di Elisabetta Bianchetti – 30 aprile 2026

Prima del lavoro: quando il volontariato riapre la strada

 Competenze, relazioni, fiducia: è qui che riparte l’inclusione, spesso prima del contratto.

C’è un paradosso che attraversa ogni Festa dei lavoratori. Si celebra il lavoro, i diritti, la produzione. Ma si guarda poco a ciò che viene prima. Ai luoghi in cui il lavoro non esiste ancora — e proprio per questo può nascere.

Perché se il lavoro è anche inclusione, allora bisogna osservare dove l’inclusione prende forma. Non nelle statistiche occupazionali, ma nei passaggi intermedi. Nei margini. Nei tentativi.

È lì che il volontariato comincia a contare.

Il volontariato come luogo di riattivazione

Per molte persone che attraversano una fase di fragilità — disoccupazione di lunga durata, migrazione, uscita dal carcere, disagio sociale — il primo passo non è entrare nel mercato del lavoro. È tornare in relazione con il mondo.

Le ricerche internazionali sono nette su questo punto. Il volontariato non è una scorciatoia verso l’occupazione. Non garantisce un contratto, non accorcia automaticamente i tempi. Ma interviene dove serve davvero.

Uno studio britannico (When Volunteerability Intersects Employability) mostra che:

  • oltre l’85% delle persone disoccupate coinvolte dichiara un aumento della fiducia;
  • circa il 60% sviluppa nuove competenze;
  • più del 70% migliora la capacità di lavorare con gli altri.

Un secondo studio (Does volunteering improve employability?) aggiunge un elemento decisivo:

il volontariato agisce soprattutto sul capitale sociale, cioè sulle relazioni che rendono possibile intercettare opportunità.

Le evidenze più recenti vanno nella stessa direzione. Analisi di Eurofound mostrano che la partecipazione ad attività sociali è associata a maggiori probabilità di essere occupati, mentre studi di CEDEFOP evidenziano come le competenze acquisite in contesti non formali — come il volontariato — siano sempre più rilevanti per il mercato del lavoro, anche se spesso poco riconosciute.

Non è il lavoro che arriva subito. È la persona che torna attiva.

Imparare lavorando (senza lavoro)

Nel volontariato si impara senza che nessuno lo chiami formazione.

Si apprende a:

  • rispettare tempi e responsabilità;
  • lavorare in gruppo;
  • gestire problemi concreti;
  • relazionarsi con persone diverse.

Sono competenze trasversali — quelle che nei contesti di lavoro fanno la differenza — ma che difficilmente si acquisiscono fuori da situazioni reali.

Le esperienze di volontariato funzionano spesso come una prima forma di lavoro “in situazione”: non simulato, ma praticato. Dove si sbaglia, si aggiusta, si riprova.

Il punto non è solo cosa si impara. È che si torna a imparare.

Le organizzazioni come “palestre di cittadinanza”

Le organizzazioni di volontariato hanno una caratteristica che il mercato del lavoro non ha: sono luoghi a bassa soglia.

Si entra senza selezione formale, senza curriculum perfetto, senza esperienza pregressa.

Ma una volta dentro, succede qualcosa:

  • si assume un ruolo;
  • si entra in una routine;
  • si costruiscono relazioni;
  • si sperimenta responsabilità.

Per questo funzionano come palestre di cittadinanza: spazi in cui le persone non solo partecipano, ma ricostruiscono un’identità attiva. E da lì, a volte, si apre un varco.

Dal volontariato al lavoro: un passaggio possibile

Non per tutti, non sempre. Ma abbastanza spesso da essere significativo.

Il volontariato:

  • amplia le reti sociali;
  • espone a contesti organizzativi;
  • aumenta le occasioni di incontro con opportunità lavorative.

Quando è continuativo, strutturato, con responsabilità, può contribuire a riavvicinare al lavoro.

Non è una linea retta. È un processo.

Il volontariato non sostituisce il lavoro. Ma può essere il luogo in cui il lavoro torna immaginabile.

Chi crea opportunità per chi resta fuori

A questo punto la domanda cambia: chi costruisce concretamente occasioni di lavoro per chi non riesce ad entrarci?

Una parte della risposta sta nella cooperazione sociale. Le cooperative di inserimento lavorativo, analizzate da Legacoop Sociali e Confcooperative Federsolidarietà, operano proprio su questa frontiera: trasformare fragilità in possibilità di lavoro.

Per legge, devono garantire che almeno il 30% dei lavoratori sia composto da persone in condizioni di svantaggio.

Ma il dato più interessante non è questo. È ciò che viene prima.

I percorsi: prima del contratto

Le persone che entrano in questi percorsi arrivano spesso da situazioni complesse: disabilità, esperienze detentive, dipendenze, marginalità sociale, migrazione.

Il lavoro, in questi casi, non è un punto di partenza. È un esito.

Prima ci sono: formazione, tutoraggio, accompagnamento individuale, costruzione di una rete territoriale,

E molto spesso, prima ancora, c’è un’esperienza di attivazione:

  • volontariato;
  • tirocinio sociale;
  • partecipazione a progetti locali.

Non sempre è registrata nei dati. Ma è una costante nelle pratiche.

Il ruolo dei volontari nei percorsi di inclusione

Dentro questi percorsi, i volontari non sono una presenza accessoria. Sono spesso: facilitatori di relazioni,

punti di riferimento informali, mediatori tra organizzazione e persona.

In molti casi, sono i primi a riconoscere capacità che ancora non sono visibili. E questo riconoscimento è decisivo. Perché prima di essere assunto, qualcuno deve essere visto come capace.

Dove il lavoro ricomincia

Tornando al paradosso iniziale: celebrare il lavoro significa anche guardare a quei luoghi dove il lavoro nasce per includere, non solo per produrre.

Non nelle imprese che assumono quando tutto è già pronto. Ma negli spazi in cui le persone tornano ad esserlo. Forse il lavoro non comincia con un contratto. Comincia quando qualcuno ritrova un ruolo, una relazione, una possibilità. Molto spesso, quel luogo è il volontariato.

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