di Elisabetta Bianchetti – 18 giugno 2026

Il dono che si riorganizza

 I dati del Centro Nazionale Sangue mostrano un’Italia che continua a garantire autosufficienza per i globuli rossi e raggiunge un nuovo record nella raccolta di plasma. I donatori sono oltre 1,6 milioni, con una lieve flessione complessiva, ma una crescita dei donatori periodici che rappresentano oggi la base del sistema. Accanto alla stabilità dei numeri emerge una transizione: la fascia under 35 è la meno rappresentata e il ricambio generazionale diventa la sfida dei prossimi anni. AVIS e FIDAS indicano una direzione comune: trasformare i giovani da destinatari della donazione a protagonisti della sua organizzazione.

C’è un momento preciso, in ogni centro trasfusionale, in cui il tempo cambia ritmo. È quando una persona entra, si siede, stringe tra le dita un modulo compilato in fretta, e aspetta. Non succede nulla di spettacolare. Nessuna urgenza, nessuna sirena. Solo una sequenza di gesti ordinati: una domanda, un controllo, un braccio appoggiato, un ago che entra. Fuori, la città continua a muoversi. Dentro, qualcosa si ferma per un’ora.

È in questa sospensione che si regge una parte della sanità italiana. Un equilibrio fatto di ripetizione, di ritorni, di appuntamenti segnati in agenda mesi prima. Un gesto che non si esaurisce nel momento in cui avviene, ma che si accumula nel tempo. La donazione di sangue vive qui: in questa normalità che non fa rumore.

Eppure, sotto questa superficie stabile, qualcosa si sta spostando. I numeri del 2025 del Centro Nazionale Sangue raccontano un sistema che tiene, ma che sta cambiando struttura. I donatori sono 1 milione e 664 mila, in lieve flessione rispetto all’anno precedente (-0,8%). Non è un arretramento, ma una redistribuzione interna: crescono i donatori periodici (+1,4%), che oggi rappresentano l’85% del totale, mentre diminuiscono le trasfusioni di globuli rossi (-2%), anche per effetto di una maggiore appropriatezza clinica.

È come se il sistema si stesse assestando su una nuova forma di equilibrio: meno episodico, più continuo. Meno reattivo, più strutturale. E dentro questa trasformazione silenziosa, si apre una domanda che non riguarda solo la sanità: chi continuerà a occupare questo tempo sospeso nei prossimi anni?

Un sistema che regge perché è continuo

La prima evidenza è semplice: il sistema italiano della donazione non è in crisi. Regge. E regge perché è diventato stabile. La crescita dei donatori periodici è il dato più rilevante: non il numero assoluto, ma la continuità del gesto. L’85% dei donatori appartiene oggi a questa categoria. È qui che si concentra la forza del sistema.

Nel 2025 oltre 638 mila pazienti hanno ricevuto una trasfusione. A questi si aggiunge una platea più ampia di persone che hanno beneficiato di medicinali derivati dal plasma, una filiera meno visibile ma sempre più strategica. L’Italia, grazie alla rete dei donatori, è autosufficiente per i globuli rossi da quasi vent’anni. Non è un risultato recente: è un equilibrio consolidato nel tempo.

La nuova frontiera: il plasma

Se il sangue intero rappresenta la continuità storica del sistema, il plasma è oggi la sua trasformazione più evidente. Nel 2025 la raccolta ha raggiunto 919,7 tonnellate, un nuovo record, con un incremento di oltre 11 tonnellate rispetto all’anno precedente.

La crescita è trainata dalla plasmaferesi (+6,4%), una procedura che consente di prelevare solo la componente liquida del sangue e restituire gli altri elementi al donatore. È una forma diversa di donazione: più tecnica, più frequente, più flessibile. Non solo un gesto sanitario, ma un cambiamento del rapporto tra cittadino e sistema.

Il plasma raccolto è utilizzato per produrre medicinali salvavita come immunoglobuline, albumina e fattori della coagulazione. Farmaci che non hanno alternative industriali equivalenti.

Nel 2025:

  • 15,6 kg di plasma per 1.000 abitanti sono stati conferiti all’industria
  • circa 60% della domanda di immunoglobuline è coperta internamente
  • oltre 75% dell’albumina è garantita dal sistema nazionale

Il resto è acquistato sul mercato internazionale, con costi rilevanti per il Servizio sanitario nazionale.

La donazione, in questa prospettiva, non è più solo un gesto solidale: è una infrastruttura industriale e sanitaria insieme.

La geografia generazionale del dono

Dentro un sistema stabile si apre una frattura silenziosa. La distribuzione dei donatori non è uniforme.

La fascia più rappresentata è quella tra i 46 e i 55 anni, con 63,6 donatori ogni mille abitanti. La meno presente è quella tra i 18 e i 25 anni, con 34,1 donatori ogni mille abitanti.

Non è una differenza marginale. È una linea di tendenza. Il punto non riguarda solo chi dona oggi, ma chi garantirà la continuità domani.

FIDAS: il ricambio non è automatico, è una costruzione

«Negli ultimi anni le donazioni di sangue e plasma sono aumentate, ma la fascia meno attiva resta quella sotto i 35 anni», osserva Komal Seni, coordinatrice giovani FIDAS. «Se pensiamo alla necessità del ricambio generazionale, che sarà sempre più importante nel futuro, possiamo dire che la presenza giovanile è ancora limitata. La situazione oggi è positiva, ma guardando avanti la sfida è chiara».

Dentro questa affermazione c’è un passaggio chiave: la stabilità del sistema non coincide automaticamente con la sua capacità di rigenerarsi. Il fatto che le donazioni crescano non elimina il tema di chi, domani, dovrà garantirne la continuità. Per FIDAS il nodo non è soltanto l’ingresso di nuovi donatori, ma la trasformazione del loro rapporto con la donazione. Non un gesto isolato, ma una pratica che si ripete nel tempo.

«Vogliamo sensibilizzare i giovani – continua Seni – partendo dai giovani stessi. La donazione periodica è quella che manca di più. È quella che garantisce davvero la tenuta del sistema, perché costruisce continuità. Ma accanto alla donazione c’è un altro elemento fondamentale: la partecipazione alla vita associativa».

È qui che il discorso si allarga. La donazione non è più solo un atto sanitario, ma un’esperienza che entra dentro una rete sociale. E questa rete, per funzionare nel tempo, deve essere abitata. «Crediamo che i giovani debbano essere protagonisti – aggiunge – non solo donatori ma anche parte attiva dell’associazione. Non si tratta soltanto di aderire a una campagna o rispondere a un appello, ma di contribuire alla costruzione delle attività, dei messaggi, delle iniziative. È così che si crea continuità: quando il gesto diventa appartenenza».

La strategia che FIDAS sta portando avanti si muove su due piani paralleli: da un lato la promozione della donazione periodica, dall’altro il rafforzamento del coinvolgimento nei territori. L’idea è che il ricambio generazionale non sia un automatismo, ma un processo che si costruisce attraverso relazioni, esperienze e responsabilità condivise.

AVIS: Dai donatori ai protagonisti del sistema

Se FIDAS insiste sul tema della continuità del gesto, AVIS sposta l’attenzione anche sulla struttura della partecipazione. Il punto non è solo quanti giovani donano, ma quale ruolo hanno dentro l’organizzazione.

«I giovani sono e vogliono essere coinvolti non soltanto nell’organizzazione di eventi e iniziative di sensibilizzazione, ma anche nei processi decisionali», racconta Giada Lampis, coordinatrice della Consulta Giovani AVIS Nazionale. In questa affermazione c’è un cambio di prospettiva importante: il volontariato non come spazio di ingresso, ma come spazio di responsabilità.

AVIS è una rete articolata, con oltre 3.400 sedi distribuite su tutto il territorio nazionale. Una struttura capillare che si regge su un equilibrio tra dimensione locale e coordinamento nazionale. In questo contesto, il ruolo dei giovani non è periferico, ma potenzialmente strutturale.

«In questa organizzazione – continua Lampis – i giovani sono il presente e il futuro, sia come donatori che come volontari. La nostra associazione riesce a trasformarsi nel tempo senza perdere i suoi valori, ma creando continuamente occasioni di confronto, dialogo e crescita».

Il punto centrale non è quindi solo la promozione della donazione, ma la capacità dell’associazione di funzionare come spazio di formazione civica. Un luogo dove la partecipazione non si esaurisce nel gesto, ma si traduce in competenze, relazioni, e anche in percorsi di responsabilità. «Non si tratta soltanto di essere coinvolti nelle attività operative – aggiunge -. Ma di avere la possibilità di contribuire alle scelte, di assumere ruoli di coordinamento e, nel tempo, anche ruoli dirigenziali. È questo che permette di costruire una reale continuità generazionale».

La prospettiva di AVIS è quindi più ampia: la sfida non è solo mantenere stabile il numero dei donatori, ma garantire che la struttura stessa del sistema continui a rinnovarsi. I giovani non come destinatari di una campagna, ma come parte della governance del dono.

Il punto di equilibrio

Il futuro della donazione non si gioca quindi solo sulla capacità di aumentare i numeri. Si gioca anche sulla capacità di trasmettere continuità. Di trasformare un gesto individuale in una pratica sociale stabile. Di mantenere vivo quel tempo sospeso in cui, per un’ora, qualcuno si ferma mentre tutto il resto continua a muoversi.

È in quella sospensione che si misura la qualità di una comunità. Non nella quantità del dono. Ma nella sua capacità di ripetersi nel tempo. La trasformazione della donazione passa quindi da una trasformazione delle associazioni stesse: da luoghi dove si entra per compiere un gesto, a comunità dove quel gesto trova significato e continuità.

Nei prossimi anni la sfida sarà costruire un ponte tra generazioni. Conservare ciò che ha reso forte il sistema italiano – la gratuità, la responsabilità, la fiducia – e allo stesso tempo trovare linguaggi nuovi per parlare a chi si affaccia oggi alla vita adulta.

La donazione di sangue resta un gesto semplice, ma il suo valore è complesso. Tiene insieme salute pubblica, solidarietà e cittadinanza. Ogni sacca racconta una scelta individuale. Ma soprattutto racconta una comunità che decide di prendersi cura di qualcuno che non conosce.

Fonte: profilo facebook di Avis Nazionale

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