Quando metti la testa sott’acqua, entri in un altro mondo, dove tutto cambia. Varia la temperatura, i rumori intorno si attutiscono e allo stesso tempo inizi a sentire il suono del tuo respiro e delle bolle d’aria che emetti. Provi un brivido di eccitazione, o una sensazione di serenità, o entrambe le cose. Sono racconti comuni a molte e molti subacquei. “Quello che cambia tra me e te – spiega Remo (nome di fantasia), sub brevettato da oltre dieci anni – è che, non vedendo, mi mancano le sensazioni visive. Però posso sentire la ruvidezza di una spugna, la morbidezza di un polpo, posso capire com’è fatta una pinna nobilis mentre si chiude. Osservo anch’io, ma in maniera differente: ho un altro canale di acquisizione dei dati e della realtà che mi circonda, e il risultato finale è lo stesso. Come tu ti stupisci perché hai visto un pesce che ti affascina, io mi stupisco perché ho toccato una spugna”.
Credo che l’espressione del mio viso sia passata da trasognante a perplessa nel giro di pochi istanti mentre ascoltavo, perché Simone, istruttore dell’associazione Albatros progetto Paolo Pinto – Scuba Blind International (ASBI), ci ha interrotti subito: “Chiariamo un fatto per evitare fraintendimenti. Quando insegno a una persona cosiddetta normodotata, la prima cosa che dico è: se tocchi qualcosa ti taglio le man…”. L’ecosistema marino va preservato e le persone che si avvicinano alla subacquea vengono formate a galleggiare sospese nel blu, senza urtare l’ambiente se non in caso di reale necessità. “Ma Remo può – prosegue Simone – perché il suo modo di controllare il tatto è diverso. Io, con o senza una benda sugli occhi, se entro in un posto pieno di cose fragili sono un elefante in cristalleria. Lui, invece, può entrare e uscire senza fare danno. Questo ci ha permesso di stipulare degli accordi con le aree marine protette, dove il nostro gruppo può immergersi con le guide subacquee formate con il metodo ASBI e toccare le diverse specie selezionate, cosa che altrimenti non sarebbe possibile”.
È proprio in questa differenza di percezione – nel modo in cui l’acqua rimescola capacità, limiti e possibilità – che si coglie il senso del lavoro portato avanti da Albatros progetto Paolo Pinto – Scuba Blind International. L’associazione è nata per ricordare Paolo Pinto, atleta noto per le sue traversate nel nuoto di fondo, e per dare continuità allo spirito di curiosità e apertura che lo contraddistingueva. Nel 2005, grazie all’intesa tra Angela, moglie di Pinto, e l’istruttore Manrico Volpi, è stata ideata e sviluppata una metodologia didattica pensata per permettere a persone non vedenti e ipovedenti di vivere l’immersione come esperienza pienamente attiva, fondata sulla percezione tattile e su una conoscenza consapevole dell’ambiente marino. In oltre vent’anni questo approccio si è consolidato in un percorso formativo riconosciuto a livello internazionale, che offre a subacquei con disabilità sensoriale e a guide specializzate gli strumenti per condividere immersioni sicure, partecipate e realmente accessibili, inclusive e fruibili.
“Il rapporto è sempre uno a uno, si scende in coppia, ma questo già lo sai, – prosegue Remo. – Con la mia guida condivido dei segnali tattili prestabiliti, che usiamo come tu usi quelli visivi. Posso chiedere da quanto siamo immersi, a che profondità ci troviamo, quanta aria io e lui (o lei) abbiamo ancora a disposizione. Posso anche scegliere dove andare e non essere semplicemente trasportato. Questo è un unicum della filosofia di ASBI: invece di seguire un percorso prestabilito in cui seguire il sito di immersione attaccato a un cordino, ho più libertà e condivido con la guida l’immersione, sullo stesso sito, contemporaneamente ad altri sub vedenti in perfetta inclusione e fruibilità”.
Tutto è nato da un ribaltamento dell’ascolto. Prima di insegnare, Manrico Volpi – ideatore del metodo ASBI – ha iniziato ad osservare chi aveva davanti, a chiedere quali fossero le aspettative, i desideri, il senso stesso dell’andare sott’acqua, e quali obbiettivi volessero raggiungere le persone non vedenti durante una immersione. Sono emerse parole inattese — osservare, esplorare, conoscere e leggere l’ambiente — capaci di mettere in crisi categorie e concetti dati per scontati e di imporre una revisione profonda di pratiche e linguaggi. L’obiettivo era chiaro: non accompagnare qualcuno in un’esperienza pensata da altri, ma creare le condizioni perché l’immersione subacquea possa diventare vissuta davvero da protagonista, in tutto e per tutto.
Per rendere l’esperienza più completa e piacevole, l’Associazione ha ideato e prodotto dei “riconoscitori subacquei”: libricini tattili scritti in Braille dove sono inseriti i nomi di flora e fauna che è più facile incontrare nei diversi siti di immersione. Vengono utilizzati sott’acqua per conoscere meglio l’ambiente in cui ci si immerge. Oltre al nome scientifico dell’animale o del vegetale acquatico, vi sono riportati anche i colori. “Per me che ho perso la vista e ricordo i colori, se so che una specie è giallo-rossa, ricreo un’immagine mentale più completa di quello che vado a toccare, e chi è ipovedente può ancora vedere colori” spiega Remo.
Da qualche anno l’associazione si sta specializzando anche in archeologia subacquea, con progetti realizzati in collaborazione con alcune università italiane e con la Soprintendenza Archeologica, belle arti e paesaggio. Il gruppo contribuisce a realizzare la mappatura di siti archeologici sommersi e al ritrovamento di alcuni reperti, anche dentro relitti e caverne. «Abbiamo toccato e visto mosaici, e altri resti di paesaggi di epoca romana ormai sommersi a causa del bradisismo che ha provocato l’abbassamento di alcuni fondali – racconta Claudio, altro sub brevettato ASBI. – Durante le immersioni in acque completamente torbide come quelle dei siti archeologici, dove c’è molto limo in sospensione, il vedente spesso si ferma, il non vedente invece diventa leader”. Nell’archeologia subacquea si rovesciano i ruoli: chi era abile diventa disabile e chi era disabile diventa abile.
“Abbiamo fatto in modo che i concetti di abilità e disabilità potessero davvero incontrarsi, fino a neutralizzarsi, come due forze opposte”, spiega Manrico Volpi. Una metafora che richiama l’assetto neutro, la condizione in cui il subacqueo riesce a restare sospeso nel blu, come in assenza di gravità: forse l’immagine più chiara della filosofia che guida il progetto ASBI e il suo metodo di insegnamento.
“La disabilità la immaginiamo come una rampa ideale che separa ciò che chiamiamo abilità da ciò che definiamo disabilità – prosegue Volpi. – Più quella rampa è ripida, più l’accesso alle opportunità diventa difficile, talvolta impossibile. Ed è un fatto scomodo, ma reale: l’inclusione la decidiamo noi, i cosiddetti normodotati. Continuiamo a ragionare in termini di integrazione di voi con noi, invece di mettere in discussione il punto di vista da cui guardiamo il mondo. È un paradosso che riguarda l’intera società. Perché se cambiassimo prospettiva — intervenendo sugli ambienti, sui contesti, sugli strumenti, investendo davvero negli accorgimenti necessari — quella rampa potrebbe perdere pendenza. E forse, come in immersione, potremmo trovare il giusto assetto”.
L’approccio di ASBI, seppur consolidato e ben sviluppato, è ancora raro, quasi una “mosca bianca”, come lo definisce Volpi. Ma le mosche bianche, a volte, si riproducono. E da lì prosegue l’evoluzione.








