di Giulia Galera - Euricse – 30 aprile 2026

Solidarietà e impresa non sono inconciliabili. Il ruolo delle "work integration social enterprise" in Italia e Europa

 In Europa le WISE (work integration social enterprise) sono la forma di impresa sociale più diffusa. L'Italia è pioniera nella sperimentazione delle strategie innovative e la presenza significativa dei volontari rafforza la propensione all'innovazione.

L’Italia è pioniera della sperimentazione, fin dalla metà degli anni ’70, di strategie innovative di inclusione lavorativa per persone svantaggiate. Un percorso alternativo ai laboratori protetti per persone disabili, esistenti da oltre un secolo in molti paesi europei che, in una stagione segnata da significative trasformazioni, ha portato alla creazione di una nuova forma di impresa: la cooperativa sociale di tipo B.

Si tratta di una forma di impresa, originariamente caratterizzata da una forte dimensione politica, in cui il lavoro diventa strumento di restituzione di dignità alle persone ai margini della società, nonché di riconoscimento dei loro diritti.

Una innovazione prodotta grazie all’attivazione della società civile, che ha ispirato molti paesi europei e si è via via imposta, spesso senza alcun sostegno da parte delle politiche del lavoro.

Le imprese sociali di inserimento lavorativo — rappresentate in Italia dalle cooperative sociali di tipo B — sono ad oggi la forma di impresa sociale più diffusa in Europa: le così dette WISE (acronimo di work integration social enterprise) esistono in tutti i paesi membri dell’Unione Europea, a prescindere dalla tipologia di sistema di welfare, dalla presenza o meno di un Terzo settore strutturato, di una tradizione di tipo cooperativo e dall’esistenza di una normativa ad hoc. Sono la dimostrazione di come solidarietà e impresa non siano aspetti inconciliabili, bensì possano integrarsi mettendo l’attività imprenditoriale al servizio della collettività.

Le finalità e le caratteristiche delle WISE hanno contribuito a forgiare una cultura organizzativa che si discosta profondamente da quella delle imprese tradizionali. Nelle WISE, la scelta dei settori economici di attività non è meramente guidata dalla redditività, ma dalla funzionalità rispetto all’obiettivo di inserire persone svantaggiate.

Da fenomeno di nicchia, le WISE sono state riconosciute in numerosi paesi membri dell’UE e dalla stessa Commissione Europea. Le traiettorie di sviluppo variano, tuttavia, profondamente da paese a paese. Se, con l’obiettivo di rafforzarne la diffusione, Francia, Belgio e Spagna hanno non solo — come il nostro paese — riconosciuto giuridicamente le WISE, ma ne sostengono la funzione sociale e formativa, questo in Italia non avviene.

I dati e le traiettorie di sviluppo delle WISE parlano da soli: in Spagna sono 100.000 le persone con disabilità inserite, mentre in Italia si contano all’incirca 30.000 persone svantaggiate, di cui la metà è costituita da persone con disabilità. Ma non è tutto. L’ordine di grandezza delle WISE italiane è cresciuto di molto poco dall’inizio degli anni Duemila e la mancanza di un adeguato supporto pubblico le induce spesso a compiere scelte difficili: per non compromettere la propria produttività, sono sovente costrette, da un lato, a escludere le persone con svantaggi più gravi, anche quando potrebbero lavorare, così come quelle con svantaggi non riconosciuti; dall’altro, a trattenere lavoratori svantaggiati già pronti per l’inserimento nel mercato del lavoro tradizionale, limitando così l’ingresso di nuovi lavoratori vulnerabili.

La capacità trasformativa delle WISE è quindi lungi dall’essere pienamente valorizzata nel nostro paese. Anzi, la crescente competitività del mercato induce sempre più le WISE a adottare logiche proprie delle imprese tradizionali, replicandone modelli e strumenti a scapito della loro dimensione sociale. Al tempo stesso, il coinvolgimento dei volontari, ancora significativo nelle WISE caratterizzate da una forte dimensione sociale e politica, contribuisce a rafforzarne la propensione all’innovazione. Ciò detto, le prospettive future non appaiono incoraggianti. Il recente Piano d’Azione Italiano per l’Economia Sociale, volto a renderla più competitiva, solida e riconosciuta, sembra non cogliere la specificità di questa forma di impresa, pur essendone una componente essenziale. Ciò avviene, paradossalmente, in un contesto storico segnato da forte instabilità, che richiederebbe invece strategie innovative, di cui la cooperazione sociale di tipo B rappresenta una espressione di indubbio valore, anche grazie alla sua capacità di fare da ponte tra cooperazione tradizionale e mondo del volontariato.

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