La salute mentale è diventata uno dei temi più urgenti del nostro tempo. Non solo perché i disturbi psicologici sono in aumento, ma perché sempre più persone vivono condizioni di fragilità dovute da un insieme di fattori familiari, sociali ed economici che determinano un’estrema vulnerabilità.
In Italia, secondo l’Istituto Superiore di Sanità, quasi un italiano su cinque vive un disagio psicologico significativo. Eppure, meno della metà riceve un supporto adeguato, spesso perché i servizi di salute mentale non hanno personale a sufficienza ma anche perché la salute mentale non è solo una questione clinica ma è legata anche alla possibilità di avere relazioni positive in comunità accoglienti ed inclusive, alla possibilità di avere percorsi lavorativi e formativi adeguati, alla possibilità di poter contare su contesti abitativi idonei.
Questi elementi rappresentano i “determinanti sociali della salute”, fondamentali nel garantire il benessere delle persone e sui quali è necessario investire con più forza, insieme ad un adeguamento dei servizi di salute mentale che risentono ancora di una scarsità di risorse.
L’Italia investe meno del 3% del fondo sanitario nella salute mentale e questa cifra ci colloca all’ultimo posto tra i Paesi del G7, come evidenzia l’analisi del professor Fabrizio Starace, che sottolinea con preoccupazione come la clausola che vincola il nuovo Piano Nazionale per la Salute Mentale a finanziamenti “nei limiti delle risorse disponibili” rischi di lasciare i progetti sulla carta.
In questo scenario il volontariato ha un ruolo decisivo e questo non perché sostituisca i servizi, ma perché porta ciò che nessun servizio può garantire da solo: la capacità di costruire legami, di intercettare la solitudine, di generare appartenenza. Il volontariato abita i territori, conosce le persone, èuna presenza discreta ma fondamentale, che permette di trasformare la comunità in un luogo che cura.
Per valorizzare davvero questo ruolo servono però strumenti adeguati. La coprogettazione è uno di questi: non una semplice modalità amministrativa, ma un metodo che permette a istituzioni e volontariato di immaginare insieme le risposte ai bisogni complessi. Questo consente realmente di condividere responsabilità, visione, risorse e significa riconoscere che la salute mentale non si costruisce dall’alto, ma attraverso percorsi condivisi che tengono insieme investimenti economici, competenze professionali e competenze di comunità.
Accanto alla coprogettazione, il budget di salute rappresenta uno strumento capace di tradurre in pratica questa visione, perché permette di costruire progetti personalizzati che combinano risorse sanitarie, sociali e comunitarie, sostenendo la persona nel suo percorso di autonomia. È un modo concreto per mettere al centro il progetto di vita e non la sola prestazione.
Se vogliamo affrontare seriamente la sfida della salute mentale anche tra le giovani generazioni, sempre più chiuse nel mondo digitale, è necessario integrare i percorsi di cura, valorizzando il “sapere esperienziale” e favorendo la collaborazione degli “Esperti di esperienza” nei servizi, implementando gli interventi con attività culturali, formative, socializzanti che tante associazioni e volontari costruiscono ogni giorno nei territori.
Perché la salute di comunità non nasce da un singolo intervento, né da un solo atto tecnico, ma da un intreccio di relazioni, responsabilità condivise e possibilità offerte che costruiscono prossimità, fiducia, reciprocità.
Il volontariato è già oggi uno dei motori più potenti di questo cambiamento.





