato da una mancanza di visione. Dobbiamo renderci conto che non possiamo più intervenire sull’emergenza, ma leggere sempre di più i cambiamenti e lavorare su risposte nuove. E poi immaginare delle risposte innovative e trasformarle in azioni concrete, senza mai dimenticarci che al centro c’è la persona e la comunità.
Farlo in modo innovativo non è semplice.
San Vincenzo diceva che la carità deve essere innovativa, dobbiamo cercare di innovare e trasformare. Solo così possiamo avere un impatto sociale, imparando a fare rete. Questa è la ricetta: cercare in rete di analizzare i bisogni e fare veramente un osservatorio della povertà, cercando di non essere visiti solo come una buona volontà, ma dare senso con la coprogrammazione, la coprogettazione e l’amministrazione condivisa alla costruzione del bene comune. Oggi più che mai noi volontari siamo chiamati ad essere custodi della solidarietà e dei valori del volontariato. Questo all’interno del terzo settore: dobbiamo rimanere custodi dei valori, ma essere una forza di innovazione sociale e lavorare con tutto il terzo settore.
Rimanendo anche attrattivi per le nuove generazioni.
Anche rispetto all’impegno dei giovani c’è una lamentela condivisa: il giovane vuole essere informato e presente, ma con i suoi tempi e noi dobbiamo essere costruttori di innovatività. Forse ci mancano le competenze, ma abbiamo l’innovatività. Detto in napoletano ‘l’arte di arrangiarci’, ma con una struttura organizzata possiamo essere promotori di cambiamento e creare impatto sociale. A Napoli abbiamo bisogno di questo: di creare impatto sociale. Con questa energia in rete possiamo creare impatto e dare una visione del creare, immaginare e dare prospettiva. Non limitarci all’assistenza, ma promuovere la persona e generare fiducia, partecipazione e speranza come sosteneva Luciano Tavazza. Siamo ancora in grado di inserire questi concetti inquadrandoli nella nuova normativa. Il volontariato non organizzato fa fatica a stare a galla, ma se si trova questo, anche grazie anche ai Csv che danno un contributo prezioso, può essere una buona occasione per creare innovazione sociale.
Tutto questo costa e costerà ancora più fatica.
Molta, ed è molto più difficile. Fornire un servizio costa meno fatica perché hai una scaletta, una programmazione e delle risorse, ma con una vision, realtà, coraggio di metterci le mani e la pazienza si costruiscono i percorsi. È più difficile, ma se come volontario riesco a tessere relazioni e mettere tutti d’accordo lavoro sulla visione e non sul servizio. Don Tonino Bello diceva: non basta organizzare la speranza, ma sperare nell’organizzazione. Un cantiere da costruire. Ci siamo spaventai davanti alla nuova normativa, ma è la strada giusta perché abbiamo bisogno di essere organizzati, di mani che operano e, ancora di più, di occhi che guardano al futuro.





