Lino Guanciale ha avuto il primo grande successo televisivo nel 2012 con “Che Dio ci aiuti” e ha da poco concluso le recite di una trionfale riduzione teatrale di “Miracolo a Milano”, il film di De Sica e Zavattini, capolavoro del neorealismo italiano e adorato da legioni di registi in tutto il mondo. Guanciale è uno dei più affermati attori italiani di cinema, teatro e televisione, su tutti basti citare l’interpretazione del commissario Ricciardi, fiction tv tratta dalle opere di Maurizio De Giovanni. Impossibile citare tutti i ruoli che lo pongono oggi nel gotha dello spettacolo, ma non ha mai dimenticato i più deboli, basti pensare al suo impegno nell’Unhcr (United Nations High Commissioner for Refugees), Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, di cui è diventato, da meno di un anno, ambasciatore di buona volontà.
L’attore si racconta in questa intervista a Vdossier.
Partiamo dai rifugiati. Lei è impegnato con l’Unhcr dal 2016. C’è un aneddoto emblematico del suo attivismo ed è quello che riguarda Hamed in Libano. Lo vuole raccontare?
È una delle esperienze che mi ha maggiormente segnato. Sono stato in Libano con l’Unhcr per realizzare dei documentari, un racconto per immagini della situazione che si trovava nel Paese, non soltanto a Beirut. Per una settimana abbiamo attraversato quei territori e all’epoca in cui l’emergenza dei rifugiati siriani aveva contorni quasi apocalittici. Avevano smesso di contarli! Tre milioni erano già accertati e in un’area grande come l’Abruzzo, una persona su tre di quelle che si potevano trovare in giro era un rifugiato siriano. Un’incidenza demografica sconvolgente. Ho toccato con mano cosa sia un’emergenza, sconvolgente dal punto di vista quantitativo, persone che scappano da un conflitto così drammatico. Una delle tende che visitai durante questi giorni di missione fu quella di questo ragazzo, Hamed, giovane marito e padre di due figli. Mentre stavo per entrare nella tenda lui mi fermò e mi chiese: Chi sei e perché sei qui? Non trovai di meglio che dargli una spiegazione sintetica della mia natura di testimonial. Sono qui perché le persone guardano i miei video in rete, gli risposi. Non avevo modo di spiegargli la mia attività da attore, il mio impegno anche culturale. Lui ha voluto che gli dessi il mio telefono per controllare in rete quanti click, quante visualizzazioni avessero i miei video. Quando ne ha scorso qualcuno ha visto che il volume era soddisfacente ha dato l’ok a girare. Per lui quello era importante, non lamentarsi delle ristrettezze in cui viveva la sua famiglia, tra l’altro la tenda era arredata con la massima dignità possibile. Hamed voleva che si testimoniasse la condizione dei profughi, che si augurava il più transitoria possibile.
Un episodio sintomatico da una parte della centralità dei social anche in quei contesti e dall’altra di ciò che possono fare le persone celebri per aiutare il prossimo.
La popolarità dipende da come la tratti: se è uno strumento o se è un fine. Se è un mezzo a un certo punto ti chiedi come investirlo e cosa farne. Per me l’incontro con l’Unhcr ha rappresentato una straordinaria opportunità proprio per dare un senso alla visibilità. Per me fare teatro è già un atto politico, però mi consente, anche, di dare un’utilità – la più raffinata, forte ed efficace possibile – all’essere conosciuto da tante persone.
Lei ha un passato da rugbista. In una recente intervista in Rai, nel programma XXI secolo di Francesco Giorgino, ha spiegato lo sport della palla ovale in un modo che potrebbe diventare uno spot per le associazioni del terzo settore. Vuole ripeterla?
È uno sport che ti obbliga al solidarismo: la regola per cui la palla può essere passata soltanto indietro elimina quasi del tutto le possibilità di esagerare con l’individualismo durante una partita. Il grosso del gioco è svolto dalla squadra perché senza i tuoi compagni non vai da nessuna parte. Si è forzati a investire le proprie energie su un concetto meraviglioso che è il sostegno, capire come stare vicino a chi ha la palla occupando bene lo spazio che c’è intorno in modo da riuscire ad andare a segnare tutti insieme. Ecco, io l’ho sempre trovato lo sport più democratico e solidale per eccellenza.
Cos’è per lei il volontariato?
L’unica vera forma di servizio perché non ha nessun altro scopo se non la crescita personale di chi lo fa, la risposta a un bisogno etico e il bene delle persone che ne beneficiano. Un’altra questione che fa del rugby lo sport più democratico di tutti è il fatto che ogni fisicità può ricoprire un ruolo proprio in virtù delle sue prerogative. Quindi non si è forzati a seguire un modello specifico, è per tutti uguale, ma si è spinti a trarre il meglio possibile dalle proprie risorse. Per me il servizio fa proprio questo nella vita di una persona. È una scelta che si fa per cercare di trarre da sé la migliore versione possibile, libera da qualunque tipo di interesse che non sia il bene comune. In questa capacità di coltivare il disinteresse, l’azione che non aspetta una monetizzazione materiale, secondo me, risiede tanta parte della capacità di una persona, uomo o donna che sia, giovane o anziano che sia, di rendere il luogo in cui abita, il mondo in cui abita, un posto migliore. Per me questa etica del servizio si è plasmata poi con l’esperienza scoutistica. Quello che assolutamente mi renderà per sempre perfettamente sovrapponibile al valore fondamentale dello scoutismo, per come l’ho vissuto io, è la fede nel servizio. L’obiettivo da darsi è rendere il mondo un posto migliore rispetto a come lo abbiamo trovato.
Interpretando in tv “Le libere donne”, la fiction tratta dal libro di Mario Tobino, psichiatra e grande poeta e scrittore, ha avuto un successo strepitoso pur con una fiction molto forte, dirompente. Lei, tra l’altro, è figlio di un medico e ha rischiato di seguire le orme paterne. Che sensazioni ha avuto nel mettersi il camice di uno psichiatra di 80 anni fa e di recitare nell’ex manicomio di Maggiano vicino a Lucca?

Un’esperienza travolgente dal punto di vista interiore. Tobino era uno che, in ciò che abbiamo detto finora, credeva a pieno e ne ha fatto una testimonianza di vita. Basti pensare che è un signore che, anche nel momento in cui è stato direttore del Centro di salute mentale in cui lavorava, non ha mai voluto vivere fuori dalle mura di quel posto, ma ha scelto di vivere lì. Aveva comprato una casa in centro a Lucca ma, fino alla pensione, ci ha passato solo una notte. Io ho visitato quelle stanze in cui ha vissuto, lavorato e scritto tanto. È stato meraviglioso fare un’esperienza di contatto con una persona così capace di vivere la propria vocazione. Tobino aveva capito che per essere un poeta fino in fondo, per essere un essere umano completo, aveva bisogno di vivere così. A stretto contatto con quella follia e con quei folli o non folli che vivevano nel manicomio, così si chiamava allora, perché senza quell’esperienza non avrebbe potuto essere un buon medico, un buon scrittore e la persona che desiderava essere. Questa capacità di essere fedeli a se stessi, in maniera così radicale e completamente naturale, è quello che ho ammirato tantissimo. Diventa il poeta che è consegnato ai nostri scaffali, alla nostra memoria, però è un poeta laureato nel senso che è stato molto premiato in vita, proprio perché sceglie di vivere come vive. Ed è il grande medico che è stato perché ha scritto. Sono felicissimo di questo successo. Forse è tra le cose che ho fatto in televisione quello in cui il grande riscontro di pubblico mi ha riempito più di soddisfazione, perché ricevere questa risposta, in prima serata, con temi così duri, non era affatto scontato. Evidentemente il nostro pubblico, che spesso siamo portati a sottovalutare, ha bisogno di occasioni di discussione, di riflessione su temi come questo, che sono poi la salute mentale, la violenza di genere, la parità di genere, la discriminazione, fino e non ultimo alla tematizzazione di che cosa sia stata la violenza antifascista in Italia, in Europa e nel mondo.
In quelle stanze, per fare un riferimento al suo commissario Ricciardi, forse ha sentito le urla di quelle tante donne rinchiuse lì da uomini criminali, mariti che, come ha detto lei, commettevano dei femminicidi, richiudendole lì.
Di fatto sì, era la perfetta alternativa all’eliminazione fisica, perché chi finiva lì dentro finiva in un abisso, in un oblio totale da parte del mondo. Una volta che visiti quei luoghi ti chiedi quante grida e quanto dolore quelle mura abbiano raccolto e quanta disperata ricerca di guarigione, di consolazione, di vicinanza anche da parte dei medici. Perché il manicomio, l’ospedale psichiatrico, come vogliamo chiamarlo, è un luogo in cui per anni la follia è stata solo contenuta, affiancata e osservata. Non c’erano strumenti per guarire davvero i malati o le malate e gli stessi medici disperavano di poterlo mai fare. È con la generazione di Tobino che qualcosa cambia, perché pur non essendoci ancora gli psicofarmaci, lui era convinto che spostando l’attenzione dalla malattia alla persona sia possibile creare un percorso di guarigione, di miglioramento, integrazione. È stato fra i primi a lavorare su arteterapia e terapia attraverso il lavoro, per restituire un senso di utilità sociale alle persone. Quando entri lì senti tante voci di silenzio. Senti quelle dolorose di chi soffre e senti anche quelle di chi cerca, in un ambiente così difficile, di costruire percorsi di cura. È molto emozionante. Consiglio tutti di contattare la Fondazione Mario Tobino, che è operante sul territorio, e visitare il centro di salute mentale di Maggiano. Accanto al dolore si sente anche l’ansia di costruzione di chi, in un modo migliore, ci ha creduto.
La cura, l’assistenza delle persone affette da malattie mentali oggi è in gran parte demandata alle famiglie e in questo le associazioni di volontariato svolgono un’opera fondamentale, indispensabile. Forse Tobino, che era fermamente contrario alla legge Basaglia, temendo un vuoto assistenziale verso i pazienti, non sbagliava.
Sono convinto che non sbagliasse. Ammiro l’antipsichiatria e il movimento basagliano che ha portato a quella svolta ideologica potentissima. Però non è un caso se la legge Basaglia sia una di quelle che ha avuto l’iter parlamentare di approvazione più rapido nella storia del nostro Paese, perché chiudere i manicomi era visto come un modo per risparmiare moltissime risorse. Per di più, non preoccupandosi, ed è lì il gap che poi, negli anni successivi, si è cercato di fare la rincorsa per colmarlo, di dare delle alternative strutturate soprattutto alle famiglie di chi aveva un disagio mentale severo. E Mario Tobino lamentava proprio questo, cioè che servisse come presidio a servizio dei familiari e dei malati toccati da un disagio severo, da una condizione estremamente limitante da un punto di vista psichico e sociale, e in quello aveva visto lungo. D’altra parte apparteneva a una generazione di medici che aveva cercato di fare del manicomio veramente un luogo di cura e quindi di ricostruzione comunitaria. E nel gesto di rottura necessario, ma ideologicamente radicale, basagliano, vedeva il limite di una mancata costruzione per sfiducia, purtroppo, ahimè, evidentemente motivata più nella politica che in Basaglia stesso. La sua era una posizione di estremo realismo e mi spiace che non ascoltandola in realtà si sia limitata l’efficacia di un intervento come quello necessario basagliano da un punto di vista di svolta culturale. Se si fossero integrati due punti di vista invece di opporli probabilmente avremmo conosciuto decenni di minore dolore per le famiglie toccate.
Lei ha un figlio piccolo, Pietro, di quattro anni. Come potrà spiegargli, tra qualche anno, il valore del donarsi agli altri, della solidarietà, dell’aiuto al prossimo?
Sono convinto che queste cose, più che spiegarle, si debbano far vivere, mostrare e che passino attraverso l’esempio che si cerca di dare. Perché poi arriva un momento in cui, vedendosi davanti a un certo esempio, sono i bambini a fare delle domande. Sto cercando di fare questo, mi auguro davvero che questo poi si traduca in una adesione, ma me lo auguro per lui, non soltanto per il mondo in cui viviamo. Credo che le nuove generazioni siano molto più sensibili, di quanto lo erano le nostre, al tema del disagio mentale. Il tabù si sta sgretolando ed era ora che succedesse. Ho molta speranza nella generazione degli attuali quattrenni.





