di Riccardo Mascia – 20 maggio 2026

La storia di Maria Rosaria: come il volontariato internazionale fa scoprire la tenerezza tra i popoli

 Una vita passata a dare una mano nelle periferie del Pianeta. Maria Rosaria Cadelano dagli anni '70 dona la sua fratenrità e le sue capacità alle comunità che vivono in contesti difficili, intrecciando, dietro ai progetti, le diverse culture.

«Sin da giovane ha maturato in me l’idea di lavorare con i gruppi di cooperazione internazionale, di occuparmi di sviluppo sostenibile nei Paesi emergenti, o distrutti dalla guerra. Penso sia dovuto alla mia famiglia: sono stata educata alla fraternità e alla solidarietà».

È solo l’incipit di una storia molto più lunga che ha visto come protagonista Maria Rosaria Cadelano, insegnante e professoressa universitaria nata nel piccolo comune di Terralba, in Sardegna, ma la dedizione alla causa e valori profondi l’hanno accompagnata in un lungo percorso per il mondo.

L’insegnamento, i comitati e i sobborghi delle metropoli 

Alla fine degli anni ’70 si laurea in lingue straniere, si unisce all’Associazione di Fraternità internazionale (AFI/ICA), e prepara le valigie; la meta è Bruxelles, per un progetto di alfabetizzazione nei quartieri poveri delle grandi metropoli europee. Sarà solo la prima di tante tappe nelle capitali europee. «Lavoravamo con i comitati di quartiere, gestiti da sindacati, professionisti, comunità religiose. Io insegnavo il francese agli immigrati e ai ceti più bassi».

È un volontariato diverso, meno burocratizzato, ma fondato su una rete voluta e costruita da chi in prima persona vive il disagio. «I comitati consultavano periodicamente istituzioni sociali e organizzazioni, ascoltavano i problemi delle persone, cercavano soluzioni. Spesso era la chiesa locale di quartiere ad offrire gli spazi quando possibile, e all’interno si svolgevano attività di ogni tipo: dalla scolarizzazione al supporto nella ricerca di lavoro, e ancora all’assistenza medica di base e ricerca di alloggi. Devo dire che eravamo molto ben organizzati».

Le criticità sono note: povertà economica ed educativa, prostituzione, spaccio. «Negli anni mi è capitato di tornare nei quartieri dove ho operato: ora sono completamente diversi, e anche se alcune problematiche rimangono la situazione è molto migliorata. Per circa dieci anni ho vissuto sotto lo stesso tetto con persone provenienti da ogni angolo del mondo, con alle spalle storie al limite. Sono legami che ancora mi porto dietro nelle attività».

Le grandi migrazioni, tra accoglienza e ricostruzione

Nel 1975 Maria Rosaria torna stabilmente in Sardegna per lavoro. Insegna lingue nelle scuole superiori del cagliaritano, periodicamente riesce a prendere incarichi importanti legati alla cooperazione, soprattutto in Africa, e cerca di trasmettere ciò che ha imparato sul campo organizzando campi di volontariato internazionale.

Ma si avvicinano gli anni ’80 e ’90, e si aprono con forza nuovi fronti umanitari: l’intensificarsi delle ondate migratorie dal Mediterraneo prima, e la grave situazione nei Balcani poi, prendono il sopravvento nelle priorità di chi vive il sociale: «In quel periodo siamo stati molto impegnati con l’accoglienza e l’integrazione. Ho provato a riportare l’esperienza dei comitati qua in Sardegna, prima con il COSAS (Comitato per la Solidarietà in Sardegna), e poi dal 2002 con l’associazione ALPO (Alleviare la Povertà), fondata da mio fratello Andrea, allora medico attivo nell’ex Jugoslavia. Sono stata in Albania e in Kosovo, per brevi periodi ho seguito mio fratello nel suo lavoro di cooperazione, e quando tornavo in Sardegna cercavo di sensibilizzare sulla terribile situazione dei Balcani, raccogliendo fondi, macchinari e attrezzi utili per la ricostruzione. Negli anni abbiamo supportato la ristrutturazione due ambulatori e di una scuola in un piccolo villaggio di montagna, e varie ricostruzioni di piccole stalle distrutte dalla guerra con i gruppi di agricoltori locali. Sembrano piccoli gesti, ma per loro è stato un aiuto importantissimo.»

Il nuovo millennio tra Africa e Sardegna

L’Africa è una delle poche costanti di una vita vissuta in perenne movimento: «Ho iniziato negli anni ’80, insegnando l’italiano nelle Università di Mogadiscio in Somalia, e a Tunisi in Tunisia – racconta Maria Rosaria – In questi ultimi anni con ALPO ci siamo concentrati sull’Africa Subsahariana, supportando lo sviluppo dell’acquacoltura e la ricerca di falde d’acqua dolce per la costruzione di pozzi. Ora stiamo lavorando per costruire i servizi igienici di una scuola primaria in un piccolo villaggio del Senegal: sono stata in Africa lo scorso ottobre con due volontarie, per inaugurare un nuovo pozzo di acqua dolce, e penso ci tornerò tra qualche mese».

Da una parte all’altra del Mediterraneo, portando con sé quei valori solidali ispirati dalla famiglia e curati in tanti anni di studio e di lavoro; e in ogni progetto Maria Rosaria porta con sé qualcosa dal continente africano, non solo metaforicamente. «È fondamentale lavorare al fianco dei locali, calarsi nella loro realtà. Mi ha sempre colpito il loro entusiasmo, la gioia con cui ti accolgono.»

Negli ultimi anni l’associazione ALPO ha riportato in Italia quei colori; prima con l’esposizione dei tessuti e delle stoffe Wax, poi con la mostra dei Batik, ormai simbolo della tradizione africana. Dall’estate scorsa invece, una nuova iniziativa ha preso piede nelle scuole sarde: «Portiamo negli istituti piccole mostre itineranti di giocattoli tipici africani, seguite da laboratori creativi dove il nostro educatore keniota Dott. Agoustin insegna a ricrearli. I giocattoli dei bambini africani sono per lo più costruiti con scarti trovati in discarica o per strada, eppure entusiasmano nella loro semplicità. Cerchiamo di stimolare nei bambini la fantasia e la manualità.».

Dietro progetto ci sono legami tra culture che si intrecciano, arricchiscono la mente e aprono il cuore. È un do ut des, uno scambio reciproco. Tante esperienze, tante avventure, tanti ricordi.

La storia di Maria Rosaria non è solo una lista di mete e Paesi visitati, è un racconto su cosa il volontariato e la cooperazione può dare a chi lo pratica. «Ogni volta torno a casa arricchita e grata. Tornando indietro non cambierei niente. Mi sento appagata dal lavoro e dalle esperienze che sto facendo e che ho fatto. Non è stato facile: il volontariato internazionale richiede tanta energia, e per relazionarsi con culture diverse è necessario un cambiamento di mentalità, un’agilità mentale che impegna la mente, ma soprattutto il cuore. Consiglio a tutti di vivere la solidarietà e di scoprire, come la chiamo io, la tenerezza dei popoli.

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