Per molto tempo il lavoro è stato legato in modo rigido a un luogo e a una routine: un ufficio, un orario, una presenza quotidiana. Solo negli ultimi anni — e in maniera più evidente dopo la pandemia — questo legame si è progressivamente allentato, aprendo a forme diverse di organizzazione e a una maggiore flessibilità. Il lavoro a distanza, inizialmente confinato a poche sperimentazioni e poi diffusosi su larga scala, ha attraversato una fase di rapida crescita seguita da un assestamento. Secondo le stime più recenti dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, nel 2025 sono circa 3,6 milioni i lavoratori coinvolti. Si è così consolidato come una pratica strutturale, prevalentemente ibrida, che ha modificato tempi, spazi e possibilità di conciliazione tra vita e lavoro.
Dentro questo cambiamento culturale e organizzativo prendono forma esperienze che utilizzano lo smart working come leva di accesso all’occupazione, come “Job Station”. L’iniziativa nasce in realtà ben prima della pandemia, nel 2012, da un concorso di idee promosso da Fondazione Italiana Accenture ETS per sostenere progetti di innovazione sociale capaci di favorire l’occupazione di persone con fragilità attraverso l’uso delle tecnologie. Tra circa 150 proposte viene selezionato un progetto che prevede l’apertura di centri di lavoro a distanza destinati a persone con un passato di disagio psichico.
Sviluppato con il supporto di Accenture e affidato a Progetto Itaca ETS per la realizzazione operativa, il progetto pilota prende avvio a Milano e si consolida soprattutto negli anni successivi alla pandemia, quando il lavoro a distanza diventa una pratica più diffusa. Oggi Job Station è attivo con 11 centri di coworking distribuiti nelle città di Milano, Torino, Parma, Bologna, Roma e Rimini, dove Progetto Itaca è presente. A questi si aggiungono delle sedi a Monza, Pavia e ancora Milano, dove operano altre organizzazioni specializzate nell’inclusione socio-lavorativa.
“Ogni Job Station è uno spazio di lavoro condiviso – spiega Francesco Baglioni, direttore di Progetto Itaca ETS –. Il lavoro è supportato da nostri tutor, professionisti con competenze nella gestione delle persone con disabilità psichica e nei percorsi di inserimento lavorativo, e da un supervisor aziendale indicato dall’impresa che ha assunto la persona inserita in Job Station, con un ruolo specifico nella formazione e nell’accompagnamento alla mansione”.
Le Job Station sono sviluppate da enti incaricati da Fondazione Italiana Accenture ETS che realizzano questi spazi come coworking e operano all’interno di una rete territoriale che coinvolge servizi di salute mentale, servizi sociali, centri per l’impiego per la disabilità e realtà attive nell’inclusione sociale. Quando si apre una posizione lavorativa, il profilo viene condiviso all’interno di questa rete per individuare la persona più adatta; la selezione è curata dagli enti gestori, in dialogo con l’azienda.
L’inserimento lavorativo avviene attraverso un tirocinio di almeno sei mesi, pensato per verificare l’adeguatezza tra la persona e la mansione. Al termine del periodo il percorso può concludersi oppure proseguire, fino all’eventuale assunzione a tempo indeterminato. “In più di 8 casi su 10 si arriva a un contratto stabile – racconta Baglioni – anche perché i passaggi sono attentamente accompagnati: il lavoro è part time, c’è la possibilità di gestire i cambiamenti di mansione in modo controllato e di affrontare le difficoltà legate alla salute mentale. L’azienda accetta di entrare in una prospettiva di inclusione vera, dotandosi di strumenti e processi adeguati. Di solito sono aziende grandi o medio‑grandi quelle che accolgono questa visione”.
È un modello fondato sull’accompagnamento, che nel tempo ha costruito percorsi individuali. Guardando ai numeri complessivi, però, è lo stesso Baglioni a sottolinearne i limiti. Dal 2012 a oggi Job Station ha portato alla stipula di 165 contratti di lavoro stabili, pochi dei quali successivamente interrotti per ragioni diverse. Fin dall’inizio, tutti gli inserimenti hanno riguardato persone con disabilità psichica riconosciuta, spesso con percentuali di invalidità civile elevate. “Letto nel suo insieme, il dato è inferiore alle aspettative – ammette Baglioni –. Il numero resta contenuto se rapportato a un arco temporale di oltre dieci anni. È vero che per lungo tempo Progetto Itaca ha operato con una sola Job Station e che l’apertura degli altri centri è avvenuta soprattutto dopo il 2015, segnando una fase di sviluppo più recente. A fronte degli anni trascorsi, ci si sarebbe potuti attendere un numero più alto di contratti attivati, ma apprezziamo la stabilità e sostenibilità dei contratti come elemento molto incoraggiante”.
Questa riflessione si inserisce in un contesto più ampio, che mostra come il lavoro sia uno degli ambiti in cui il disagio psichico produce disuguaglianze e discriminazioni profonde. Secondo il Rapporto Salute mentale 2024 del Ministero della Salute, solo tra il 23 e il 29 per cento delle persone seguite dai servizi risulta occupato; un dato che trova conferma anche in un report pubblicato da TEHA Group, che nel 2025 stima un tasso di occupazione del 40,2 per cento tra le persone con gravi disturbi mentali in età lavorativa, oltre venti punti in meno rispetto alla popolazione generale.
Se è vero che dopo la pandemia si è sviluppato lo smart working e, parallelamente, sono cresciute l’attenzione e la sensibilità verso la salute mentale — rendendo più visibile come il disagio psichico possa riguardare chiunque, anche lavoratori considerati solidi e performanti — gli ostacoli all’inclusione restano. Da un lato continuano a pesare stereotipi e pregiudizi, dall’altro emergono difficoltà legate all’organizzazione del lavoro.
“La difficoltà media dei lavori disponibili è cresciuta rispetto agli inizi – spiega Baglioni. Oggi l’inserimento lavorativo di una persona con disabilità psichica è più sfidante che in passato. Dieci o vent’anni fa la complessità riguardava soprattutto l’aspetto relazionale, oggi questo non basta più: la dimensione relazionale resta delicata, ma anche la gestione delle mansioni si è fatta più impegnativa”. A questo si aggiungono carichi e processi meno stabili, spesso poco compatibili con i bisogni di persone con disturbi psichici dichiarati, rendendo difficile tradurre una maggiore apertura culturale in opportunità concrete.
In questo scenario Progetto Itaca non arretra, ma prova a rimodulare l’intervento, lavorando su due fronti. Il primo riguarda le aziende: un’attività crescente di formazione e sensibilizzazione che non è pensata solo per favorire nuovi inserimenti lavorativi, ma per intervenire più in generale sul benessere organizzativo e sulla salute mentale di chi lavora. “Dalle richieste ricevute negli ultimi anni è nato il tentativo di superare la gestione episodica e costruire un catalogo formativo condiviso – spiega Baglioni – destinato a diventare una proposta stabile per tutta la rete nazionale dei nostri 18 enti”.
Il secondo fronte riguarda invece le persone seguite da Job Station, chiamate a confrontarsi con mansioni sempre più complesse. Qui l’attenzione si sposta sull’intelligenza artificiale, percepita insieme come rischio e possibilità. “Abbiamo davanti una minaccia che cerchiamo di far diventare un’opportunità – conclude Baglioni – provando a formare i nostri lavoratori a usare l’intelligenza artificiale per elevare le proprie capacità lavorative e rimanere dentro al mercato del lavoro. Il tentativo è di non separare inclusione e trasformazioni del lavoro, ma farle dialogare e accompagnarle nel cambiamento.





