La donazione di sangue e plasma vede e vedrà sempre al centro il donatore: l’obiettivo di AVIS è quello di contribuire a garantire al sistema l’autosufficienza di plasma e sangue, coinvolgendolo in modo costante. Per farlo abbiamo il compito di incentivare e valorizzare la donazione. Quella continua di chi già lo fa e l’ingresso dei nuovi. Tra la volontà di donare e il gesto di farlo è necessario superare barriere di varia natura che non sono mai semplici: non solo la possibilità e la disponibilità personale del donatore, ma anche la facilità di accesso alla donazione. Un punto spesso trascurato riguarda il superamento della distanza fisica dai centri accreditati o dalle unità di raccolta che caratterizza il sistema italiano. Ogni territorio italiano è formato da centri e periferie, da aree più o meno distanti dai luoghi in cui il sangue e il plasma vengono raccolti. AVIS ha compiuto storicamente la scelta di mettere al primo posto la qualità della donazione, organizzandosi dentro strutture pubbliche e unità di raccolta associative qualificate dove il lavoro viene svolto in modo professionale.
Una scelta che mette a confronto l’efficienza economica e strutturale del sistema con il sacrificio che viene chiesto al donatore per raggiungere i centri. Un paio di decenni fa negli oratori venivano allestite unità di raccolta: qualcosa che oggi non esiste più perché c’è maggiore qualità nella raccolta e la qualità toglie ai territori la vicinanza associativa. Per questo abbiamo il compito di trovare sempre il giusto compromesso tra qualità, autosufficienza e lontananza delle persone. Un giusto equilibro difficile da raggiungere anche perché le distanze si riducono con la tecnologia, ma non i collegamenti fisici. La tecnologia digitale può avvicinare l’incontro tra le persone, il dialogo, le attività associative organizzate a distanza, ma non può consentire l’avvicinamento immediato ai luoghi in cui andare a donare. Dal punto di vista marginale siamo portati a pensare che la distanza sia più pronunciata anche se rimane invariata. Oggi è avvertita come un ostacolo maggiore rispetto al passato. Per fare un esempio: compiere un viaggio di mezz’ora per andare a donare è molto più pesante che collegarsi per una riunione su zoom.
Ma l’utilità marginale è maggiore laddove c’è la distanza fisica e minore laddove invece la virtualità la annulla.
È un dato che fa la differenza e dobbiamo avere la forza di rappresentarlo e comunicarlo bene. Per questo è fondamentale il ruolo delle associazioni per accompagnare il donatore e facilitare il raggiungimento di soluzioni vantaggiose. Ci sono luoghi e regioni in cui la donazione è più complessa per ragioni infrastrutturali come, ad esempio, la Sicilia, la Sardegna e le grandi aree metropolitane. In alcune zone esistono le autoemoteche per la raccolta, ma è comunque un compromesso perché la logica vorrebbe che le donazioni venissero effettuate negli spazi accreditati e certificati. È un compromesso che il sistema ha trovato e che è regolare e lecito, ma ha un margine di errore in più rispetto ad un’unità di raccolta fissa.
Dobbiamo porre sempre la massima attenzione a presidiare in modo efficace l’utilizzo di autoemoteche perché sono un mezzo per ridurre le distanze, ma con probabilità di errore più alto. Questi sono elementi pratici con cui il nostro tessuto associativo si misura giorno dopo giorno per assicurare quella qualità e sicurezza che sono imprescindibili. Superarli e ben gestirli è un modo per garantire futuro e sostenibilità al sistema sangue; sostenibilità che passa e passerà sempre più dalla presenza attiva e protagonista dei giovani: la vera sfida è trovare il giusto innesto tra le ambizioni, la voglia di volare in alto e la fantasia innovativa che solo i giovani possono portare.
La storia di AVIS è sempre stata caratterizzata dalla ricerca del giusto equilibrio tra la routine e la voglia di cambiare. Questo giusto equilibrio è la ricetta vincente a cui aspiriamo oggi più che mai.





