di Giulio Sensi – 3 giugno 2026

L’affidabilità non è performance. E il concreto è meglio del perfetto

 Veronica Capelli è un medico pediatra che vede la sua vita e i suoi studi come un modo per aiutare gli altri, anche nelle periferie del mondo. Il nuovo capitolo di “Volontari visionari” passa da una donna che vede l’esserci più importante del fare.

La storia e le idee di Veronica Capelli raccontano in modo semplice, diretto ed efficace il senso profondo di fare volontariato, di impegnarsi per gli altri. Veronica è un giovane medico nata e cresciuta in Lombardia, a Lecco. A 19 anni si è trasferita a Pavia e ha girato un po’ il mondo: ha fatto la ragazza alla pari negli Stati Uniti, un anno di Erasmus in Germania poi un mese a Cambridge. Poi il sud del mondo: al primo anno di università con i ragazzi dell’oratorio decide di andare in Palestina, dove incontra al Caritas Baby Hospital di Betlemme Suor Donatella per fare cose belle in un territorio martoriato. Voleva tornarci e ci è riuscita all’ultimo anno di medicina, vincendo una borsa di studio per un progetto nel sud del mondo.

Veronica, una spinta a fare qualcosa che avesse dentro il volontariato inteso come aiutare gli altri. Giusto?

Giusto. Dopo l’abilitazione in medicina sono partita e ho fatto tre mesi in Palestina. La Palestina è un bello spartiacque dico sempre che a Gerusalemme hai la profonda certezza che c’è qualcosa o qualcuno che trascende la nostra umanità. Dopo sono tornata e nel 2019 ho iniziato la specializzazione in pediatria. Sono andata sei mesi in Repubblica Centrafricana come specializzanda. Alcuni mesi di specializzazione puoi farli anche fuori dalla tua sede e per me è stata una bellissima esperienza. Ho finito la specializzazione in pediatria con una tesi in oncologia pediatrica e a novembre 2025 sono partita per lo Yemen a fare il medico pediatria in un ospedale. La mia idea è quella di ripartire ancora.

Cosa ti ha dato e ti sta dando quel pezzo di volontariato che metti nella tua strada, cosa vorresti raccontare agli altri?

Dico sempre che a volte non sono scelte che tu fai, ma opportunità che cogli. Mi piace vedere il volontariato proprio come opportunità che cogli: non sono l’ennesimo martire che si immola alla causa. Questa retorica del volontariato per guadagnarsi il paradiso non funziona per me. Mi piace dire che il volontariato è un’opportunità che uno coglie, per questo mi piacciono le persone che si dedicano a fare cose che danno gioie, il volontario riuscito è un volontario contento. Sennò non farlo. Non devi sostenere la mia causa, ma farlo se ti rende contento.

La gioia di farlo spesso è nascosta nel volontario, ma tu la esprimi molto bene.

Si, poi ti scontri sempre con la realtà del mondo e le sue fatiche, ma la Palestina mi ha insegnato tanto e mi ha insegnato che per chi ha una meta anche il deserto diventa strada. Se hai un obiettivo vero, poi il modo lo trovi e il volontariato, se hai un obiettivo che ti fa felice e fa felice gli altri, poi trovi il modo per farlo. La Palestina, ma anche Yemen e Repubblica Centrafricana, ti insegna che al perfetto è preferibile il concreto: la cosa giusta non puoi farla anche per le barriere linguistiche e i mezzi a disposizione. Siamo molto lontani dal perfetto, dalla precisione che impera nelle nostre società. Ma il concreto è ancora meglio. Facciamo volontariato perché ci fa bene, senza retorica. Intanto inizia a fare volontariato, poi come farlo lo trovi.

Tutto questo dice molte cose su come vedere il volontariato nel futuro.

Penso che molte volte siamo un po’ vittime del giudizio di una società performante. Penso che fare volontariato non richieda perfezione o performance, mi ritrovo più nel concetto dell’affidabilità. Ci sono, faccio del mio meglio e non significa che faccio tutto giusto. Ci sono, ed è più la presenza che fa la differenza, sapere che si può fare strada insieme perché in due la soluzione si trova più facilmente, Liberarsi dal fare e focalizzarsi sull’esserci. Affidabilità non è performance, tutto giusto, tutto veloce. Perché è questo l’inganno del nostro tempo. Affidabile lo interpretiamo come perfetto e invece secondo me l’affidabilità si riconosce nel sapere il proprio limite, assicurare la presenza che non gratifica il tuo fare, ma il tuo essere. Ti aiuta e ti sprona sempre.

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