L’Italia che emerge dal nuovo Rapporto di Primavera 2026 di ASviS è attraversata da due movimenti opposti. Da una parte c’è la politica, che rincorre emergenze, shock energetici e instabilità geopolitiche con interventi frammentati. Dall’altra c’è una società che continua a muoversi nella direzione della sostenibilità, spesso con maggiore lucidità delle istituzioni. È qui il dato più interessante del nuovo documento presentato a Milano: mentre il dibattito pubblico racconta la sostenibilità come un tema appannato, quasi “passato di moda”, cittadini, imprese, studenti e territori continuano a considerarla una necessità concreta. Non un lusso etico. Una condizione di sopravvivenza.
I ritardi dell’Italia sugli Obiettivi dell’Agenda 2030
Il Rapporto parla chiaro: l’Italia rischia di mancare gran parte degli Obiettivi fissati dall’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Su 38 target quantitativi analizzati, 22 non risultano raggiungibili alle condizioni attuali. Le previsioni elaborate da Prometeia e ASviS mostrano un Paese che nel 2030 potrebbe fermarsi a un tasso di occupazione del 71,2%, lontano dal target europeo del 78%, con una quota di energia da fonti rinnovabili al 29,4% e un persistente squilibrio occupazionale di genere.
Ma i numeri raccontano anche altro. Raccontano, per esempio, che la domanda sociale di sostenibilità esiste già. Ed è molto più forte di quanto certa retorica politica lasci intendere.
Secondo l’indagine Ipsos realizzata per ASviS, il 90% di studenti e famiglie considera importanti o molto importanti i 17 Sustainable Development Goals. La stessa opinione è condivisa dall’85% della business community. La maggioranza delle persone intervistate dichiara inoltre di essere disponibile a modificare il proprio stile di vita in chiave sostenibile, pur ritenendo che debba essere soprattutto il settore pubblico a guidare questa trasformazione.
È una frattura evidente: la società civile corre più veloce delle politiche pubbliche.
La frammentazione come vero nodo politico
Nel Rapporto ritorna spesso una parola: “frammentazione”. Frammentate appaiono le politiche energetiche, quelle sociali, quelle industriali. Frammentata è soprattutto l’idea di futuro. ASviS denuncia l’assenza di una visione capace di tenere insieme ambiente, lavoro, innovazione, welfare, formazione e lotta alle disuguaglianze. Eppure è proprio questo il cuore dell’Agenda 2030: comprendere che le crisi contemporanee non si affrontano separatamente.
La povertà energetica, per esempio, non riguarda solo l’energia. Tocca il diritto alla salute, la qualità dell’abitare, le disuguaglianze territoriali. Così come il cambiamento climatico non è soltanto una questione ambientale: ridefinisce il lavoro, le migrazioni, la sicurezza sociale, la tenuta democratica delle comunità.
Non a caso il Rapporto insiste sulla necessità di politiche integrate e coordinate. “La sostenibilità funziona quando costruisce connessioni”, sembra essere il messaggio implicito che attraversa le sue pagine. Connessioni tra istituzioni e cittadini, tra imprese e territori, tra welfare e ambiente, tra economia e coesione sociale.
Il territorio come laboratorio di sostenibilità
È una fotografia che il mondo del volontariato e del Terzo settore conosce bene. Perché molti dei nodi evidenziati dal Rapporto attraversano già oggi le esperienze quotidiane delle comunità locali.
Dietro gli hub alimentari cittadini ci sono insieme lotta allo spreco, povertà crescente, collaborazione tra enti pubblici e associazioni. Nei progetti educativi e di prevenzione sanitaria rivolti ai giovani si intrecciano salute, disuguaglianze e partecipazione civica. Nelle iniziative dedicate alla cura degli spazi urbani o alla mobilità sostenibile emerge un’idea di città costruita non soltanto sulle infrastrutture, ma sulle relazioni.
Gli SDGs, in fondo, diventano reali proprio qui: nei territori dove le persone provano a ricucire ciò che le politiche pubbliche spesso trattano separatamente.
C’è poi un altro elemento che attraversa il Rapporto e che riguarda direttamente il Terzo settore: la sostenibilità non è più soltanto una questione ambientale. Negli ultimi anni cresce l’attenzione verso le dimensioni sociali ed economiche della transizione. Tra il 2022 e il 2025, sottolinea ASviS, diminuisce la quota di persone che considera prioritaria la sola dimensione ambientale, mentre aumentano quelle che indicano le questioni sociali e le disuguaglianze come emergenze centrali.
È il segno di una transizione che rischia di perdere consenso se non diventa anche giusta.
Welfare, lavoro sociale e fragilità crescenti
Nel documento trovano spazio temi che toccano direttamente la tenuta del welfare e del lavoro sociale: la precarietà occupazionale, le disuguaglianze territoriali, la difficoltà di accesso ai servizi sanitari, la fragilità del sistema educativo, il peso crescente delle povertà multiple. ASviS avverte che senza una strategia integrata il lavoro rischia di essere trattato soltanto come un costo da comprimere e non come una leva di sviluppo sostenibile e inclusivo.
Eppure, proprio mentre la politica appare incerta, le evidenze economiche raccontano che investire nella sostenibilità conviene. Le imprese High-ESG hanno registrato tra il 2017 e il 2024 ricavi cresciuti del 65%, contro il 55% delle Low-ESG. L’occupazione dipendente è aumentata del 40% contro il 28%. Le imprese manifatturiere con un alto profilo di sostenibilità mostrano performance migliori anche in termini di produttività.
Il Rapporto smonta così uno dei grandi equivoci del dibattito contemporaneo: quello che oppone sostenibilità e competitività. I dati suggeriscono esattamente il contrario. La sostenibilità non rallenta lo sviluppo. Lo rende più resiliente.
La domanda di fondo: chi sta costruendo il futuro?
Nel testo introduttivo del Rapporto si parla apertamente di crisi multiple e intrecciate: guerre, disuguaglianze, emergenze climatiche, violazioni del diritto internazionale. Ma il passaggio più forte arriva quando il Rapporto definisce lo sviluppo sostenibile “l’unica risposta strutturale alle crisi che attraversano il nostro tempo”.
Per il mondo del volontariato questa affermazione ha un significato preciso. Significa riconoscere che la sostenibilità non coincide con una singola politica ambientale o con qualche indicatore ESG. Significa piuttosto interrogarsi sulla capacità delle comunità di restare coese dentro un tempo attraversato da shock continui.
In questo senso, il nuovo Rapporto ASviS sembra lanciare una domanda più politica che tecnica: chi sta oggi costruendo davvero il futuro del Paese?
Perché mentre la politica appare spesso schiacciata sul presente, una parte della società italiana continua già a praticare — nei quartieri, nelle reti civiche, nei progetti educativi, nelle forme di mutualismo e cooperazione — quell’idea di sostenibilità integrale che il Rapporto indica come unica strada possibile.





