di Giulio Sensi – 29 aprile 2026

La buona concretezza è il frutto delle belle visioni

 L’urgenza è fondamentale perché spinge a realizzare cose che prima non esistevano. Ma le urgenze partono dalle visioni, e dal desiderio, di costruire un mondo più inclusivo. Il nostro dialogo per la serie “Volontari visionari” con Erika Coppelli, presidente di Tortellante, un laboratorio pieno di volontari dove lavorano ragazzi e ragazze con disturbo dello spettro autistico.

Erika Coppelli è presidente a Modena di Tortellante, un laboratorio terapeutico – abilitativo dove giovani e adulti con disturbo dello spettro autistico imparano a produrre pasta fresca fatta a mano. Come ha imparato suo figlio che lavora a Tortellante. Un gruppo di lavoratori di Tortellante ha svolto diverse volte uno stage alle cucine del Quirinale. Parlare con Erika riempie la testa, e il cuore, di sensazioni molto belle. È la “volontaria visionaria” di questa settimana, in una città che è la Capitale Italiana del Volontariato 2026.

Erika, ma pesa di più l’urgenza del fare o la calma del pensare nel volontariato?

Credo che l’urgenza del fare sia fondamentale, perché il senso del volontariato è l’urgenza di ciò che effettivamente si deve fare. C’è sempre l’urgenza di fare qualcosa che prima non c’era, che prima non era ancora stato costruito. L’esigenza nel mio caso è quella di aiutare un figlio a trovare una dimensione dignitosa per il proprio futuro. Il volontariato è nato in me per lui, l’ho fatto anche per altri, ma all’inizio ho pensato a mio figlio, a proteggerlo, ad aiutarlo a trovare un senso vero alla sua vita. Questo impegno poi si è allargato a tanti altri ragazzi.

Tutto questo può essere definito visionario?

Credo di sì, perché il volontariato vero è sì fare qualcosa, ma soprattutto costruire qualcosa che prima non esisteva davvero. Visionario in questo senso. Lo percepisco come avere un’idea da strutturare, un’idea che secondo me era giusta e quindi metterla in pratica. È dare futuro alle idee.

Da una situazione familiare è nata la visione di una società diversa.

Si, da una mia esigenza personale perché quando una situazione la vivi 24 ore su 24 la tua esperienza e la necessità ti portano ad avere idee che prima non esistevano. Nel mio caso ho voluto dare una dimensione dignitosa a mio figlio, non finalizzata a sistemarlo da qualche parte in una situazione assistenzialistica perché ne ha bisogno. Ho cercato di andare oltre e di dargli una vita più completa, che non fosse solo assistenza, ma tanto di più. Queste idee vengono fuori dalla necessità.

Una visione molto concreta.

La concretezza è necessaria per dare un futuro sicuro e strutturare l’idea stessa. Concretizzare un pensiero, una visione.

Funzionano queste idee in una società che invece elogia e celebra in modo superficiale la prestazione?

Funzionano perché sono necessarie. L’idea porta qualcosa di nuovo che strutturato bene può diventare una realtà che aiuta. Che veramente aiuta. L’esperienza personale è sicuramente fondamentale, ma è visionario di più la concretizzazione dell’idea che oggi non c’è ma domani può essere fondamentale per certe situazioni e tante persone. È quello che è successo a noi di Tortellante.

La tua visione parla agli altri.

Mi farebbe piacere se la mia esperienza di mamma che ha costruito qualcosa potesse essere di aiuto. Anche solo pensando che può esserci la speranza di un miglioramento non solo del bambino o della bambina, ma anche della famiglia, una sorta di serenità emotiva che può aiutare gli altri a capire che non deve essere per forza tutto negativo se hai un figlio con disabilità. Si passano momento difficili, si fatica, si vive di impotenza e sensi di colpa. Ma mi piacerebbe che il mio modello potesse aiutare altri genitori di bambini piccoli. ‘Se ce l’ha fatta lei, posso avere la speranza di poter vedere positivamente le cose. Non immaginare un futuro deprimente e senza speranza’.

Il volontariato è un vento che spinge in questa direzione?

Sì, per me è fondamentale, è un aiuto concreto di persone altruiste che hanno voglia di mettersi in gioco per aiutare gli altri e lo fanno con le proprie risorse personali. Il volontariato è un tassello cruciale. Abbiamo 128 volontarie tra nonni, nonne, zii e zie che si prodigano a venire nel nostro laboratorio e fare i tortellini con i ragazzi, stare con loro, dare un contributo vero. Si è creato un clima grazie al volontariato familiare e gioioso in cui si concretizza il fare. Sono lodevoli quelle persone che danno il loro tempo a questi ragazzi, da noi come in qualsiasi altra associazione.

Cosa sta producendo tutto questo?

Nel nostro caso abbiamo dato possibilità a 40 ragazzi dello spettro autistico dai 18 anni in su a imparare un mestiere vero, utile, dignitoso: confezionare la pasta fresca. Un modo per includerli sempre più nel mondo lavorativo per dare la possibilità di imparare un mestiere, di entrare in un mondo che non sia protetto, ma di lavoro vero. I ragazzi li abbiamo inseriti all’interno di situazioni lavorative normotopiche. Con l’accompagnamento del nostro team scientifico fino a quando poi sono in grado di stare da soli. Non mi piace dire ‘lavoro vero’, perché anche i miei ragazzi fanno un lavoro vero, un lavoro a tutti gli effetti, ma sicuramente un ambiente più protetto. Una decina di loro lavora dentro al pastificio “La pasta di Celestino” di Graziano Morotti, l’unico pastificio che vuole accoglierli a braccia aperte. Il loro ingresso produce un miglioramento del lavoro di tutti. Mette in contatto gli altri con questi ragazzi, permette loro di comprendere delle cose che prima non riuscivano a comprendere. Prima lo spettro autistico era visto come qualcosa che impauriva perché spaventano la diversità e certi atteggiamenti ‘originali’. In questo caso invece capiscono che l’interazione aiuta a non avere paura, ma a includersi ancora di più. Sono i risultati delle idee non più visionarie, ma concrete.

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