Ci sono numeri che misurano una presenza. E numeri che raccontano una trasformazione.
Quando l’Istat diffonde i primi risultati del nuovo Censimento permanente delle istituzioni non profit, l’attenzione si concentra inevitabilmente sulle dimensioni del settore: il numero delle organizzazioni, dei lavoratori, dei volontari, delle attività svolte. Ma tra le molte informazioni raccolte ce n’è una che merita uno sguardo particolare. Non riguarda quanti sono gli enti del Terzo settore. Riguarda il modo in cui stanno cambiando.
Secondo il focus dedicato alle reti di relazione, nel 2024 il 90,5% delle istituzioni non profit italiane ha dichiarato di intrattenere relazioni significative con almeno uno stakeholder, pubblico o privato. Tre anni prima erano l’89,2%. L’incremento può sembrare contenuto. In realtà conferma una tendenza ormai consolidata: la quasi totalità delle organizzazioni opera oggi all’interno di una trama di rapporti, collaborazioni e scambi che influenza direttamente le scelte strategiche e la capacità di rispondere ai bisogni delle comunità.
Per anni il non profit è stato osservato come una costellazione di soggetti distinti: associazioni, cooperative sociali, fondazioni, organizzazioni di volontariato. Il censimento suggerisce invece una lettura diversa.
Sempre più spesso il valore delle organizzazioni non risiede soltanto nelle attività che realizzano, ma nelle connessioni che riescono a generare.
«Le relazioni – come ha sottolineato Stefania Della Queva nel corso della presentazione dei risultati – si configurano ormai come un vero e proprio asset strategico. Non un elemento accessorio, ma una risorsa che contribuisce a definire identità, capacità operativa e impatto sociale degli enti».
La forza della prossimità
Per comprendere il significato di questi dati occorre osservare da vicino la geografia delle relazioni. Gli stakeholder più frequentemente coinvolti appartengono alla sfera della prossimità. Al primo posto si trovano soci e associati, indicati dal 74,7% delle organizzazioni. Seguono i destinatari e beneficiari delle attività (49%) e i volontari (41%).
È una fotografia che restituisce un tratto distintivo del Terzo settore italiano: la sua natura profondamente comunitaria. Le organizzazioni continuano a costruire la propria azione a partire da relazioni dirette, spesso radicate nei territori, nei quartieri, nei contesti locali in cui operano quotidianamente.
In un’epoca segnata dalla crescente frammentazione sociale, il dato assume un significato che va oltre la dimensione organizzativa. Le associazioni, le cooperative e gli enti del Terzo settore continuano a rappresentare luoghi in cui si producono fiducia, partecipazione e legami sociali. Sono spazi che mettono in relazione persone che altrimenti rischierebbero di restare isolate. E questa funzione relazionale appare oggi importante quanto la capacità di erogare servizi.
Il Comune resta il principale alleato
Se si osservano le relazioni con gli stakeholder pubblici emerge un elemento particolarmente significativo. Il principale interlocutore delle organizzazioni continua a essere il Comune. Il 79,3% degli enti che intrattengono relazioni con soggetti pubblici indica infatti Comuni e Unioni di Comuni come partner di riferimento. Più distanziati compaiono scuole, università ed enti di ricerca (31,7%) e le Regioni e Province autonome (24,9%).
Non è soltanto una questione amministrativa. Il dato racconta qualcosa del modello italiano di welfare e partecipazione civica. Il Comune continua a rappresentare il luogo in cui i bisogni emergono con maggiore evidenza e in cui le organizzazioni incontrano più frequentemente le istituzioni. È sul livello locale che si costruiscono molte delle esperienze di collaborazione che negli ultimi anni hanno assunto forme sempre più strutturate.
Dietro questa centralità si possono leggere fenomeni diversi: dalla gestione condivisa di servizi e progetti sociali alle pratiche di amministrazione condivisa, fino ai percorsi di co-programmazione e co-progettazione introdotti dalla riforma del Terzo settore.
Il censimento non misura direttamente questi processi, ma mostra il terreno relazionale su cui essi si sviluppano. Un terreno che appare oggi più esteso e consolidato rispetto al passato.
Dalla consultazione alla costruzione condivisa
Un altro elemento particolarmente interessante riguarda il modo in cui sono utilizzate le relazioni. La consultazione diretta rappresenta ancora la modalità prevalente di coinvolgimento degli stakeholder e interessa l’81,5% delle organizzazioni. Ma accanto all’ascolto emergono forme di partecipazione più avanzate. Nel 55,2% dei casi gli stakeholder sono coinvolti nella realizzazione di progetti e attività. Nel 53,6% partecipano alla progettazione delle iniziative.
Non si tratta di differenze marginali. Significa che una quota consistente di organizzazioni non utilizza le relazioni soltanto per raccogliere informazioni o mantenere contatti. Le utilizza per costruire insieme le risposte ai bisogni sociali. È un passaggio culturale rilevante. Per molto tempo il rapporto tra organizzazioni e portatori di interesse è stato interpretato in termini prevalentemente consultivi. Oggi appare sempre più orientato alla collaborazione e alla corresponsabilità. In altre parole, le reti non sono semplicemente luoghi di coordinamento. Diventano luoghi di produzione collettiva di soluzioni.
Una trasformazione che riguarda non soltanto il rapporto con le istituzioni pubbliche, ma anche quello con cittadini, volontari, beneficiari e altri attori del territorio.
Oltre i confini del Terzo settore
Le reti che emergono dal censimento non si limitano al rapporto tra organizzazioni e pubbliche amministrazioni. Negli ultimi anni sono cresciute soprattutto le relazioni con soggetti pubblici, aumentate di 11,8 punti percentuali rispetto alla precedente rilevazione. Ma si rafforzano anche quelle con soggetti privati, in crescita di 3,1 punti. Tra questi ultimi prevalgono altre organizzazioni non profit, coinvolte dal 44,8% degli enti. Seguono gli enti religiosi (25,1%) e le imprese (22,2%).
Anche qui il dato racconta qualcosa di più di una semplice collaborazione operativa. Le sfide che le organizzazioni affrontano oggi – dalla povertà educativa alla non autosufficienza, dalla salute mentale alla transizione ecologica – sono problemi complessi. Nessun soggetto possiede da solo competenze, risorse e strumenti sufficienti per affrontarli. Le reti diventano quindi una necessità prima ancora che una scelta.
Non rappresentano soltanto un modo per ottimizzare risorse o condividere competenze. Diventano l’infrastruttura attraverso cui si costruiscono risposte collettive a problemi collettivi.
Chi resta fuori dalla rete?
Come ogni fotografia statistica, anche questa racconta una realtà ma lascia intravedere alcune domande. Se oltre nove organizzazioni su dieci dichiarano di avere relazioni significative, occorre chiedersi quale sia la qualità di queste relazioni e quanto siano realmente accessibili a tutti.
Le reti richiedono tempo, competenze, capacità organizzative e spesso risorse economiche. Non tutte le organizzazioni dispongono degli stessi strumenti per costruirle e mantenerle.
È una questione che riguarda soprattutto le realtà più piccole, quelle che operano in territori periferici o che si affidano esclusivamente al lavoro volontario. Proprio mentre il Terzo settore evolve verso modelli sempre più collaborativi, emerge il rischio che alcune organizzazioni restino ai margini dei processi di connessione e cooperazione.
Il censimento non offre ancora una risposta definitiva a questa domanda. Ma suggerisce una pista di ricerca importante per il futuro: comprendere non soltanto quanto siano diffuse le reti, ma anche chi riesca effettivamente ad accedervi e a beneficiarne. Perché la capacità di fare rete sta diventando una delle principali risorse strategiche del Terzo settore contemporaneo.
Da organizzazioni a ecosistema
Forse è proprio questa la principale indicazione che emerge dai nuovi dati Istat. Per lungo tempo abbiamo pensato al Terzo settore come a un insieme di organizzazioni. Oggi appare sempre più come un ecosistema. La differenza non è soltanto terminologica. Un insieme è fatto di soggetti che convivono nello stesso spazio. Un ecosistema è fatto di relazioni, scambi, interdipendenze. La sua forza non dipende esclusivamente dalle caratteristiche dei singoli attori, ma dalla qualità dei legami che riescono a costruire. I dati del censimento sembrano indicare che il non profit italiano stia muovendosi proprio in questa direzione.
Le organizzazioni continuano a svolgere le attività che da sempre le caratterizzano: assistenza, educazione, cultura, tutela dei diritti, promozione della partecipazione. Ma sempre più spesso lo fanno all’interno di reti che coinvolgono istituzioni pubbliche, scuole, imprese, altre organizzazioni e cittadini. È una trasformazione meno visibile di altre. Non si misura con la stessa immediatezza di un bilancio o di una graduatoria. Eppure potrebbe essere una delle più importanti. Perché in una società attraversata da nuove forme di polarizzazione, solitudine e frammentazione, il valore del Terzo settore non risiede soltanto nella capacità di rispondere ai bisogni. Risiede anche nella capacità di connettere persone, organizzazioni e istituzioni che altrimenti resterebbero separate.
Il nuovo censimento suggerisce che questa funzione è già una realtà. E che il futuro della società civile italiana potrebbe dipendere sempre di più dalla qualità di queste connessioni invisibili.





