di Clara Capponi – 12 giugno 2026

Far accadere le cose senza essere protagonisti

 La presidente di CSVnet Chiara Tommasini racconta perché l'animazione territoriale è diventata il metodo per i Csv.

Per anni l’animazione territoriale è stata considerata una delle attività svolte dai Centri di servizio per il volontariato. Oggi, però, la prospettiva è cambiata. Non si tratta più di una funzione specifica accanto alla promozione, alla formazione o alla consulenza, ma del metodo che attraversa tutte queste attività.

Durante l’ultimo Meeting del Cesvot “Insieme per il volontariato toscano” Chiara Tommasini, presidente di CSVnet, è tornata a riflettere su questo tema, che sta assumendo un’importanza crescente nell’azione dei Centri di servizio per il volontariato.

Che non si tratti di una tendenza episodica lo dimostrano anche i dati del sistema Csv. Oggi l’animazione territoriale è presente nel 96% delle programmazioni dei Centri di servizio per il volontariato. Un dato che segnala come questa dimensione non sia più una linea di attività specifica o un progetto sperimentale, ma la piattaforma operativa su cui si sviluppano gran parte delle azioni dei Csv.

Una trasformazione che nasce dall’evoluzione dei territori e delle forme della partecipazione. Comunità più fragili, legami sociali meno stabili, disponibilità all’impegno che si esprimono in forme diverse rispetto al passato chiedono strumenti nuovi per coinvolgere cittadini e organizzazioni.

“Il punto non è aggiungere nuove iniziative sui territori”, osserva Chiara Tommasini, presidente di CSVnet. “La sfida è creare le condizioni perché le comunità possano attivarsi. Per questo l’animazione territoriale non è un’attività tra le altre: è il modo in cui oggi i Csv interpretano il proprio ruolo”.

La differenza rispetto a un approccio tradizionale è significativa. Se in passato il focus poteva essere concentrato sull’erogazione di servizi o sulla realizzazione di singoli interventi, l’attenzione si sposta sempre più sulla costruzione di processi continuativi – accompagnamento personalizzato, capacity building, attività formative radicate sul territorio.

“Un progetto può avere una durata limitata. Un processo, invece, lascia competenze, relazioni e capacità di azione che restano nel territorio anche quando l’intervento si conclude”.

In questa prospettiva cambia anche il ruolo dei Centri di servizio. Non soggetti che guidano dall’alto le dinamiche locali o che si sostituiscono agli attori presenti, ma facilitatori capaci di mettere in relazione volontariato, istituzioni, cittadini e altri soggetti della comunità.

“Spesso il lavoro più importante dei Csv consiste nel connettere persone e organizzazioni che condividono gli stessi problemi o gli stessi obiettivi ma che, da sole, difficilmente si incontrerebbero. Il valore non sta nell’essere protagonisti, ma nel rendere possibile l’azione degli altri”.

“Per i Csv l’animazione territoriale diventa quindi un metodo, una leva operativa che genera il valore pubblico che restituiamo alla società” riflette Tommasini. E che produce la massima attivazione nella rigenerazione dei beni comuni (se ne occupa il 53% dei Csv) nel lavoro con i giovani nelle scuole (interessano il 90% dei Centri) e che assume particolare rilevanza nelle aree più fragili del Paese. Lo spopolamento delle aree interne, ad esempio, non produce soltanto una diminuzione della popolazione residente, ma riduce le occasioni di partecipazione e indebolisce le reti sociali che tengono insieme le comunità.

“In questi contesti l’animazione territoriale non rappresenta un servizio aggiuntivo. Diventa una condizione necessaria per mantenere vive relazioni, opportunità di partecipazione e capacità collettive di risposta ai bisogni”.

L’esperienza di molti Csv mostra come l’attivazione delle comunità parta raramente da una proposta precostituita. Più spesso prende forma attraverso percorsi di ascolto, lettura dei contesti e costruzione di alleanze territoriali. È il principio che ispira anche esperienze come Agorà, il percorso promosso da Cesvot nelle diverse delegazioni territoriali per favorire l’emersione dei bisogni e la progettazione condivisa di risposte.

Secondo Tommasini, questo approccio richiede competenze specifiche e difficilmente standardizzabili.

“L’animazione territoriale non si realizza applicando modelli identici ovunque. Richiede conoscenza dei contesti, capacità di ascolto, costruzione di fiducia e presenza continuativa. Sono competenze professionali che diventano sempre più strategiche per accompagnare i processi di partecipazione”.

La posta in gioco, infatti, non riguarda soltanto il coinvolgimento di nuovi volontari. Riguarda la capacità dei territori di mantenere attivi spazi di collaborazione e iniziativa civica.

“La partecipazione non nasce automaticamente. In particolare, nei contesti più fragili deve essere accompagnata e resa possibile. È qui che i Csv possono offrire un contributo specifico: connettere, facilitare, abilitare le risorse presenti nel tessuto sociale affinché le comunità possano esprimere pienamente le proprie risorse”.

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